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Scritto Martedì 02 febbraio 2021 alle 08:38

Nel libro 'Il Vescovo degli ebrei' Meir Polacco narra la storia della sua famiglia durante la Shoah

È sempre doloroso scavare nel proprio passato. Costa fatica, costanza, volontà di andare a fondo. Spesso le storie personali vengono fagocitate dalla Storia; basta un soffio per perderne le tracce. Con il romanzo storico "Il Vescovo degli Ebrei – Storia di una famiglia ebraica durante la Shoah" (puntoacapo Editrice), i coniugi Paola Fargion e Meir Polacco hanno ricostruito una vicenda familiare e collettiva che ha avuto come protagonisti Adolfo Yehoshua ben Yehudà Ancona, Rabbino capo di Alessandria, Asti e Acqui, il nipote genovese Giorgio Polacco - padre di Meir - e parte della famiglia Ancona, tutti ricercati dai nazisti ma protetti da intere comunità che decisero di essere solidali con il popolo ebraico.
Per celebrare la “Giornata della Memoria”, domenica 31 gennaio, il romanzo è stato presentato dagli autori in una conferenza online organizzata dal comune di Sueglio. Oltre al sindaco Sandro Carboni, erano presenti il Rabbino Elia Enrico Richetti, il professor Luca Alessandrini e lo scrittore bellanese Andrea Vitali che ha dialogato con Polacco e Fargion. “Una delle  tematiche  del nostro libro – ha spiegato quest'ultima – è la memoria, una memoria che spesso viene alla luce in ritardo  spesso per i traumi  e le sofferenze subite".

Paola Fargion e Meir Polacco

Dalle vicende raccontate nel romanzo - che scava appunto in un passato sepolto da tempo - sono emerse le figure di Angelo Moro, l’allora Podestà di Acqui che fornì documenti falsi agli Ancona e a Giorgio Polacco; Enrico Giuseppe Badarello e Mafalda Bosio Badarello, i coniugi che protessero il Rabbino capo, parte della sua famiglia, il nipote Giorgio e altri fuggiaschi ebrei.  E proprio qualche settimana fa l'Ente nazionale per la Memoria della Shoah (Yad Vashem) di Gerusalemme ha finalmente concluso il lungo e complesso iter iniziato nell'ottobre 2018 dietro richiesta di Meir Polacco, volto all’attribuzione del titolo di “Giusti tra le Nazioni”, in ebraico “Chasidei Umot HaOlam". Questa onorificenza viene conferita dallo Stato di Israele solo dopo anni di rigorose indagini, valutazioni, ricerche ed è rivolta ai non ebrei che hanno agito in modo eroico a rischio della propria vita e senza alcun interesse personale per salvare anche un solo ebreo dal genocidio nazista della Shoah.
Durante l'evento si è parlato anche del ruolo degli ebrei nella Resistenza, un tema spesso poco conosciuto. “Si pensa che abbiano accettato passivamente le deportazioni. Ma non è così – ha ricordato nel suo intervento il professor Alessandrini che ha poi brevemente analizzato il rapporto tra il fascismo e l'antisemitismo. "Il fascismo è sempre stato razzista e antisemita. In Italia gli ebrei erano 35mila; ed erano parte della classe dirigente e dunque l’antisemitismo di Stato è arrivato gradualmente. Mussolini era antisemita anche ai tempi in cui era socialista. Gli stereotipi vengono costruiti gradualmente, nel tempo. Le leggi del 38’  non sono da considerarsi un fulmine a ciel sereno”. Alessandrini ha poi sottolineato il ruolo attivo degli ebrei nelle fila dell'esercito della Monarchia italiana durante la Prima guerra mondiale. Infine, sono state ricordate le tante rivolte nei campi di sterminio e il ruolo nel processo di liberazione nazionale dopo il '43. “Alla Resistenza hanno partecipato come partigiani oltre 2mila ebrei, circa il 2% dei totale. Si tratta di un numero elevatissimo poiché gli ebrei erano lo 0,02% della popolazione italiana”. Il professore ha poi ricordato come questo libro tocchi anche  il tema del riscatto "di un'Italia che poteva essere diversa”.
Il rabbino Richetti ha invece concentrato il suo intervento sul tema del perdono. "Non possiamo chiedere il perdono a Dio per un peccato commesso nei confronti di altri: soltanto la persona offesa ha il diritto di perdonare”.
B.V.
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