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Scritto Domenica 14 febbraio 2021 alle 15:50

SCAFFALE LECCHESE/34: le novelle di Matteo Bandello, dal Lario alla Brianza

Una quasi imperatrice europea che scampa a un violento temporale in mezzo al lago trovando rifugio a Bellano. E un vecchio curato del Monte di Brianza ammazzato da un cavaliere di ventura in cerca di benefici parrocchiali. Si gioca pesante, qua, mica pinzillacchere. Di mezzo, ci sono personaggi storici autentici.
L’una e l’altra vicenda ce le racconta Matteo Bandello che fu frate domenicano e uomo di corte, ma anche novelliere, ed è soprattutto in quest’ultima veste che ci è dato ancora di conoscerlo. Nacque nel 1485 a Castelnuovo Scrivia, zona di Tortona, allora Lombardia, «ond’egli anziché piemontese si dichiarò sempre lombardo d’origine e di lingua» come leggiamo sulla “Treccani”. Era cresciuto nel convento milanese di Santa Maria delle Grazie (quello del Cenacolo di Leonardo), segretario di corte a Milano e Mantova e altrove, esule o itinerante seguendo le alterne fortune delle casate politiche del Nord Italia. Più che le celle monacali e le preghiere amava i salotti e il dolce vivere tra banchetti e non aborriti trastulli amorosi, tentò anche di lasciare la veste sacra ma gli fu proibito e morì nel 1561 da vescovo di Agen in Francia. Basti questo a sintetizzare una vita avventurosa.



Matteo Bandello

In quanto alle novelle, quelle catalogate sono 214, pubblicate in quattro volumi: dei primi tre commissionò egli stesso l’edizione allo stampatore lucchese Vincenzo Busdrago nel 1554; il quarto uscì postumo dalla tipografia di Alessandro Marsilii a Lione nel 1573. Ebbero lettori, traduttori, estimatori ed emuli, ispirarono autori di fama come William Shakespeare che pescò più volte nel repertorio del Bandello. Per esempio, l’infelice amore di Romeo e Giulietta che, a sua volta, il novelliere lombardo aveva ripreso dal veronese Luigi Da Porto. Insomma, un momento affascinante della storia letteraria. In quanto ai temi, c’è di tutto, in linea con la tradizione: racconti edificanti o moraleggianti, satire mordaci, personaggi grotteschi, situazioni (naturalmente) boccaccesche.


La prima edizione delle Novelle

Detto l’essenziale a proposito dell’autore, vediamo le novelle che in qualche modo riguardano le terre che oggi chiamiamo lecchesi.
La quasi imperatrice, dunque. Stiamo parlando di Bianca Maria Sforza, orfana di padre e destinata dallo zio Lodovico il Moro al miglior partito (politico) sulla piazza: matrimoni d’interesse che per secoli hanno caratterizzato la nostra storia e le nostre monarchie e per i quali le donne altro non erano che pegni, pedine di una strategia d’alleanze.
La storia ci dice che nel 1493 la giovane Bianca venne promessa all’imperatore Massimiliano d’Asburgo, rimasto vedovo di Maria di Borgogna. Alla fine di quell’anno, la ventiduenne Sforza partì da Milano per Innsbruck dove sarebbe arrivata prima di Natale: raggiunta Como, con un nutrito e fastoso corteo di barche prese la direzione di Colico, da dove i viaggiatori avrebbero poi preso la strada della Valtellina e scavallato le Alpi allo Stelvio dirigendosi a Innsbruck.


Bianca Maria Sforza

Nella cornice di questo viaggio si inserisce la scena del Bandello (novella numero 31 del primo volume). Egli stesso l’avrebbe rappresentata nel corso di un banchetto al palazzo del cardinale Federico Sanseverino, in Porta Vercellina a Milano. Si era parlato di papa Giulio II, di Roma, di Germania, di Napoli e di Sicilia. E «io vi voglio parlare di un milanese», disse il “nostro”, riferendosi al «monarca delle leggi Giason Maino», giurista insigne a cavallo tra XV e XVI secolo che oggi a Milano è ricordato da una via in zona fiera e a Pavia da un collegio universitario.
Tale Giasone del Maino avrebbe fatto parte del seguito di Bianca Sforza nel viaggio verso l’Austria. Trovandosi proprio a risalire il lago sulla di lei imbarcazione, quando il corteo venne sorpreso da «una grandissima fortuna» dove fortuna sta per fortunale, parola che ormai non ha quasi più corso.


