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Scritto Domenica 06 giugno 2021 alle 17:32

FATE COSE, VEDETE GENTE

Stefano Motta
In cima alla mia personale hit-parade di insegnanti da reindirizzare ad altre professioni ci sono sempre stati i “possessivi”. Quelli che dicono “i miei alunni”, la “mia” classe, la “mia” materia. Capita di solito che siano molto amati fintanto che la loro aura di influenza ricade sugli allievi. E molto insultati quando i loro studenti passano all’ordine di scuola superiore e scoprono di avere enormi buchi nella preparazione. Di norma questi stessi fanno gran danno anche all’interno del Consiglio di Classe, vituperando i colleghi. Tra l’altro pare che questo disturbo sia pressoché endemico nei docenti di Lettere, ragion per cui io dovrei tacere.

Ma c’è una categoria che splafona l’hit parade degli sbagliati, ed è quella degli insegnanti-guru che puntualmente nel mese di giugno producono le loro perle. Consegnano ai loro studenti le indicazioni per i compiti estivi, e invece di qualche romanzo da leggere, di un po’ di esercizi di matematica da svolgere, di qualche percorso di ricerca e di studio da condurre, sciorinano i loro consigli a metà tra bovarismo e vanverismo: “Fate passeggiate, ascoltate il rumore del vento, raccogliete i fiori nei prati, guardate l’arcobaleno dopo i temporali, assaggiate tutti i gusti di gelato, respirate a pieni polmoni nel bosco, raccogliete conchiglie…”.

Questi testi onirici da scuola del Fantabosco hanno di solito grande presa nel mondo dei social, piacizzati, linkati, rilanciati fino a diventare virali: una specie di paraletteratura pedagogica a così alto tasso glicemico che in confronto il libro “Cuore” è il “Mein Kampf”.

Sarà l’età che rammollisce o forse l’esperienza che addolcisce, ma io quest’anno mi trovo d’accordo con loro.

Sono fermamente convinto che ciò che di più importante sia andato perduto durante questi ultimi due anni di scuola non siano stati i contenuti ma proprio quella dimensione sociale dell’apprendimento che sempre fa la differenza, sia in termini di crescita umana di ciascun allievo sia in termini di effettivo successo scolastico.

Gli alunni che possono fare un’esperienza condivisa diventano alunni migliori. Imparano più cose, in modo più approfondito e duraturo. Perché imparano dall’esperienza, propria e degli altri.

E la fantasia. Abbiamo perso quell’imponderabile capacità di pensare in modo divergente, di trovare soluzioni originali, di smarrirsi in ragionamenti contorti per poi ritrovare il filo, tutto ad un tratto. Si chiama “insight creativo”, a voler parlar forbito. E non c’è prova di verifica strutturata in DAD che possa misurarla. Anzi, lo stillicidio di test a risposta chiusa non fa che mortificarla, di continuo. E la fantasia è un muscolo: se non lo alleni, si atrofizza.

L’altro giorno, salutando i miei alunni di Quinta e facendo il solito fervorino pro maturità dicevo loro: “studiate fino all’antivigilia del vostro colloquio. Il giorno prima dell’esame andate al lago, andate in montagna, andate in bici (senza farvi male, che se no poi è un guaio), non state sui libri per la secchiata finale, che non solo non serve a niente ma è persino deleteria: fate altro!”.

Succede sempre anche a me, nella mia professione di scrittore: prima di mettere le dita sulla tastiera e iniziare un nuovo progetto, dopo mesi di letture accumulate e studi e ricerche e idee, prendo la bici da corsa e vado a perdermi per le salite del Triangolo Lariano. A ogni tornante se ne vanno le nozioni da saccente, i particolari fuorvianti, le informazioni pedisseque, le idee lapalissiane. Quando torno a casa, ciò che ha resistito ai crampi e alla fatica, ciò che mi è rimasto in mente, è il nocciolo buono da cui partire.

Per questo non ho condiviso sin da subito il Piano Estivo di Recupero degli Apprendimenti proposto dal MIUR, e mi fanno paura slogan come “La scuola non si ferma”.

La scuola deve fermarsi, d’estate.

Bisogna fare altro, tutti.

I docenti, perché devono ricaricarsi, leggere libri nuovi, studiare, curiosare metodi diversi, visitare luoghi belli, per potersi ripresentare in aula a settembre diversi, migliori, ancora più ricchi – umanamente e culturalmente – di quando a giugno hanno salutato i loro allievi.

E anche i ragazzi, per le stesse identiche ragioni.

Per cui, da martedì, quando suonerà l’ultima campanella di questo anno ancora balordo come il precedente, ascoltate me: girate in giro, muovetevi, conoscete, fate cose, vedete gente.

Stefano Motta
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