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Scritto Domenica 02 maggio 2021 alle 15:31

SCAFFALE LECCHESE/45: i libri dedicati alla matematica Maria Gaetana Agnesi, che visse sul ''colle''

Vanto locale. Però, un pochino tirato per i capelli: diciamola poi tutta. Del resto, se mille letti d'albergo in giro per l'Italia sono commemorati da altrettante lapidi per aver dato il riposo d'una notte a Garibaldi, qual male sarà mai il considerar propria gloria colei che su questi colli qualche giorno in più l'ha poi passato? Che siano stati vacanze da fanciulla o ristori da anziana.
Dunque, sul colle di Montevecchia, la villa che fu Agnesi e oggi è Albertoni ha ben il diritto di magnificare come nelle proprie stanze «Maria Gaetana Agnesi qui giovanetta e ottuagenaria allietò nella pace la sua vita umile e grande». Così come, con altrettanto diritto, di analoghe lapidi si fregino le altre due ville brianzole della famiglia di Pietro Agnesi: a Bovisio Masciago alla Valera di Varedo.

Maria Gaetana Agnesi

In realtà è una storia - ma che storia! - pressoché tutta milanese, quella di Maria Gaetana Agnesi che fu enfant prodige arrivando a inusitate vette dello studio filosofico e matematico per poi gettare tutto alle ortiche e dedicarsi all'assistenza dei poveri - anzi, delle povere - e in ciò consumando il proprio patrimonio.
Matematica e mistica, fu "la scienziata santa" del Settecento come era intitolato un libro pubblicato nel 1984 da Rizzoli (e riedito nel 2018 da Castelvecchi). Autrice, Giovanna Tilche, studiosa e ricercatrice milanese dalla storia drammatica: nata nel 1957, era «in procinto di iniziare una carriera accademica in Logica» quando le venne diagnosticata la sclerosi multipla con la quale convisse fino al 2017 anno della morte.
Si tratta sostanzialmente del primo libro moderno, dopo qualche apologia, dedicato a Maria Gaetana Agnesi.

Prima che di lei, v'è comunque da parlare del padre Pietro, figlio di un mercante di seta e deciso a ottenere un titolo nobiliare: finì (o principiò) con l'acquistare il feudo di Montevecchia, l'unico sul mercato in quel momento e peraltro appartenuto in passato al parentado della prima moglie, Anna Brivio (che è poi cognome da Brianza lecchese). In tutto, Pietro Agnesi si sposò tre volte e fu padre di 21 figli.

Una volta - vorrebbe la tradizione -, nobili si era e non si diventava, ricorda Tilche: «Già nel Seicento però la rigidità di queste regole si era andata allentando, presto scricchiolò l'intero sistema ed i titoli nobiliari vennero messi all'asta e venduti come la farina dal panettiere. Prima che la politica riformatrice di casa d'Austria invertisse la tendenza, in molti, nella capitale lombarda, tra borghesi arricchiti, banchieri e mercanti, acquistarono così un feudo e con esso il titolo nobiliare, ormai magari un po' logoro e stracciato dall'eccesso di consumo, ma, se ben lustrato, pur sempre luccicante. Pietro Agnesi, veloce come un fulmine, si accodò alla generale tendenza ed acquistò il suo feudo a Montevecchia» entrando «di prepotenza a far parte della migliore aristocrazia milanese. A fianco del salotto dei Borromeo, dei Simonetta, dei Castiglioni, delle Accademie Archinti ed Imbonati, dove si svolgevano mondane riunioni di studiosi e letterati, si aprì così anche il salotto degli Agnesi».