Giasone del Maino

«Furono per annegarsi», registra il Bandello. Che continua: «Tutti quei signori e cavalieri, mentre il periglio durò, stavano di malissima voglia per téma de la morte. L’imperatrice con le altre dame piangevano e gridavano mercé a Dio. I barcaroli erano mezzi perduti, di modo che non si vedeva altro che imagini di morte. Solamente messer Giasone era quello che di tutti si rideva, e né più né meno se ne stava come se il lago fosse stato tranquillissimo, Fecer pur tanto i barcaroli che, essendo un poco cessato il vento, si ridussero a Bellano. L’imperatrice smontò ed avendo ripigliato animo e ragionandosi del pericolo grandissimo che avevano corso, domandò a messer Giasone, come esser potesse che egli si fosse di così perigliosa fortuna beffato senza mai mostrar segno di paura. “Serenissima madama, - rispose egli sorridendo – io era sicuro di non perire, perciò che io so che il cuoco di Cristo non è imbriaco, che quella carne che si deve arrostire (inteso, destinata alla graticole dell’inferno, ndr) egli mettesse a lesso”. Risero tutti de la faceta risposta. Ma a me giova credere – insinua il novelliere - che egli, che era prudentissimo, sapesse con viso allegro la paura dissimulare».
Dal Lario alla Brianza. Con una novella (la numero 26 del terzo volume) che diremmo didascalica, C’è una morale, infatti: la troppa familiarità con i superiori «genera disprezzamento» e gli stessi superiori non diano troppa confidenza ai sottoposti. Dice Bandello d’averla trascritta avendola udita «a casa della gentilissima e dotta signora Cecilia Gallerana, contessa Bergamina» dalla voce di Gian Angelo Vismaro.


Una veduta del Monte di Brianza

Protagonista è Biagio (o Biasino) Crivelli «che tutti voi conoscete», anch’egli personaggio storico a cavallo dei due secoli, capitano di ventura tra Lombardia e Veneto, in stretta confidenza con lo stesso Lodovico il Moro. Dopo essersi molto distinto sui campi di battaglia, Crivelli si adagiava in un quieto vivere, distinguendosi pure per generosità. Un giorno, gli chiese aiuto un giovane: si sarebbe fatto prete e aveva bisogno di ottenere dal duca di Milano l’assegnazione di un beneficio parrocchiale. Il capitano «come colui che a tutti avrebbe voluto fare del bene, e tanto più a quelli del suo parentado, gli promise largamente che ne parlerebbe col duca e farebbe ogni cosa per fargli aver l’intento suo». Più volte si rivolse al duca, rinnovando la propria richiesta a ogni morte di parroco. Sentendosi però rispondere come purtroppo quel beneficio fosse appena stato assegnato ad altri. Dopo tanti tentativi, «cominciò il capitano Biagio ad avvedersi che il duca si burlava di lui». E fu in quei giorni che «sul monte di Brianza, ne la terra di Merate (altro, sulla località, non è detto, ndr), vide un prete decrepito che aveva in quei luoghi un buon beneficio. Onde il capitano, senza pensarvi troppo su, l’ammazzo e se ne tornò di lungo a trovare il duca». Al quale chiese appunto conto di quel beneficio: «Il duca, secondo la costuma, gli rispose che era buona pezza che l’aveva dato via. Allora il capitano con alta voce disse: “Corpo di Cristo! Cotesto non è possibile, perché non son tre ore che io l’ho ammazzato, e qui me ne sono venuto su cavalli di posta sempre correndo”. Restò il duca a questa voce tutto stordito; e Biasino, subito montato a cavallo, se n’andò alla volta d’Adda e passò su quello de’ veneziani ove, avendo ottenuta la pace dai parenti del morto, ebbe anco la grazia del duca e dapoi un beneficio per il suo parente, E tutto questo causò per la troppa famigliarità che aveva il buon capitano col suo signore».


Lodovico Il Moro

Ascoltiamo anche un paio di storielle dell’altro ramo del lago, oltremodo pungenti nei confronti di religiosi un pochino contraddittori.
Una prima (la numero 43 del terzo volume) ci racconta la storia di due parroci comaschi, don Anselmo e don Battista, che per avere insidiato una giovane sposa finiscono nudi ciascuno in una botte, derisi dal popolo. In sovrappiù, don Anselmo è attaccato da un cane «che diede un morso in quella faccenda che in mezzo alle gambe gli pendeva e insieme ai due sonagli via di netto gliela strappò».
La seconda (numero 56 del terzo volume) narra del vescovo comasco Gerardo Landriano, il quale «riformò molti monasteri femminili e gli ridusse all’osservanza della religione», che invia un prete «conosciuto per savio» in un convento su per il lago di Como («detto dai buoni scrittori lago “Lario”») affinché riportasse nell’alveo cinque monache un po’ troppo peccatrici. Dopo vani tentativi di redenzione, «elle pervertirono chi loro cercava di convertire e in meno di tre o quattro mesi tutte le ingravidò». All’ira del vescovo, il prete contrappose la parabola dei talenti: «M’hai dato cinque talenti e li ho raddoppiati, eccoti altri cinque su quelli che ho guadagnato». La replica pare divertisse il vescovo che gli ridusse la pena: lo mandò sì in prigione, ma un po’ meno di quanto previsto. «Narrano alcuni altri – la conclusione – la cosa essere accaduta ad un altro vescovo in altri luoghi. Il che può essere, ma avvenne anco al vescovo di Como».


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Dario Cercek
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