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Scritto Domenica 04 aprile 2021 alle 17:48

SCAFFALE LECCHESE/41: la Cronichetta narra le origini del convento dei cappuccini

«Desiderando li nostri Padri d'haver un luogo per fabricarvi un Convento nella Fortezza di Lecco o suo territorio» alcuni indicarono la vecchia chiesa di San Giacomo appena fuori le mura del borgo, «altri pretendevano che si pigliasse la piccola Chiesa di S. Gregorio Papa che serviva ed ora serve come di Parrocchia alla Gente di Pescarenico quasi un miglio distante dà Lecco. Finalmente dopo vari dibattimenti, e repliche, fu unanimemente concluso che si accettasse questo secondo partito, mà di servirsi del luogo, e non della Chiesa». Siamo nel 1575 e il racconto è quello che, due secoli dopo, uscirà dalla penna dell'acquatese fra' Bernardo, padre guardiano di quello stesso convento che altri decenni dopo ancora sarà soppresso da Napoleone.

Fra' Bernardo Tartari (da non confondere con un omonimo della stessa famiglia vissuto il secolo precedente) è infatti l'autore di quella "Cronichetta della fondazione del Convento de' Cappuccini di Lecco" che rappresenta uno dei tesori della bibliografia lecchese e testo fondamentale per conoscere le vicende del monastero.

Una veduta di Pescarenico

Vi mise mano nel 1718, lamentandosi dei suoi predecessori che poco avessero lasciato di documentato, costringendolo quindi a faticose ricostruzioni. Che ci hanno permesso di sapere particolari altrimenti rimasti nell'ombra, come ha osservato Angelo Sala in "Pescarenico e il convento di padre Cristoforo" (Parrocchia di Pescarenico, 2009), libro che ci racconta la storia del cenobio prima e della parrocchia poi in quel piccolo paese di pescatori considerato il più manzoniano dei luoghi manzoniani.
La Cronichetta fu compilata tra il 1718 e il 1790, ma per gran parte è opera di fra' Bernardo, anche se alla di lui morte (1737) fu continuata da un fra' Cristoforo da Barzio. Nome, questo, che mandò in visibilio lo studioso bellanese Antonio Balbiani, il quale sosteneva trattarsi proprio di "quel" fra' Cristoforo: ipotesi peregrina, s'accertò. Nell'Ottocento, del resto, andava spesso così lo scrivere di storia: molte suggestioni, poche certezze.

Dipinto del Cerano

Per quanto già conosciuta e consultata - se ne occuparono, oltre al Balbiani, anche Giuseppe Arrigoni, Aristide Gilardi, Uberto Pozzoli, autori ai quali molto dobbiamo per la conoscenza del nostro passato -, la "Cronichetta" fu pubblicata integralmente la prima volta nel 1965 a cura di Bruno Furlani per l'editore Ettore Bartolozzi, con prefazione di monsignor Delfino Nava. Nel 1971, ne uscì una seconda edizione patrocinata dal Comune e prefata da Claudio Cesare Secchi.


Proprio da Secchi - in quegli anni presidente del Centro nazionale di studi manzoniani - Furlani ottenne l'autorizzazione a filmare il manoscritto, ciò che gli consentì di leggerlo e rileggerlo per effettuarne una trascrizione precisa: «Che valesse la pena di accingersi a questa fatica - spiegava - lo si deduce dunque per quel tanto di ricordi manzoniani che il manoscritto contiene per essere quel Convento uno tra i pochi elementi di contorno chiaramente indicati nei Promessi Sposi e per quelle precise notizie sugli ascendenti di Alessandro Manzoni che nel manoscritto si trovano. (...) Non è improbabile che Alessandro Manzoni abbia anche potuto esaminare il manoscritto della Cronichetta....».


