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Scritto Martedì 06 aprile 2021 alle 08:38

Lecco: cresce la richiesta di ascolto da parte degli studenti. Dalle psicologhe per ansie e lutti. E la sensazione di 'sparire'

“Per tutti è difficile dover fare i conti con la limitazione della propria libertà e della propria socialità, ma per chi sta progettando se stesso e il proprio futuro, per chi sta definendo la propria identità, tutto questo ha un impatto amplificato”. Elena Vergani è psicologa al liceo Manzoni e da diversi anni ascolta e intercetta le difficoltà dei giovani studenti lecchesi che vanno a bussare alla sua porta per un confronto. Un confronto di cui non è mancata l’esigenza nemmeno con l’avvento della pandemia: “così come è per le malattie, il Covid non ha cancellato tutto il resto: le problematiche che c’erano rimangono, altre vengono amplificate”. Un aumento delle richieste era stato già riscontrato nei mesi precedenti al lockdown - forse per una maggiore organizzazione pratica - ma quest’anno il servizio è stato raddoppiato: “Fortunatamente c’è stato il potenziamento grazie al protocollo del ministero e dell’ordine degli psicologi: sono passata dall’avere una mattina a due alla settimana. E comunque non ho spazi liberi”.
In particolare, l’incremento di richieste negli scorsi mesi riguarda principalmente situazioni ansiose in cui molti più studenti si trovano a dover convivere: “si tratta di un’ansia disfunzionale: non è utile, non è focalizzata su qualcosa, bensì generalizzata”.
La dottoressa Vergani racconta di un fenomeno per cui la tensione non è più uno stato d’animo riguardante i momenti precedenti ad una prova, ma è diventata una situazione di disagio e inquietudine costanti, che spesso vengono accompagnate da una tendenza a minimizzare la fatica: “è un atteggiamento che ho trovato a volte in modo più frequente: ignorare l’effetto del contesto emergenziale con frasi come ‘non capisco perché sto facendo tanta fatica’, come se non ci fosse consapevolezza della situazione, del fatto che abbiano tolto progetti, socialità, uscite, allenamenti, cinema”, insomma, tutta una serie di attività la cui assenza inevitabilmente porta con sé delle ripercussioni. Una per tutte? Il fatto che sia rimasta solo la scuola - e comunque in una modalità che di certo presenta i suoi limiti - e l’impossibilità di compensare in altri modi un insuccesso ottenuto in quel campo: “Se prendo un brutto voto ci rimugino tutto il pomeriggio, non posso andare a fare una partita a basket”. E magari fare canestro, bilanciando il momento poco gratificante della mattina.
Nell’universo dei pochi stimoli dell’epoca pandemica rientra anche la Dad, sui cui limiti Elena Vergani ha insistito particolarmente per quel che riguarda coloro che hanno cominciato le superiori nel settembre scorso, vedendo e vivendo la loro scuola per due o tre settimane al massimo: “i rapporti sono molto più poveri, sia nell’incontro che nello scontro; penso alle difficoltà che i ragazzi hanno nell’intervenire durante la didattica a distanza, ma anche a coloro che al primo anno mettono in dubbio la propria scelta scolastica: le perplessità sono legate ad una scelta che si poteva ridefinire o alla realtà particolare che sto vivendo?”.
Da ultimo ma non meno importante, con la Dad la psicologa sottolinea un aspetto che all’apparenza può sembrare paradossale. Non dovendo più prendere i mezzi per spostarsi - che tradotto per alcuni significa anche alzarsi due ore dopo la mattina - il tempo “recuperato” è parecchio: “C’è stato qualcuno che ha potuto dormire di più e questa sensazione di avere più tempo a disposizione, paradossalmente, rischia di essere meno sfruttata”.
Ma ad essere passata dalle aule scolastiche ai computer non è soltanto la didattica, ma anche l’attività di sostegno psicologico, come ci conferma una collega, la dottoressa Chiara Pupino, che da 14 anni ascolta e si confronta con gli studenti e le studentesse dell’Istituto Bertacchi. “A partire da maggio siamo passati online e talvolta era difficile ritagliarsi degli spazi di privacy all’interno della casa, specialmente se i genitori non lavorano fuori; in alcuni casi non si poteva proprio su Meet, c’erano situazioni difficili a casa e gli spazi sono ristretti”. Dunque alle necessità imposte dal tempo pandemico si cerca di rispondere come si può, talvolta con soluzioni piuttosto particolari: “Abbiamo cercato di utilizzare tutti i mezzi possibili, dai vocali ai messaggi. In due o tre casi mi sono sentita attraverso la chat privata di Instagram”.
