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Scritto Mercoledì 07 aprile 2021 alle 08:47

Lecco: aumentano gli accessi allo sportello 15/24, ''perché la pandemia chiude le prospettive sul futuro''

L'Informagiovani a Germanedo, sede dello sportello 15/24
A volte bollati come untori, altre pontificati come esempi da seguire per il rispetto nei confronti delle restrizioni. A seconda delle narrazioni i giovani sono stati oggetto di complimenti o rimproveri, mentre sono stati gli unici - per dirla con un recente editoriale - a non avere “un sindacato che li tuteli, un presidente di regione che li rappresenti, un partito che se ne faccia carico”. Tant’è che al principio delle restrizioni, la prima istituzione a chiudere i battenti è stata proprio la scuola, seguita, dopo qualche settimana, da tutti gli altri luoghi di socialità e ritrovo.
Ed è proprio di socialità e ritrovo, di incontri e di scontri, che si sente la mancanza a più di un anno di distanza dalle prime chiusure, così come hanno potuto notare gli psicologi che lavorano allo sportello 15/24 di Lecco. Una struttura con sede all’Informagiovani nata nel 2018, con l’obiettivo di intercettare il prima possibile eventuali disagi o difficoltà, prima che si trasformino in psicopatologie o disturbi più strutturati: “Come Asst ci siamo accorti che i ragazzi arrivano tardi ai servizi, perciò abbiamo cercato un partner - il Comune di Lecco e l’Informagiovani - per trovare un luogo diverso da quello sanitario e poter fornire un sostegno durante due momenti di svincolo importante: l’adolescenza e la maturità, il passaggio alla scuola superiore e la conclusione del percorso di studi, ovvero le fasi in cui avvengono la maggior parte delle crisi”, ci racconta la dottoressa Carmen Baldi, psicologa.
Un servizio che, grazie alla sua presenza sul territorio da più di due anni, ha consentito di fornire una risposta immediata alle problematiche che il Covid ha portato con sé: “Far nascere un servizio in epoca di pandemia è molto complicato, anche perché anche noi siamo stati costretti a chiudere nel primo lockdown, mantenendo in remoto tutte le terapie attive”. Terapie che hanno riguardato, in parte, anche l’elaborazione della situazione traumatica che ci ha avvolto, assistendo - anche qui, con il passare dei mesi e l’alternarsi delle restrizioni - ad un progressivo aumento delle richieste: “All’inizio l’impatto era piuttosto sottovalutato, nessuno si lamentava della dad, c’era un po’ di angoscia e paura. Da novembre in poi abbiamo assistito al grosso della crisi con un’esplosione degli accessi a gennaio: abbiamo registrato il triplo delle richieste”. Se la media dello sportello è di 10 ragazzi e ragazze nuovi al mese, a gennaio la struttura ha registrato 25 nuovi accessi, mentre al momento il servizio sostiene una sessantina di casi. “La durata media di un percorso è di circa un anno: alcuni ragazzi arrivano e si rimettono dopo pochi colloqui, altre sono situazioni più complesse che teniamo in carico quanto necessario. Alcuni ragazzi sono in carico da due anni, ma sono una piccola parte”.
Secondo la dottoressa Baldi proprio la chiusura delle scuole è uno degli elementi che ha causato l’aumento delle richieste: “Negli accessi di questi mesi i ragazzi hanno riportato blocchi rispetto allo schermo, la fatica di rapportarsi nella dad”. Una fatica dietro allo schermo che viene però trascinata anche in presenza, perché “il ritiro a casa è diventato una sorta di bolla per cui il ripristino delle relazioni dal vivo diventa faticoso anche se desiderato”.
Un’altra questione, invece, riguarda il disorientamento diffuso: “l’incertezza generale del mondo adulto in pandemia, le scelte fatte rispetto alla scuola in presenza o in dad: non c’era un binario in grado di contenere quello che accadeva, proprio a partire dagli adulti e i giovani si sono ritrovati molto spesso soli (a casa) e disorientati dalle reazioni degli adulti”.
Un’incertezza generale - presente già prima, ma che ora è diventata più diffusa “perché la pandemia chiude le prospettive sul futuro” - a cui si uniscono le tappe negate dell’adolescenza.
E mentre il mondo rimane in sospeso all’esterno, tra le mura di casa aumentano ansie e paure, come sottolineato dalla dottoressa Chiara Lanfranchi, psicologa al 15/24 e referente del servizio Sert: “Notiamo la tendenza a mettere in discussione le loro risorse e la capacità di stare nei momenti di tensione o fatica emotiva. Questa chiusura è un ritiro, un isolamento che mette a contatto con paure e angosce che si alimentano o autoalimentano”. Perché se prima l’ansia pre-verifica veniva poi superata nell’andare a scuola e sottoporsi alla prova, ora è più difficile trovare possibilità per affrontare paure e angosce anche in autonomia: “dietro uno schermo l’ansia rischia di essere alimentata ancora di più: ci sono quelli che si sconnettono, applicando meccanismi di ritiro, e chi era già un po’ evitante rischia di diventare invisibile”, anche sul fronte della didattica perché “la difficoltà di concentrazione è maggiore e se non capisco lascio andare, senza interrompere”.
La professionista è chiara sul fatto che a mancare, di questi tempi, è lo spazio della sperimentazione: “fare delle prove, su di me, trovare quello in cui mi riconosco di più, vivere la paura di essere interrogato perché anche questo è crescita”, e quindi annullare qualsiasi possibilità di mettersi in gioco e definirsi come individui.
E se lo sfogo e la sperimentazione all’esterno sono negate, tende a concretizzarsi il rischio di alleviare ansie e paure attraverso lo stordimento: “sostanze o esperienze forti permettono di non sentire più niente, quindi anche lo star male, i disagi”, senza che vi sia un’effettiva ricerca di soluzioni e strategie alternative. La dottoressa Lanfranchi, in particolare, punta i riflettori sulle problematiche legate alle iperconnessioni: “una digitalizzazione spalmata non solo sulle ore scolastiche - pensiamo ai compiti da consegnare online, le chat con gli amici, ma soprattutto i  videogiochi fino a tarda sera - portano ad disturbi del sonno, difficoltà nell’addormentamento, ritmi disorganizzati e alterati dai telefoni che rimangono accesi a tutte le ore della notte”.
E mentre la psicologa ammette che, al momento, “quello che si sente è proprio tanta fragilità”, guardando al futuro ciò che ci aspetta è “una sfida per farli tornare a scuola, perché non è così scontato che se apriamo gli istituti loro siano pronti con lo zaino ad entrarci. Ci sarà da ritessere insieme, rimettere una punteggiatura alle giornate per smuovere il desiderio, perché si stanno un po’ spegnendo e adattando passivamente a questa situazione”.
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A.A.
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