A tal proposito, un parroco di Pescarenico, don Giovanni Brandolese, scrisse nel 1988: «Recentemente, a un visitatore del Convento ho mostrato la "Cronichetta" scritta da fra' Bernardo d'Acquate e probabilmente presa in visione e consultata dal Manzoni stesso e vidi, con sorpresa, il turista, innamorato del Manzoni, prendere il manoscritto, stringerselo al petto e poi, con grande rispetto, baciarlo come fosse una reliquia».


«La Cronichetta - le parole di Secchi - linguisticamente è scritta in un italiano non eccessivamente manierato ed ampolloso, con un ritmo di periodo abbastanza sostenuto, con frequenti vocaboli dialettali e locali italianizzati, con una grande bonomia e qualche volta con riuscite punte di ironia».
E davvero, la narrazione di frate Bernardo è piena di episodi storicamente interessanti con qualche appendice curiosa (e gustosa).

Il convento dei Cappuccini a Lecco

Va però avvertito che si tratta comunque di lettura faticosa se non si sia sospinti da granitiche motivazioni. Fortuna ha voluto che in soccorso del lettore meno "attrezzato", siano giunti Gianfranco Colombo e Ambrogio Spada: nel 1988 pubblicarono, sempre per la parrocchia, "Pescarenico un convento una storia". Che è una sorta di guida alla lettura della Cronichetta, con una selezione delle pagine ritenute più significative. A prima vista, un semplice libretto: è invece opera preziosa per contenuto ma anche per confezione grafica con le illustrazioni di Franco Alquati, la riproduzione fotografica di alcune pagine del manoscritto e un'appendice artistica. Introducendoci ai brani scelti dalla Cronichetta, Colombo e Spada ci offrono un racconto storico che ci aiuta a comprendere meglio le note del Tartari. Sulle cui righe originali potremmo inciampare più d'una volta.

Si tratta di un affascinante viaggio in un'epoca remota. Ci sono le pagine dedicate ai grandi eventi: gli Austriaci che nel 1705 presero il posto degli Spagnoli, per esempio, e i lecchesi festosi a ad approvvigionare generosamente di vino ai soldati asburgici di guardia al ponte, i quali «ritornarono al quartiere ubbriachi di mala maniera». Oppure quelle a proposito del primo governatore "alemanno" (il barone Molk di Norimberga), nel 1706 mandato a Lecco per punizione: era luterano ma di quelli un po' "molli" e «sentiva volentieri le nostre messe; ed era nostro amorevole». Morì, il barone, «nel suo Paese di Norimberga, dicono annegato in un fiume».

I teschi nel vecchio cimitero

Ma ci sono soprattutto le pagine della quotidianità spicciola, dai grossi interventi alla semplice amministrazione, che gettano luce sulla vita di una piccola comunità monastica tra XVI e XVIII secolo.
Se le nostre guide - Sala, Colombo, Spada - aggiungono al racconto chiose volte a sottolineare rapporti sereni tra pescarenichesi e convento, non è però difficile accorgersi che in verità non tutto fosse rose e fiori, anzi. E che le più volte rimarcate umiltà e benevolenza dei cappuccini non sempre fossero poi così specchiate o disinteressate: in taluni momenti, il saio non bastava a coprire una certa qual animosità.


