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Scritto Domenica 18 aprile 2021 alle 19:54

L’inclusione al voto ai sedicenni si coniuga con il diritto di esserci come soggetti attivi e attori della destinazione sociale

La pandemia sta costruendo un futuro che sta disegnando una nuova mappa sociale con scarti generazionali che avrà una ricaduta nella partecipazione alla gestione della cosa pubblica. E' il virus che sta ponendo delle richieste di cambiamento come quella di dare il voto ai giovani di sedici anni.
Già negli anni novanta, il professor Giovanni Bollea, fondatore della neuropsichiatria infantile, persona che ha dedicato tutta la sua vita ai bambini e ai ragazzi, propose di consentire ai sedicenni di votare per il sindaco, ritenendo questa una  «prova» per farli sentire cittadini, appartenenti a una comunità locale e dunque in grado di incidere sul governo della propria città o paese. La proposta lungimirante di Giovanni Bollea riguarda il concetto di inclusione dei giovani alla partecipazione diretta della cosa pubblica.
E' l'inclusione sociale al voto che permette di costruire un processo consapevole e maturante. Costruire steccati generazionali non è funzionale al processo sociale. E' la struttura organizzativa di questo sistema economico, commerciale e sociale che tende a costruire classi generazionali contrapposte.
Oggi i ragazzi di sedicenni sono considerati ancora degli infanti. Come mai i ragazzi sedicenni  delle brigate nere o quelli della resistenza invece erano considerati in grado di intendere e di volere da che parte stare? Allora sì, adesso no!!.
Ci sono giovani sedicenni nei quartieri, nelle periferie, lontani dal controllo della macchina istituzionale che affrontano questioni complesse di sopravvivenza per sé e per la loro famiglia. A sedici anni si è in grado di distinguere il sale dal grano, l'acqua dall'olio, il male dal bene.
Giovanni Bollea, un grande per la psicologia e la medicina, è riuscito a sollecitare un Disegno di Legge sul voto ai sedicenni. E' stato presentato al Senato il 20 luglio 2007: decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267, per il riconoscimento del diritto di elettorato attivo al compimento del sedicesimo anno di età, limitatamente alle consultazioni amministrative comunali a firma del Senatore Bobba e altri.
«Onorevoli Senatori. – Lo strumento partecipativo che, più di ogni altro, rappresenta il simbolo del coinvolgimento diretto dei cittadini nella vita dello Stato – il diritto di voto – sta vivendo oggi una grande crisi. Questo «scollamento» fra la politica e la società civile impone una seria riflessione su strumenti e meccanismi in grado di riavvicinare le istituzioni democratiche alle esigenze della collettività e di aumentare la potenzialità inclusiva degli strumenti di rappresentanza... Nel nostro Paese la fascia degli elettori più anziani (ultra 65enni) supera quella più giovane (under 35).  Secondo questo scenario l’Italia potrebbe diventare un Paese di anziani governato da anziani. I giovani verrebbero a rappresentare una minoranza, con tutte le conseguenze che tale prospettiva comporterebbe per esempio sul versante del welfare, con politiche sociali ripiegate sui bisogni degli anziani e il deteriorarsi progressivo della coesione sociale. Questo costituisce un problema da affrontare, sia perché è un difetto per un regime democratico che voglia promuovere partecipazione ed inclusione, sia perché implica conseguenze economiche e sociali negative...In Italia circa il 20 per cento dei minori, quasi 2 milioni, vive in famiglie che fanno fatica a raggiungere la fine del mese, con un reddito inferiore al consumo per beni non durevoli. Siamo cioè in presenza di una nuova forma di disuguaglianza: quella generazionale.
Il secondo dato attiene invece alla partecipazione elettorale dei giovani tra i diciotto e i venticinque anni, che è significativamente più bassa rispetto alle generazioni adulte e anziane... L’Austria ha già da tempo abbassato a sedici anni di età il requisito anagrafico per l’esercizio del diritto di voto, per tutti i livelli di governo, mentre in altri Paesi si sta tuttora svolgendo un intenso dibattito sull’opportunità di adottare per via legislativa analoghe misure.
Rimangono tuttora inferiori o coincidenti a tale soglia altri limiti anagrafici fissati dalla legislazione vigente: dall’età minima per l’imputabilità penale, stabilita in quattordici anni (articolo 97 del codice penale, sempre che l’autore del fatto abbia capacita` di intendere e di volere), all’età minima per contrarre matrimonio, fissata in sedici anni. La fissazione a sedici anni della soglia anagrafica per l’accesso all’elettorato attivo alle elezioni comunali deve dunque ritenersi adeguata per una duplicità di motivi. Da un lato, si tratta di un’età senz’altro compatibile con l’acquisizione di una maturità e di una coscienza critica sufficienti ad esprimere un orientamento di voto pienamente consapevole.»
Il voto va esteso come in Austria per tutti i gradi. Siamo di fronte a un cambiamento epocale. La questione dell'inclusione generazionale ha radici più profonde e più articolate nel tempo. C'è la necessità di rompere la retorica generazionale che separa in fasce la cittadinanza attiva da quella passiva.
A sedici anni si è in grado di procreare, lavorare, studiare, immigrare, migrare, navigare con gli strumenti del cyber, quindi si è anche di votare. Una società infantilizzante, come l'attuale, disequilibrata, produce delle distorsioni, delle turbative profonde.
L'evento pandemico ha messo in evidenza questa distorsione del conflitto generazionale costruendo l'oggetto persecutorio del male del contagio a vantaggio o a svantaggio dell'essere giovane o anziano. E' una retorica che non tiene e incrementa un conflitto generazionale che potrebbe tradursi in uno scontro per la sopravvivenza. L'inclusione al voto si coniuga con l' accesso all'adultità e alla cittadinanza, al diritto di esserci come soggetti attivi e attori della destinazione sociale.
Dr. Enrico Magni
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