Vi era un gran via vai di nobili e dotti, personaggi illustri, nomi altisonanti in quel salotto in cui l'Agnesi sfoggiava come attrazione la propria primogenita, Maria Gaetana appunto, tanto timida quanto acuta e intelligente, dalle incredibili doti di apprendimento che il padre colse e stimolò, nonostante gli usi del secolo prevedessero ben altre occupazioni, che non gli studi, per una femmina: «Fu un gesto coraggioso quello di don Pietro e, per quei tempi, orientato del tutto controcorrente. Se in altri campi della vita egli si mostrò soltanto gretto e arraffone, assettato di denaro e di riconoscimenti sociali, almeno in quell'occasione sfoderò una dote nascosta, un intuito fuori dal comune che gli permise di rendersi conto delle straordinarie possibilità della sua figlia maggiore». Che imparò a parlare sette lingue, arrivò alle vette della filosofia e si gettò poi nella matematica con risultati straordinari. Arrivando nel 1748 a pubblicare le "Instituzioni analitiche ad uso della gioventù italiana" alle quali aveva lavorato nei dieci anni precedenti e al quale «attinsero anche e soprattutto le generazioni più mature e che segnò, per l'Italia, il vero e proprio punto di svolta diffusionale dell'analisi».

Fu la prima donna a pubblicare un libro di matematica. Lo ricorda Massimo Mazzotti, autore di un altro volume ("Maria Gaetana Agnesi e il suo mondo. Una vita tra scienza e carità", pubblicato negli Usa nel 2007 e in Italia da Carocci nel 2019). «Quando apparve, la sua opera costituiva la più chiara e completa introduzione a quello che, ai suoi tempi, veniva considerato un ramo esoterico delle scienze matematiche. In seguito alla sua pubblicazione, Agnesi divenne una celebrità locale o, meglio, una curiosità; non c'è testo di storia della matematica che non le riservi alcune righe, spesso accompagnate da un ritratto enigmatico. La biografia vaga e concisa contenuta in quelle righe è stata ristampata, con poche variazioni, fino ai tempi recenti. Fatta eccezione per queste pittoresche note di colore a margine dell'autorevole storia della matematica - vale a dire quella interessata al canone occidentale della razionalità e alla sua ordinata successione - ben poco si è pubblicato su di lei. Il libro della Agnesi è parso irrilevante all'interno della più ampia genealogia delle matematiche moderne, marginalità sancita dal fatto che non associamo al suo nome alcun particolare teorema o avanzamento concettuale, se non una curva, piuttosto inutile».

La villa di Montevecchia dove visse la matematica

La curva in questione è "la strega dell'Agnesi" - come ricorda Tilche -: la strega era in realtà la versiera, curva già studiata da Fermat e da Grandi, il cui nome storpiato da qualcuno in "avversiera" e tradotto in "strega", faceva comparire l'Agnesi come una fattucchiera non per un qualche incantesimo o filtro magico, ma soltanto perché ella stette a studiare quella "strega" seduta a tavolino e ne tracciò un accuratissimo disegno».
Che è illustrazione principe relativa all'iconografia della nostra studiosa e che tra l'altro è stata pure riprodotta sulla pavimentazione della piazza del municipio di Varedo (a proposito di vanti locali).

Nel frattempo, a intrattenere gli ospiti nel salotto della casa paterna di via Pantano, a Maria Gaetana si era unita la sorella Maria Teresa, musicista promettente. Per le due sorelle - bambine e poi adolescenti e infine donne - quelle esibizioni dovettero però essere un vero supplizio.
Ne erano prova gli stati di malessere fisico nella quale spesso la stessa Gaetana soggiaceva. La prima volta era accaduta proprio durante un soggiorno a Montevecchia dove «le due sorelle Agnesi - si legge in Tilche - si trasferivano, con insegnanti e precettori (...) per trascorrere lunghi periodi di studio nella tranquillità campestre al riparo dalla chiassosa schiera dei fratellini. Ad accompagnarle era spesso il nonno Giacomo Alfonso Brivio che stravedeva per le due nipotine».
Un'altra volta nel 1739, quando aveva chiesto di monacarsi, ricevendo un rifiuto da parte del padre, al quale riuscì però a imporre nuove abitudini domestiche.