La storia dice che Pescarenico era abitato in quella seconda metà del Cinquecento da una dozzina di famiglie di pescatori per i cui bisogni religiosi c'era appunto la non proprio splendida chiesetta di San Gregorio che faceva riferimento alla chiesa principale di Lecco. Lì accanto venne edificato il convento dei cappuccini, il cui ordine abbisognava appunto di una sede in terra lecchese «per haver così maggior comodità d'alloggiare ne' passaggi che facevano li Religiosi venendo da Bergamo per andare à Como ò Domaso». La prima pietra venne posata nel 1576 dal prevosto di Lecco: proprio dalla sua fondazione prende le mosse la "cronichetta", nonostante la stesura sia cominciata solo nel 1718.
Leggendo della "cerca" - l'abbiamo conosciuta nei "Promessi sposi" con fra' Galdino a casa di Agnese e Lucia - siamo informati minuziosamente delle regole che la sottendono; dei territori da visitare perché più generosi ma anche per evitare terreni di cerca altrui; della giornate migliori, quando cioè si potesse sperare di riempire meglio la bisaccia; delle Pasque e dei Natali. A proposito di feste, leggiamo pure dei padri predicatori di passaggio a Pescarenico ai quali gli abitanti garantivano una brenta di vino, quattro libbre di pesce la settimana e a Pasqua un quarto di vitello, la coratella, il fegato e altro, mentre «il pane lo dava il signor Giò Antonio Bonanomi del Porto, come faceva il signor Carlo suo padre». Beneficio che risultava però essere complessivamente troppo oneroso per la comunità che ne chiese, ottenendola, opportuna revisione sul finire del Seicento.
Viene registrato, il terremoto «grande spaventoso» del 12 giugno 1646 «che per lo spazio di un Miserere circa diede tre continuati crolli. Il primo fece ben tremare questo Convento di Pescarenico; il secondo fu molto più impetuoso e formidabile, in modo che se fosse durato più di un Miserere, siccome durò meno, fu tenuto per fermo il total diroccamento del Convento. Si svegliarono tutti li Religiosi e tutti gridavano Gesù, Maria e Misericordia; il terzo crollo fu simile al primo e grazie a Dio non vi fa danno notabile».
Nel 1713, invece a creare panico fu un fulmine abbattutosi sul campanile gettandone a terra la volta che fu necessario rifarlo quasi per intero, ma distrusse travi e tegole del tetto, alcune vetrate, fece crollare anche l'ancona dell'altare con il dipinto del Cerano (che nel Novecento sarà al centro di un "giallo") e tutta un'altra serie di danni per fortuna non alle persone se si eccettuano un frate e un chierico gettati a terra. Meno drammatica ma certamente avventurosa la vicenda di una campana rotta che lo stesso fra' Bernardo portò in barca a Como per cambiarla con una nuova: un viaggio, tra andata e ritorno, della durata di cinque giorni».

Nei primi anni del Settecento, si dovette affrontare un problema più prosaico. Succedeva che, nei giorni freddi, i fedeli trovassero riparo in quello che veniva chiamato Scaldatorio o Lavatorio. Da lì potevano adocchiare la cucina e il frate cuciniere che puliva il pesce o le lumache, venendo così a sapere «prima de' Religiosi quello che si doveva mangiare in Refettorio». Ma non solo: lo stesso fra' Bernardo diede ordine di chiudere anche la loggia dove i frati depositavano le noci e le castagne raccolta durante la "cerca" perché «altrimenti le robbano la maggiorparte; e sanno benissimo il tempo proprio per arrivarci»: i ladri non erano poi forestieri, ma gente del villaggio che si riforniva di quanto poteva: anche di legna o di qualche pagnotta infilata sotto gli abiti.
C'era poi il problema del presepe, caro ai Francescani ma «qui non v'erano né statue, né teste, né mani: e se pure si faceva alcune volte, dovendo li Frati pigliar in imprestito una testa da uno, le mani da un altro: una cosa da una parte, l'altra da un'altra, riusciva un presepio deforme, più di mostri che d'uomini. Risolse però il padre guardiano (che era poi sempre il nostro fra' Bernardo, ndr) di far fare alcune teste, e mani di legno per maggior durata, e furno fatte in Milano».

A proposito di rapporti con la comunità di Pescarenico, si aprì un contenzioso per la sistemazione della piazza davanti alla chiesa dei frati ma anche di San Gregorio il cui sagrato costituiva di fatto il piccolo cimitero del villaggio. La gente "pretendeva" di lasciare che almeno uno solo fosse lì sepolto ancora: «pretensione ingiusta e fuor di ragione; perché si poteva dar'un qualche cervello curioso, che per far la ficca a' Cappuccini anche in punto di morte lasciasse d'esser seppellito su la detta piazzetta, non per motivo di divotione, ma per una pazza soddisfazione; e quando poteva lasciar d'essere seppellito al coperto, nelle sepolture comuni, nell'Oratorio, volesse per mera pazzia essere seppellito all'aria, interrato come un Cane, e per haver la soddisfazione d'ammorbar la piazzetta e li Popoli concorrenti con il suo fetore».


