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Scritto Mercoledì 10 marzo 2021 alle 17:45

Olginate, Maggi: prosegue il processo per le ritenute, 'ho preferito pagare i lavoratori'. Si avvicina l'udienza anche per bancarotta

Lavoratori in presidio fuori dalla Maggi di Olginate prima del fallimento
Ho scelto di continuare a pagare i dipendenti, lasciando indietro lo Stato. Questa in estrema sintesi la risposta data dall'imprenditore Giuseppe Maggi, classe 1936, al viceprocuratore onorario Caterina Scarselli che, senza troppi giri di parole, quest'oggi in Tribunale a Lecco ha chiesto come mai la sua società - la Maggi Group di Olginate, dichiarata fallita nel 2019 - non abbia corrisposto complessivi 2.4 milioni di ritenute. Per tali omessi versamenti - 499.976 euro per il 2014, 738.955 euro per il 2015, 604.410 euro per il 2016 e 543.425 euro per il 2017 - il lecchese, in qualità di presidente del consiglio di amministrazione, si trova a processo con il figlio Corrado che risponde esclusivamente per una annualità essendo divenuto amministratore delegato dell'impresa di famiglia specializzata nella produzione di catene soltanto nell'aprile 2017, per necessità e "sotto ricatto" come ha avuto modo di spiegare personalmente al giudice Nora Lisa Passoni dichiarando di aver dovuto assumere tale carica per supplire il padre temporaneamente fuori dall'azienda in quanto gravato da seri problemi di salute e su "pressione" dei consulenti finanziari e legali a cui si era rivolto per avviare la procedura concorsuale attraverso la quale pensava di poter risollevare le sorti della srl. "Credevo davvero avrei sistemato le cose" ha asserito, commosso. Ed invece - come noto - il concordato non è stato omologato, con conseguente fallimento della Maggi Group ed apertura di un fascicolo per bancarotta fraudolenta a carico ancora suo e del papà (con udienza preliminare fissata per il 4 maggio) nonché del procedimento odierno per quanto attiene le ritenute. "Chiunque nella mia posizione sarebbe finito qui" ha sostenuto Corrado Maggi circa l'omesso versamento a lui attribuito, con esplicito riferimento ai tempi ristretti tra la sua investitura ad A.D. e la data di commissione del reato, tanto più non avendo avuto contezza prima della situazione pregressa, gestita personalmente dal padre. Circostanza quest'ultima confermata anche dal genitore. L'85enne ha spiegato di aver fatto entrare i due figli maschi - Corrado e Giovanni, poi divenuto presidente di Confindustria Lecco - nel Cda nel 2012, più per ragioni di risparmio fiscale che per reale necessità, lavorando già entrambi nell'impresa di famiglia come dipendenti (così come la sorella Chiara), con il primo con competenze tecnico e il secondo nell'ambito del settore commerciale. "Le indicazioni partivano da me" ha aggiunto, ricordando di aver lavorato alla Maggi per 57 anni, i primi 7 come operaio, gli altri 50 come imprenditore e di questi per 45 senza particolari problemi, dividendosi tra gli uffici e la produzione per stare a diretto contatto con quei lavoratori ai quali ha scelto, nei momenti più bui della storia aziendale, di non far mai mancare lo stipendio. "Avevo una conoscenza diretta delle persone" ha sostenuto, a rimarcare come "il signor Pino" non avrebbe potuto sacrificare i suoi uomini. "Quando c'è stata la cassa integrazione, l'abbiamo anticipata come azienda anche se non c'erano risorse", ha proseguito, parlando però anche della drastica riduzione d'organico subita negli ultimi anni favorendo l'esodo verso altre realtà, passando da un centinaio di dipendenti a 55 sul finale.
I cinesi, a suo dire, i grandi colpevoli della fine della Maggi, schiacciata dalla concorrenza da oriente. Circa la sua responsabilità per gli omessi versamenti invece si esprimerà il giudice. La prossima udienza è fissata per il 16 giugno quando verranno sentiti i consulenti dell'impresa. La sentenza è prevista invece per il 15 settembre.
A.M.
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