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Scritto Domenica 09 maggio 2021 alle 08:19

SCAFFALE LECCHESE/46: 'il prete alpinista che diventò Papa', Pio XI raccontato da Ronzoni

Papa non lo era ancora, quella volta dell’ottobre 1913, in cima al Grignone. Probabilmente, nemmeno lo immaginava: all’appuntamento con la Storia mancavano ancora nove anni. Un nulla di fronte all’eternità della Chiesa, ma pur sempre un buon passo per la caducità d’un uomo: nella fattispecie Achille Ratti, brianzolo di Desio, prete e uomo di libri (prima alla Biblioteca Ambrosiana e poi a quella Vaticana), prete e alpinista (con un curriculum di tutto rispetto), prete e poi arcivescovo e infine, appunto, pontefice con il nome di Pio XI.


Don Achille Ratti

Di don Ratti ci parla Domenico Flavio Ronzoni, docente liceale, appassionato ricercatore storico: “Il prete alpinista che diventò papa” è il titolo di un libro edito nel 2009 da Bellavite.
Sulla figura, sul magistero e sulle scelte politiche di Pio XI, il dibattito e le polemiche sono ancora aperti, avendo peraltro la congiuntura storica determinato che il suo pontificato (dal 1922 al 1939) coincidesse temporalmente con l’era trionfale del Fascismo. Qui non entriamo nel merito delle questioni politiche che porterebbero lontano dal nostro punto d’osservazione, più modestamente rivolto a paesaggi locali. Lo stesso Ronzoni sorvola, concentrando l’attenzione sul prete-alpinista.  Anche se, allargando lo sguardo, è tentato di disegnare qualcosa come una storia dell’alpinismo cattolico. O, meglio, una storia cattolica dell’alpinismo, stante la considerazione che la presenza dei sacerdoti cattolici nella conquista delle vette «è stata spesso volutamente ignorata e cancellata».


Domenico Flavio Ronzoni

In apertura e quasi in chiusura del volume, ci si addentra dunque in riflessioni sull’”alpinismo cattolico”, concetto «che potrebbe far sorridere, ma né i sorrisi né il sarcasmo stupiscono più in un’epoca in cui non pochi si battono per estromettere i segni del cristianesimo dai luoghi pubblici e in cui anche la montagna è stata coinvolta in questa polemica che vorrebbe liberarla dai segni della fede che generazioni di alpinisti hanno voluto porre sulle vette dell’arco alpino». Testimonianza anche questa – aggiunge l’autore - di come le vicende della montagna e dall’alpinismo si intreccino strettamente con quelle della società e della storia e dunque «assume particolare evidenza, in un volume come il nostro, il rapporto tra il mondo cattolico e la montagna».



Spiega Ronzoni: «E’ vero che se, dalla fine dell’Ottocento, si affievolisce il ruolo del clero in termini di prestazioni alpinistiche (e Achille Ratti è forse l’ultimo sacerdote a lasciare traccia di sé nell’alpinismo di alto livello), è anche vero che i cattolici e le loro sempre più numerose e agguerrite associazioni cominciano a vedere nelle montagna un campo di azione dalla duplice valenza: proporre un modo sano di passare il tempo libero all’aria aperta, cristianamente segnato dalla celebrazione comunitaria della santa messa, in esplicita alternativa alla laicità delle gite del Club Alpino Italiano, e “occupare” simbolicamente le montagne con i segni della fede, come le statue e le croci di vetta, per affermare una presenza e una vitalità della Chiesa e dell’associazionismo cattolico, quando ancora il “non expedit” era in vigore e quando molti avrebbero voluto rinchiudere i cattolici nelle sagrestie».



Al proposito, ci vien comunque da commentare a margine che quella di impedire ai cattolici la partecipazione alla vita politica fu scelta di Pio IX, deciso a non scendere a compromessi coi Savoia usurpatori e con il liberalismo della classe dirigente dell’Italia unita.
Del resto, nella prime pagine del libro, lo stesso Ronzoni parla della grande frattura che il “non expedit” provocò nella società italiana ottocentesca «che non mancò di riflettersi anche sulla posizione dei sacerdoti sia nei confronti della pratica alpinistica sia in merito alla loro adesione alle sezioni del Club Alpino Italiano». E nella “conquista” delle vette alpine da parte di religiosi si suole sottolineare un’immancabile componente spirituale: «le montagne apparivano come un grande libro le cui pagine erano state scritte da Dio». Poi, c’erano anche i risultati alpinistici, come quelli di don Giuseppe Gnifetti, parroco di Alagna in Valsesia, che diede il nome a una delle punte del Monte Rosa.


Nonostante talune resistenze, c’era un gran via vai di «giovani sacerdoti che si avventuravano verso le vette più alte, sospinti da un’aria nuova che anche il clero inevitabilmente respirava». Eredi anche – leggiamo – di coloro che a cavallo tra Settecento e Ottocento facevano del loro conquistar vette una forma di lotta alle superstizioni popolari secondo cui le cime erano popolate da creature mostruose.