Racconta Mazzotti: «In primo luogo, Graziana chiese di potersi vestire in modo discreto, prendendo le distanze dallo stile vistoso del padre. Voleva poi far visita alla basilica di San Nazaro (dove era stata battezzata), e altre parrocchie in città, a suo piacimento. Infine espresse la volontà di non frequentare balli, spettacoli teatrali e altri divertimenti mondani. Gaetana, che aveva quindi deciso di ritrarsi dai luoghi e dai rituali della visibilità sociale, vedeva nella sua scelta il primo passo verso un coinvolgimento più significativo e reale con il mondo. Forte della convinzione che Dio l'avesse destinata a stare al mondo per assistere e dare sollievo "alla languente umanità" chiese il permesso di operare come volontaria all'Ospedale Maggiore, per occuparsi delle donne povere e malate».

Nel 1748, all'indomani della pubblicazione delle "Instituzioni analitiche" rifiutò la cattedra che papa Benedetto XIV le offrì all'Università di Bologna (non prima di un gran dibattito - sul quale Tilche si sofferma per qualche pagina - all'interno dell'ateneo sull'opportunità di accogliere una donna nel corpo docente).
Poi, nel 1752 morì Pietro Agnesi e, se la sorella Maria Teresa ne approfittò per convolare subito a nozze forse prima impedite, Gaetana «abbandonò in via definitiva la conversazione per dedicarsi completamente alle opere caritatevoli. Avvertiva altresì che il suo impegno nelle matematiche si era concluso con la pubblicazione delle "Insituzioni analitiche" e che era tempo di passare oltre. L'attenzione di Gaetana si concentrò sulla popolazione urbana femminile delle classi più povere, e il suo scopo principale divenne fornire assistenza e istruzioni a orfane, prostitute, anziane, malate e inferme».

E' il libro di Giovanna Tilche a raccontarci quella che ormai era diventata la missione di Agnesi. Mazzotti, che è docente di storia della scienza a Berkeley in California, si sofferma più sul lato matematico. Inoltre, gli amanti delle avventure estreme, possono affrontare lo studio di Franco Minonzio inizialmente pubblicato sul Periodico della società storica comense e nel 2006 edito da "Lampi di stampa". "Chiarezza e metodo. L'indagine scientifica di Maria Gaetana Agnesi" il titolo del volume che si concentra sull'evoluzione del pensiero matematico in Italia e sul posto in esso occupato appunto dalle "Insituzioni".
Degli anni dedicati alle malate - vale a dire dal 1752 alla morte avvenuta nel 1799: e sono quaranta, molti di più di quelli dedicati alla filosofia e alla matematica - ci racconta più diffusamente Giovanna Tilche offrendoci anche un quadro sull'assistenza ai poveri di quei tempi, sulle confraternite religiose osteggiate perché «accusate, nell'Europa illuminista, di praticare una carità alla cieca e di aumentare a dismisura il numero dei mendicanti e dei vagabdoni, offrendo loro ospizi troppo confortevoli e lavori troppo leggeri».

Inizialmente, Gaetana accolse le prime inferme nella stessa casa di accolte nella stessa casa di via Pantano trasferendosi successivamente, per non dare disturbo alla famiglia, in uno stabile di Porta Vigentina e poi in Porta Romana: «Il denaro iniziava a scarseggiare e presto il suo procacciamento divenne un'assillante ossessione. Sebbene l'erede primogenita delle famiglie Agnesi-Mariani e Brivio fosse da tutti considerata una facoltosa signora, con l'assistenza ai poveri e le donazioni ai bisognosi i suoi averi si erano inesorabilmente consumati come la cera di una candela».

A poche centinaia di metri dal Duomo - allora ancora un cantiere aperto - nel 1771 venne aperto il Pio Albergo Trivulzio dove Gaetana prestò la sua opera: ebbe anche incarichi dirigenziali che rifuggiva per poter assistere personalmente gli ospiti ricoverati.
Al Trivulzio, Gaetana restò fino alla morte nel 1799, spegnendosi a poco a poco: il fisico si debilitava, la vista veniva a mancare, le forze se ne volavano via.