Le nostre guide nella lettura - Colombo e Spada - sottolineano come a questionare fosse soprattutto Francesco Monti detto il Tomaso, «il "sindaco" di Pescarenico col quale i cappuccini non riuscirono mai troppo ad intendersi. Sta di fatto che la querelle si assopì senza mai terminare del tutto e l'uso della piazza sarà sempre occasione di attriti e incomprensioni».
Su quella stessa piazza si affacciavano del resto quelle due chiese in concorrenza, l'una amministrata dal clero secolare, l'altra da quello conventuale. Tra l'uno e l'altro le diatribe non mancavano. A proposito di funerali, ci si accapigliava sulla "proprietà" della salma. Da parte loro, i Cappuccini rivendicavano il diritto di seppellire i benefattori all'interno della propria chiesa: a tal proposito in fondo alla navata erano stati predisposti due sepolcri (ancora visibili oggi), uno per i religiosi e l'altro per i laici, Ma tal diritto il prevosto spesso non era disposto a riconoscere. Oppure, le confessioni: avevano i frati la potestà di confessare i secolari? Prevosto e canonici negavano, giudicando non valide le confessioni rese davanti ai conventuali, provocandone le inevitabili rimostranze. Una contesa sull'appartenenza delle anime, una rivalità continua.

Del resto, ci furono screzi anche con i Padri Riformati del convento di Castello quando questi erano all'opera - tra 1711 e 1714 - per aprire un ospizio a Premana «ultima popolazione della Valsassina, che confina con Girola Terra de' Griggioni nella Valle del Bitto, Cerca di Morbegno». Fu vera battaglia legale: i Cappuccini accusavano i Riformati di andar raccontando bugie solenni a Roma, per strappare il nullaosta. Che la terra di Premana fosse da presidiare perché interamente circondata da eretici. Che se non era del tutto vero, non era nemmeno del tutto sbagliato. Ma ai francescani non garbava proprio un ospizio di Riformati lassù: era pur sempre concorrenza. Dopo tanto battagliare, il progetto dei Riformati naufragò per proprio conto, ma fra' Bernardo si sentì comunque in dovere di mettere i guardia i successori: «Stiano in parata, e vigilanti, accioche se fosse di nuovo mossa questa pietra, si possa andar' al riparo».

Come detto, nel 1810 Napoleone mise fine alla storia del convento. Il complesso venne smembrato e venduto, ciascuna porzione seguì un proprio destino differente e la struttura divenne irriconoscibile- «annoso cruccio per i manzoniani» ebbe a commentare Angelo Sala -, restando "viva" la sola chiesa. Negli ultimi anni si è cercato di recuperare quanto possibile, dovendo naturalmente confrontarsi con le differenti proprietà e antiche atmosfere completamente perdute.

Il convento era sostanzialmente scomparso già alla fine del XIX secolo, ma il borgo diventato città andava ingrandendosi e anche Pescarenico non era più il piccolo villaggio di tre secoli prima. La chiesa del vecchio convento divenne parrocchia a tutti gli effetti con un proprio pastore, un religioso secolare. Da parte loro i cappuccini, che nel 1810 se ne andarono dopo «duecentotrentaquattro anno di esemplare soggiorno da noi» come annotò Aristide Gilardi, sarebbero tornati a Lecco nella seconda metà del Novecento, dall'altra parte della città, ai piedi del monte San Martino. Ma queste - la nuova parrocchia di Pescarenico e il nuovo il convento dei francescani - sono già altre storie con altre pagine a raccontarle.
Dario Cercek
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