Al di là delle modalità, l’aumento corposo delle richieste la dottoressa Pupino l’ha ricevuto a partire da settembre: “Prima di quel periodo nessuno mi ha cercata perché era morto qualcuno o per casi di ansia importanti. Adesso è tutta un’altra storia: il covid è molto più presente, è arrivata l’ansia, i blocchi nello studio, sono arrivati i lutti famigliari”. Negli ultimi 3-4 mesi gli aumenti corposi nelle richieste degli studenti che si cerca di vedere più spesso per mantenere un contatto più presente: “Sono piena; nei giorni scorsi ho dovuto abbreviare i colloqui per farci stare un paio di persone nuove che mi hanno chiesto un confronto. Intanto sto tornando a vederli ogni due/tre settimane e non più a distanza di un mese. C’è tanto bisogno di ascolto”.
Un ascolto che all’istituto Fiocchi si cerca di dare attraverso la buona volontà e l’impegno di alcuni docenti che hanno deciso, negli anni, di strutturare una rete in grado di intercettare le difficoltà ed eventuali disagi degli studenti e delle studentesse. Tra questi docenti, la professoressa Giuditta Boscagli, che ci racconta di un progetto nato prima della pandemia, con l’obiettivo di contrastare la dispersione scolastica e inquadrare situazioni di difficoltà, sia a scuola che a casa, da indirizzare eventualmente allo sportello 15/24 in cui operano professionisti  dell’Asst. “Questo sportello è stato un aiuto grande per noi, sappiamo che possiamo indirizzare lì alcuni ragazzi perché non basta la nostra generosità, è indispensabile fare rete”. Un aiuto grande anche a seguito dell’introduzione della didattica a distanza, che per la prof. Boscagli “non esiste. Quella che stiamo facendo è un surrogato della didattica che per fortuna c’è, certo, ma l’aspetto relazionale davanti allo schermo è difficile, specialmente nella fascia adolescenziale”. Perché uno dei rischi evidenziati dalla docente è quello di scomparire, specialmente per i più introversi: “se prima con un’occhiata l’insegnante intercettava una difficoltà ora è più complicato. Bisogna accendere il microfono, farsi sentire da tutti e questo spesso mette a disagio”. Un disagio che spesso si traduce in scarsa connessione - “mezzo che diventa un grande alibi tante volte” - per non farsi vedere e “diventa difficile capire se è alibi perché non ho studiato o perché sto vivendo un malessere”. La tendenza, riscontrata dalla professoressa di lettere, è quella di esporsi di meno, di evitare di fare la fatica di relazionarsi che si traduce in una minore percezione delle difficoltà: "Sicuramente intercettiamo molto meno i problemi legati alle relazioni perché tante volte le questioni emergevano negli scontri: inquietudine accentuata in classe, difficoltà di rapporto. Adesso tutta questa parte è molto meno visibile: webcam spenta, microfono spento, cerco di dare il meno fastidio possibile così non mi infastidisce nessuno. Ma così rischiano davvero di sparire dietro ad uno schermo”.
E se l’inquietudine è un sentimento che abbraccia anche i docenti - “a me è capitato più volte di chiudere il computer con un magone infinito perché vedo tanti che si stanno disamorando senza riuscire a far molto” - la convinzione che bisogna ritornare sui banchi è più forte che mai: “La didattica è solo a scuola. A casa stiamo rispondendo ad un’emergenza che dopo un anno non dovrebbe più esserci”.
In conclusione, se il ritorno sui banchi pare essere più vicino – da domani è previsto almeno per i più piccini - il grande nodo sarà riuscire a riabituarsi a gesti e attività che la pandemia ha lasciato in sospeso perché, come ricorda la dottoressa Vergani in chiusura di conversazione, “dopo il grande sforzo di adattamento che il Covid ha richiesto sarà necessario riscoprire alcune abitudini pre-pandemia”.
Anna Airoldi
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