«Quando ormai non restava quasi più nulla da fare - scrive ancora Giovanna Tilche - (il fratello) Giuseppe prese a essere oltremisura preoccupato per le condizioni di salute della sua amatissima sorella maggiore. (....) Con l'andare del tempo, piano piano, uno dopo l'altro, se ne erano andati quasi tutti i componenti della loro bella e numerosa famiglia: il babbo li aveva così improvvisamente lasciati ormai da tanti anni, dei fratelli maschi era rimasto lui solo, e al mondo, di sorelle, perché anche Teresa era stata portata al cimitero qualche anno prima, gliene erano rimaste solo due, la giovane Paolina e lei, Maria Gaetana, la più cara, la tanto amata. A vederla così, malata, ricurva, affaticata, Giuseppe aveva il cuore gonfio e si lasciava prendere talvolta dallo sconforto, non sapendo decidersi se desiderare di prolungarle la fatica o renderle più lieve la pena». Per la stessa Gaetana si era venuto formando «attorno a lei quel desolante cimitero che diventa la vita per chi è destinato a sopravvivere agli affetti più cari. Vide scomparire uno dopo l'altro i suoi più affezionati maestri...».

E allora, il fratello Giuseppe «amorevolmente la costrinse a recarsi nelle ville di Montevecchia, di Masciago e della Valera, facendo di tutto perché il soggiorno in campagna fosse oil più prolungato possibile, affinché il cambiamento d'aria le potesse giovare».
E fu l'ultima volta che Gaetana vide quegli angoli di Brianza: il 9 gennaio 1799, morì: «Com'era consuetudine in quegli anni turbolenti e napoleonici, Maria Gaetana Agnesi fu tumulata nel camposanto fuori Porta Romana in una fossa comune con quindici povere vecchie, con quelle povere donne cui era stata così a lungo compagna». Su quella fossa, una succinta iscrizione: «Maria Caietana Agnesi pietate, doctrina, beneficentia insignis. Una piccola pietra che basta a ricordare una gran donna».

Nel cuore di Milano, a poche centinaia di metri dal Duomo finalmente completato, il palazzo che tra il 1771 e il 1910 ospitò il Pio Albergo Trivulzio ormai non c'è più, distrutto dai bombardamenti su Milano tra il 13 e il 15 agosto 1943, gli stessi che rasero al suolo il palazzo della famiglia Agnesi in via Pantano.

Il Pio Albergo si trovava in quella che oggi si chiama via della Signora (toponimo dall'origine oscura e oggetto di mille interpretazioni e invenzioni): al suo posto l'Azienda energetica municipale. Incastonata nel muro, una lapide ricorda come «Maria Gaetana Agnesi, nelle scienze matematiche sapiente gloria d'Italia e del secolo suo, nella scienza del bene sapientissima, in questo albergo dei vecchi poveri, umile ancella di carità, morì nell'anno 1799»: l'iscrizione, dettata da Emilio De Marchi, nel 1899 fu appunto murata sull'ancora esistente ospizio e nel 1948 ricollocata sulla parete del nuovo palazzo sorto sulle macerie dell'albergo per poveri.

La villa di Montevecchia oggi è ancora abitata dai discendenti di quegli Albertoni ai quali passò in proprietà dopo gli Agnesi e che a volte aprono le porte per visite guidate. La villa Agnesi-Mariani di Bovisio passò pure di proprietà, ma ora è un condominio: pur mantenendo le linee architettoniche originarie, è stata frazionata in numerosi appartamenti. La villa alla Valera di Vedano, invece, è ormai solo un rudere avvolto dalla vegetazione cresciuta selvaggia. Anche la lapide commemorativa - e che celebra l'impegno assistenziale di Gaetana e della sorella Paolina - porta i segni del tempo.

Dario Cercek
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