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Scritto Mercoledì 07 aprile 2021 alle 12:32

In viaggio a tempo indeterminato/173: il popolo che corre

80 km.
Sono tanti in macchina.
Ma a piedi sono un'infinità.
Non che io abbia mai provato.
Il massimo che ho fatto di recente sono 20  km di camminata e a me quella è bastata come impresa epica.
Ma nel nord del Messico, in mezzo a un canyon gigantesco, molto più esteso del Grand Canyon americano, vive una popolazione che 80 km li considera una passeggiata.
Gli spagnoli, quando sono venuti a colonizzare queste terre, li hanno chiamati Tarahumara, ma il loro nome reale è Raramuri che significa proprio "persone che corrono".
Corrono, corrono, corrono è quella la loro unica "arma" di difesa.
Solo a leggere tre volte la parola "corrono" a me è venuto il fiatone, ma i Raramuri sembrano essere nati per farlo.
Sarà per il fatto che da sempre vivono in un territorio molto isolato, dove le strade non sono altro che sentieri sterrati che si inerpicano sulle pareti rocciose del canyon.
Lo sa bene Carmencita, la nostra macchina, che per raggiungere queste terre si è dovuta sorbire polvere, curve, buche ma soprattutto le nostre urla di paura (ok, solo le mie perché Paolo era impegnato ad evitare che precipitassimo nello strapiombo!)

VIDEO


https://youtu.be/hCsUML02A44

Arrivati sani e salvi in fondo al canyon, dopo aver baciato l'asfalto, ci siamo avventurati nelle piccole e colorate stradine di Urique con la speranza di incontrare i Raramuri.
Sapevamo che non sarebbe stato facile dato che questa popolazione preferisce vivere isolata, in capanne o grotte, per mantenere vive le sue antiche tradizioni.
Nella piazza della città, appesi ai muri di quello che sembrava essere il municipio, ci ancora i manifesti dell'ultima ultra-maratona 2020.
Si tratta di una gara di corsa ideata proprio per i Raramuri che prevede un percorso di 80 km.
Non sono proprio una grande appassionata di corsa, ma mi è capitato di vedere in TV le persone che tagliavano il traguardo della maratona di New York. Erano stremati, giustamente stanchissimi. Ecco, erano solo a metà strada rispetto alla gara per i Raramuri.
"Sì, corro la maratona di 80km. Ci metto più o meno 9/10 ore."
Ci dice sorridendo il signor Luis Angel quando vede le nostre facce stupite.
"E corre con i sandali?"
"Certo, questi!" ci risponde lui indicandosi i piedi.
In effetti mi stavo dimenticando un altro piccolo dettaglio.
I Raramuri non usano scarpe da corsa.
Per le ultra-maratone indossano le stesse calzature che usano tutti i giorni: gli huaraches.
Si tratta di sandali fatti con lacci di pelle intrecciati.
Questo tipo di calzatura permette al piede di essere molto libero, quasi come se si camminasse a piedi nudi.
Su YouTube si trovano vari tutorial per costruirseli da soli e Paolo ha già mostrato un certo interesse.
Anche se nel suo caso si tratterebbe di un'evoluzione rispetto alle infradito, per ora sono riuscita a dissuaderlo.


Dopo aver letto dell'ultra-maratona e degli huaraches, i Raramuri erano diventati immediatamente la mia tribù indigena preferita.
Non che io abbia una vera e propria classifica.
La realtà è che resto sempre molto affascinata da queste tradizioni così particolari e ogni volta che ho l'occasione di poterne scoprire una nuova, mi si accende una enorme curiosità.
E allora mi metto a cercare informazioni, a capire cosa altro ci possa essere dietro una popolazione che vive in grotte e corre come neanche Forrest Gump.
La prima cosa che mi colpisce sono i vestiti.
Le donne indossano gonne lunghe a pieghe dai colori molto accesi e con motivi floreali.
Fucsia, giallo fluorescente, arancione.
Le osservo camminare per le strade del paesino, con la testa coperta da un foulard o portando i bambini sulla schiena dentro una fascia.
Non sono abiti eleganti e mi ricordano un po' le gonne estive che mia mamma mi comprava da bambina.



Gli uomini, invece, indossano un pantaloncino bianco che arriva sopra il ginocchio e una casacca arancione.
In mezzo a questo canyon gli abiti colorati dei raramuri risaltano e stupiscono.
E mentre me ne sto lì, seduta sulla panchina della piazza, a leggere delle loro tradizioni, quei vestiti colorati attirano costantemente la mia attenzione.



Magia bianca e magia nera.
Gli sciamani come guardiani che sovrintendono la comunità e gli unici in grado di mettere in contatto gli uomini con le divinità.
Il male identificato con l'uomo bianco che invade le terre e inganna.
La danza come forma di preghiera, per chiedere perdono, per ringraziare per il raccolto o la pioggia.
Leggo affascinata di questa popolazione, delle sue tradizioni, di una cultura antica che si è mescolata a quella dei colonizzatori spagnoli.
E tra quelle parole la mia mente vaga e non riesco a fare a meno di pensare all'enorme fortuna che ho.
Mi trovo qui, ad osservare da vicino un mondo così lontano e intrigante da sembrare il frutto dell'immaginazione di un bravo scrittore.
È in momenti così che mi rendo conto che la mia vita è più magica di ogni fiaba che io abbia mai letto.
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