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Scritto Lunedì 05 aprile 2021 alle 15:00

La 'zona rossa' rende un lontano ricordo anche la Pasquetta in quel di Consonno

Niente coperte stese sul prato a mo' di tovaglia, niente cestini da pic-nic, niente auto parcheggiate a bordo strada, nemmeno una nuvoletta di fumo ad annunciare la presenza di un barbecue acceso, niente di niente. Oggi più che mai, si addice bene l'appellativo di "fantasma" al borgo di Consonno, meta gettonatissima in epoca pre Covid per l'immancabile "scampagnata" di Pasquetta o per una gita all'aria aperta.

Gruppi di giovani, famiglie con bambini, nonni, chiunque aveva un buon motivo per festeggiare il Lunedì dell'Angelo nella località collinare alle porte di Olginate, divenuta famosa anche oltre i confini del territorio per il suo (breve) passato da "Las Vegas della Brianza", sulla scia delle ambizioni del Conte Bagno di cui è rimasto solo qualche relitto.

Non è stato così oggi. Per il secondo anno consecutivo, non è stato possibile trascorrere la Pasquetta a Consonno. Le restrizioni in vigore in tutta Italia nell'ennesimo tentativo di arginare la diffusione dei contagi hanno bloccato sul nascere qualsiasi tipo di iniziativa pubblica e privata, compresi naturalmente gli eventi organizzati da una decina di anni a questa parte dall'Associazione degli "Amici" per "animare" ulteriormente un borgo che già di per sè, nelle giornate di festa della bella stagione, pullulava di chiacchiere, risate, musica, giochi di bambini e ragazzi, in una parola di vita.
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Nulla di tutto ciò, quest'oggi regnava solo un silenzio surreale tra i prati, la piazzetta principale e le stradine a ridosso del bosco, con il minareto diroccato a dominare dall'alto con i suoi graffiti un panorama deserto come non mai, simbolo emblematico di un isolamento forzato sempre più difficile da tollerare. A rompere la monotonia del luogo - interdetto alle auto, almeno da Olginate - soltanto il rapido passaggio di qualche ciclista, di qualche escursionista solitario, indisturbato nel suo cammino forse senza una meta precisa, "perchè tanto non si può fare niente".

Chiuso, neanche a dirlo, il bar "in centro". Chiusa persino la chiesetta, dove la celebrazione delle messe festive era tornata ad essere una piacevole tradizione. Aperti, se così si può dire, soltanto gli accessi al minareto, a quegli edifici dalla forma arabeggiante di cui ora non resta quasi nulla, se non macerie e il ricordo degli abitanti del tempo, sbiadito come quella scritta che definisce Consonno come "il paese più piccolo ma più bello del mondo".

Non sappiamo se tornerà ad essere tale. La speranza è che, quantomeno, possa regalare al più presto tante altre giornate di festa. Naturalmente "come una volta", senza mascherine e distanze forzate.
B.P.
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