Molti di questi sacerdoti erano appassionati di botanica, di mineralogia, di geologia, di zoologia» e a noi lecchesi vien da pensare ad Antonio Stoppani che pure trova spazio in questo libro: indicato quale maestro indiretto dello stesso don Ratti che in seminario aveva seguito le lezioni del vulcanologo Giuseppe Mercalli, allievo dell’abate lecchese. «Non è privo di significato – scrive Ronzoni – mettere in evidenza questa singolare concatenazione di personaggi (Stoppani-Mercalli-Ratti), uomini di fede e di scienze, legati dall’amore per le scienze della terra e per le montagne».
Achille Ratti era nato nel 1857 a Desio, dove il padre Francesco – originario di Rogeno - si era trasferito sei anni prima per dirigere come direttore la filanda Conti poi fallita, costringendo l’intera famiglia a traslocare in Piemonte. Ordinato sacerdote nel 1879, tre anni dopo don Achille venne inviato a reggere la parrocchia di Barni in Vallassina, zona ben conosciuta bene avendola frequentata da ragazzo quando soleva andare ad Asso dallo zio don Damiano. Fu in quelle circostanze che cominciò ad apprezzare i monti, scarpinando su per il Palanzone e il San Primo o incantandosi davanti allo spettacolo delle Grigne di là dal lago.



Don Achille concentrò tra il 1885 e il 1913 – quindi tra i 28 e i 56 anni di età - un’intensa attività alpinistica ricostruita nel libro attraverso le stesse relazioni vergate dal sacerdote e conservate alla Biblioteca Ambrosiana: complessivamente un centinaio di ascensioni dalle più impegnative alle più semplici, partendo da Legnone e Grigne per arrivare al Monte Rosa, al Cervino, al Monte Bianco, al Gran Paradiso alla Marmolada. Solitamente accompagnato da un altro sacerdote, don Luigi Grasselli, pure brianzolo (nato ad Arosio): un diario famigliare di Macugnaga li segnala il 29 luglio 1889 “passare” per il Monte Rosa «con grande scandalo di tutti» seppure non spiegandone le ragioni. Che è nulla, comunque, al confronto dell’avventura di Fenestrelle, quando vennero sorpresi senza documenti dai carabinieri e arrestati come vagabondi restando poi reclusi per due giorni interi.



Ronzoni mette in fila le relazioni di don Ratti (alcune pagine sono pubblicate in appendice) sulle varie ascensioni che, qui, non è il caso di elencare: si va dalle arrampicate brevi alle grandi traversate, tra vette e ghiacciai, notti all’addiaccio e inevitabili momenti drammatici. Uno per tutti: 1888, Gran Paradiso: secondo alcuni biografi, avrebbe salvato una guida in procinto di precipitare.



Osserva Ronzoni: «Su alcune storie dell’alpinismo si legge che la via Normale di salita al monte Bianco da Courmayeur era chiamata “Via Ratti-Grasselli”. Alla stessa accoppiata Ratti-Grasselli era intitolata la via (prima italiana) sulla “himalayana” parete est del Monte Rosa, che i due percorsero raggiungendo da Macugnaga la Punta Dufour, realizzando successivamente la prima Traversata del Colle Zumstein per poi scendere verso Zermatt. Questo accadeva verso la fine dell’Ottocento e non ci stupiamo se l’oblio ha poi fatto dimenticare ai più i nomi dei protagonisti. Pochi, immagino, anche tra in salitori di queste vie, si saranno chiesti chi fossero i due personaggi (…) e forse molti si sarebbero stupiti nell’apprendere che si trattava di due sacerdoti.»



La quasi trentennale stagione alpinistica del futuro papa sembra essersi appunto chiusa con l’ultima salita al Grignone nell’ottobre 1913. Quanto meno, non sono state rinvenute note successive. A questa particolare escursione, in occasione del centenario nel 2013, Ronzoni ha anche dedicato un libriccino a parte (“Grignone. L’ultima cima del papa alpinista”, pure edito da Bellavite).


Quella gita venne laconicamente annotata da Ratti in pochissime righe: «1913 – Ottobre. Grigna Settentrionale dalla Capanna Releccio per il Canalone; permanenza di quattro giorni alla capanna della Vetta e discesa per Esino». Tutto qui.
Con così poco materiale, Ronzoni decide di raccontare a modo suo quell’ultima salita.
Viene ricordata un’altra escursione in vetta al Grignone che il sacerdote effettuò in compagnia del giovanissimo nipote Franco nel 1911, due anni prima dunque, documentata da diverse fotografie. E’ proprio il giovane a parlarne in un paio di lettere inviate allo zio da Griante, dove la famiglia Ratti era solita radunarsi per i periodi di villeggiatura: «Ti mando alcune fotografie fatte durante la nostra grande ascensione. Le altre te le invierò appena saranno pronte. Non so davvero come ringraziarti ancora per il divertimento che tu mi hai procurato. Quei quattro giorni che abbiamo passato lassù in montagna sono stati i più belli delle mie vacanze. Se tu sapessi come amo la montagna! Forse solo tu potrai comprendermi, tu che hai conquistato tante superbe vette, che hai potuto calcare nevi vergini del piede umano. Qui, il tempo si è volto ancora al brutto: la neve cade abbondantemente sui monti e fa un frescolino delizioso che mi fa pensare a certe ore passate in Grigna».


