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Scritto Martedì 09 febbraio 2021 alle 17:29

Dal quartier generale di Perego, Vallelonga amministrava affari ma anche il suo potere


"A 70 anni non vorrei più fare galera. Ma se serve la faccio". La frase videoregistrata dagli inquirenti è attribuita a Cosimo Vallelonga, classe 1948, nativo di Mongiana (Catanzaro) ma residente a La Valletta Brianza. Dietro le sbarre ci è finto oggi, quale "primo destinatario" delle 18 ordinanze di custodia cautelare (in carcere o ai domiciliari) chieste e ottenute dalla Procura della Repubblica di Milano - nelle persone dei sostituto Adriano Scudieri e Paola Biondolillo - all'esito dell'attività investigativa delegata alla Squadra Mobile di Lecco e al Comando Provinciale della Guardia di Finanza con il supporto del GICO. Per lui in realtà si tratta di un ritorno in cella. "Non vorrei più fare galera" detto - nella ricostruzione degli inquirenti - a un soggetto che gli doveva restituire del denaro per sottolineare di essere pronto a tutto pur di veder onorato il prestito con tanto di balzello arbitrariamente applicato, rivendica infatti le condanne "guadagnate" nell'ambito di due importanti inchieste sull'infiltrazione mafiosa nel nord Italia: "La notte dei fiori di San Vito" di metà anni Novanta e "Infinito" del 2010, con una pena finale a 12 anni di reclusione passati in giudicato. Libero ma in sorveglianza speciale - almeno all'inizio dell'inchiesta originata sul fronte della Questura dalla denuncia di un consulente finanziario vistosi puntare una pistola alla tempia per un prestito non onorato e sul fronte dalla Finanza da una segnalazione delle Poste circa prelievi in contante "anomali" effettuati sempre dagli stessi soggetti e quantificati in ben 29 milioni di euro a fine indagini - amministrava gli "affari illeciti" della supposta associazione a delinquere di stampo mafioso di cui è indicato quale promotore e organizzatore dal Gip Alessandra Clemente dall'ufficio ricavato all'interno del negozio Arredo Mania di via Statale a Perego, intestato ad un genero. Lì secondo gli inquirenti, Vallelonga gestisce le attività che movimentano rifiuti traverso vari società come A.M. Metallli srl, M.L. Metalli srl, Copper Point srl o All Metal sr. dedite al traffico di rottami e alla false fatturazioni e sempre lì eroga i prestiti a impresari e imprenditori che, con l'acqua alla gola, a lui si rivolgono, per ottenere liquidità, fissando altresì i relativi tassi di interesse (considerati usurai) ed il costo del denaro contante venduto. Lì vengono poi riscossi i crediti, anche avvalendosi - si legge sempre nell'ordinanza - della collaborazione di Paolo Valsecchi (calolziese, classe 1960, al momento unico irrintracciabile dei 18 indagati) e con modalità estorsive.
Almeno 10 mila le tonnellate di materiale ferrosi illecitamente movimentati dall'associazione secondo gli investigatori con 7 milioni di euro di profitto. 150 mila euro la somma posta in sequestro in quanto ritenuta invece frutto d'usura. Gli affari vanno bene, dunque. Anche perchè Vallelonga, ritengono i poliziotti che per due anni gli sono stati addosso arrivando poi a contestagli l'articolo 416bis del codice penale e dunque non l'associazione a delinquere semplice ma quella di stampo mafioso, esercita il proprio riconosciuto potete con i metodi tipici dell'ndrangheta.

Attraverso le pressioni esercitate sulle sue vittime riesce a creare un rapporto di sottomissione come nel caso dell'imprenditore edile costretto a assumere nei propri cantieri soggetti vicini al sodalizio o nel caso di un consulenze aziendale spinto a mettere a disposizione contatti e le proprie competenze. Mantiene poi - è scritto nell'ordinanza del Gip - i contatti con esponenti di spicco dell'ndrangheta calabrese, ricevendone e inviando "ambasciate". Nel 2018, per esempio, manda tramite Vincenzo Marchio prossimo a scendere in Calabria, un messaggio per Giorgio De Masi detto U Mungianisi, già condannato quale capo della Locale di Giosa Ionica. E ancora è riconosciuto - in un panorama come quello lecchese dove diverse inchieste antimafia hanno disarticolato già precedenti Locali, di fatto depotenziando la famiglia cardine del sistema sul territorio ovvero i Coco Trovato - con un'autorità a cui rivolgersi. Lo fanno, per esempio, Pierino Marchio (papà di Vincenzo e già condannato in Oversize) che chiede il suo intervento per dirimere un contrasto insorto con un imprenditore di origini calabresi e Angelo Sirianni (altro nome legato a precedenti inchieste) con cui Vallelonga, in almeno due incontri, concorda nuove strategie imprenditoriali. Insomma un piccolo-grande nuovo boss, alla testa di un'associazione che, forse riempiendo vuoti lasciati da altri, "avvalendosi della forza di intimidazione del vincolo associativo, della sua capacità pervasiva di controllo e infiltrazione del territorio e delle conseguenti condizioni di assoggettamento e di omertà, ha posto in essere una pluralità di delitti contro il patrimonio, la vita e l'incolumità individuale quali estorsioni, usure, esercizio abusivo del credito, traffico illecito di rifiuti, false fatturazioni, autoriciclaggio e reimpeigo di capitali compendio delle attività illecite".

"Quello conseguito con questa indagine credo sia un risultato storico per la provincia di Lecco" sostiene il vicequestore aggiunto Danilo Di Laura, alla testa della Squadra Mobile della Questura lariana, a commento dell'attività portata avanti dai suoi uomini, in sinergia con la Finanza andando a scavare in un ambiente criminale destabilizzato dalle precedenti operazioni antimafia e dunque oggi in fermento, con il rischio che la crisi anche economica ingenerata dal covid in qualche modo nei prossimi anni vada a alimentare i traffici clandestini dei clan. "E' evidente che il territorio è ancora fortemente permeato da parte dell''ndragheta perchè ci sono industria e ricchezza", la certezza del dirigente. Consapevole anche di aver dato oggi un ulteriore scossone al sistema.

A.M.
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