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Scritto Sabato 06 marzo 2021 alle 17:40

Lecco: 'un ponte di corpi' in solidarietà a migranti e attivisti lungo la Rotta balcanica

Anche la città di Lecco ha risposto all’appello lanciato da Trieste e questo pomeriggio ha organizzato un flashmob ribattezzato “Un ponte di corpi”. Una quarantina le persone che si sono date appuntamento in piazza Garibaldi per dire stop ai respingimenti dei migranti alla frontiera orientale con la Slovenia e riaffermare il diritto di queste persone ad essere accolte.

L’iniziativa nasce per tenere alta l’attenzione sull’emergenza umanitaria in corso lungo la rotta Balcanica e in Bosnia in particolare: qui circa 10mila migranti si trovano bloccati in un Paese con un sistema di accoglienza precario e insufficiente, in condizioni di vita ben al di sotto degli standard umanitari. Quando provano ad attraversare il confine con la Croazia il più delle volte vengono individuati dalla polizia che li respinge in Bosnia dopo aver loro inferto violenze atroci, documentate da diverse organizzazioni.
Ma il flashmob ha voluto anche mandare un messaggio di solidarietà a Lorena Fornasir e Gian Andrea Franchi, due attivisti dell’associazione Linea d’Ombra di Trieste che nelle scorse settimane, dopo un sopralluogo all’alba nella loro casa da parte delle forze dell’ordine, hanno saputo di essere indagati per il reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.
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Durante la manifestazione i partecipanti si sono simbolicamente infilati in un sacco nero e disposti lungo la piazza esibendo dei cartelli: “Frontiere aperte”, “Aprite le frontiere”, “No ai respingimenti”. Nel frattempo è stata data lettura di un messaggio di Lorena e Gian Andrea, con il quale hanno voluto ribadire il loro “no” alla violenza dei respingimenti dei migranti, al razzismo e alla discriminazione, chiedendo il rispetto del diritto di ogni corpo a muoversi per andare ovunque ritenga di poter vivere una vita degna.

Alcune attiviste lecchesi hanno poi riportato letto delle poesie e riportato le testimonianze di chi dalla rotta ci è passato: un ragazzo afghano di 25 anni, che dopo essere stato respinto otto volte dalla polizia croata in Serbia ha fatto il viaggio legato sotto ad un camion, un giovane di 17 anni bloccato in Bosnia, in preda alla disperazione non poter uscire dal Paese; un altro ragazzo che dalla Turchia è andato a Salonicco a piedi con un gruppo di coetanei; e chi in Italia è riuscito ad arrivarci, sopportando la fatica e la violenza che questo sistema impone.

Sì, perché come ha ricordato nel suo intervento Duccio Facchini, è il sistema europeo che obbliga le persone che vogliono fare una domanda di protezione o semplicemente condurre la propria vita in Europa a subire questo inferno: “Gian Andrea ha 84 e la moglie Lorena 67, perché si sono accaniti così contro di loro? Queste persone, così come le Ong nel Mediterraneo e i volontari internazionali che stanno sulle frontiere, hanno la colpa da un lato di mostrare come funziona il sistema e dall’altro di offrire sollievo ai migranti e questo non è tollerato. I minori a cui i cani della polizia croata azzannano i polpacci, le famiglie e le persone in transito devono uscire da questa esperienza con l’idea che la violenza non è la stortura del sistema ma è il sistema. Chi lo racconta e chi mostra i piedi maciullati di chi riesce ad arrivare nella piazza della stazione di Trieste, mostra il sistema e va rimosso. l’Italia in tutto questo ha una responsabilità enorme”. Come anche il Tribunale di Roma ha riconosciuto in una sentenza in cui condanna il ministero dell’Interno per aver respinto un giovane pakistano alla frontiera con la Slovenia, il quale poi a catena si è trovato di nuovo in Bosnia. “Non si può accettare che questo avvenga in Italia e anche Lecco dovrebbe prendere una posizione chiara, con un ordine del giorno in un consiglio comunale, chiedendo che il ministero si assuma la sue responsabilità”.
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