“Leggendo” le fotografie, Ronzoni ci racconta: «Raggiunta da Esino la Capanna Releccio (più volte ristrutturata e ampliata, divenne poi l’attuale Rifugio Bietti), sul versante occidentale del Grignone, la comitiva formata da quattro o cinque persone, dopo avervi probabilmente pernottato, affrontò la salita alla cima percorrendo la “via del Canalone”. Nei pressi della cima trovano un po’ di neve e finalmente li vediamo giungere al Rifugio Brioschi che allora era chiamato Capanna Grigna Vetta: in una delle foto vediamo don Achille e il nipote Franco sul “balconcino” del rifugio. Due fotografie di quella serie parrebbero riferirsi alla discesa sul versante settentrionale della montagna, parzialmente innevato, probabilmente con l’intento di raggiungere il Rifugio Bogani e da lì tornare al Passo del Cainallo e quindi a Esino Lario. Non ci è dato sapere come impegnarono quei quattro giorni sulla Grigna Settentrionale, né se la piccola comitiva di escursionisti coinvolse nella “gita” anche la Grignetta. Certo è che il Grignone era montagna molto amata da don Achille Ratti.»


Poi, Ronzoni si immagina un Ratti di molti anni dopo: nel 1936, già papa dunque, tre anni prima della morte. Lo descrive meditabondo, una sera, al momento di coricarsi, mentre col pensiero va proprio a all’ultima salita sul Grignone che era ricerca di solitudine e di un momento di preghiera.
Dopo l’ultima vetta, gli impegni di don Achille erano diventati sempre più intensi: proprio dal 1913 viceprefetto della Biblioteca Vaticana a Roma, nel 1921 arcivescovo di Milano, nel 1922 la tiara pontificia. L’anno seguente proclamerà san Bernardo di Mentone patrono degli alpinisti e inserirà nel Rituale Romano «la formula propria per benedire gli attrezzi, la corda, le piccozze e quant’altro indispensabili agli alpinisti per le loro ascensioni».
«Non lascerà più Roma – scrive Ronzoni - e chiuderà i suoi occhi per sempre senza  aver rivisto le tante amati Alpi: molto probabilmente ne sentiva la mancanza, forse provò anche nostalgia per quei favolosi momenti passati sulle vette più alte, ma, da uomo deciso qual era, sapeva che ora i suoi doveri erano altri, e certamente gravi, per permettersi di seguire nostalgicamente ricordi pur belli ma ormai affidati al passato».
Un occhio per la montagna l’aveva comunque. Del resto, i suoi anni di pontificato «videro uno sviluppo eccezionale dello sport alpinistico, quale forse l’alpinista don Achille non avrebbe mai immaginato. Innanzitutto si è ormai realizzato il distacco di coloro che affrontavano le montagne, sempre più spesso cittadini, dalla figura della guida; si assiste alle ultime grandi imprese degli inglesi sulle Alpi (…). L’alpinismo italiano si era ormai liberato dalla sudditanza rispetto agli inglesi, agli austriaci e ai tedeschi, proponendo nomi come quelli di Emilio Comici, di Giusto Gervasutti, di Riccardo Cassin, che negli anni Trenta conseguirono molti successi su molte pareti delle Alpi».


Pio XI nel 1923

«Papa Ratti – ci dice ancora Ronzoni - è a tutt’oggi l’unico Pontefice al quale sia stato intitolato un rifugio alpino  e, fatto eccezionale, ciò accadde mentre era ancora in vita. Per la verità, i rifugi erano addirittura due. Pochi ricordano che il primo a essergli dedicato fu voluto dalla Federazione degli oratori milanesi» alla bocchetta di Trona, tra Valvarrone e Val Gerola e inaugurato nel 1924. Vicino, in una vecchia fortificazione della Grande Guerra venne anche ricavata una cappella. Il rifugio venne poi distrutto dai nazifascisti nel 1944 e non risorse più: alla bocchetta di Trona rimangono oggi i ruderi. C’è ancora, invece, il rifugio del Cai Desio inaugurato nel 1926 in Val Venosta.
In proposito, una postilla è comunque doverosa: va infatti ricordata nella nostra Val Biandino la Casa Alpina costruita tra 1907 e 1909 e intitolata a Pio X (ce la racconta Alosio Bonfanti).


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Dario Cercek
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