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Scritto Lunedì 07 giugno 2021 alle 15:26

In cinque anni nel lecchese hanno chiuso 43 filiali di banche, persi 190 posti di lavoro con la formazione di un 'grande vuoto'

I freddi numeri non sono in grado di raccontare storie, ma dietro alle cifre, spesso, si nascondono persone in carne e ossa, ognuna con il proprio vissuto particolare e irripetibile. Eppure, i freddi numeri possono restituire una fedele panoramica dei fenomeni in corso. Il sistema bancario, tanto a livello generale quanto in particolare nel territorio lecchese, non fa certo eccezione.
Qui i freddi numeri ci dicono che, negli ultimi cinque anni, si ha avuto un forte ridimensionamento del numero delle filiali nel lecchese e, di conseguenza, del personale dipendente. Le cifre sono quelle ufficiali messe a disposizione dalla base statistica della Banca d’Italia. Scopriamo quindi che, a fine 2015, in Provincia di Lecco c’erano 247 filiali che davano lavoro a 1.420 persone. Al 31 dicembre 2020 si sono ridotte a 204 per 1.230 dipendenti. Un saldo decisamente negativo, segno di una tendenza consolidata nel tempo. E la pandemia è stata ininfluente rispetto ai processi in corso.



Clicca sui grafici per i dati di anno in anno
 



Davide Riccardi (foto Cgil Lecco)
“Il settore bancario a livello generale si sta contraendo, la dinamica occupazionale non è espansiva e i piani industriali degli istituti maggiori hanno tutti come obiettivo la riduzione delle filiali e degli organici. Questo fenomeno si ripercuote anche sul territorio della Provincia di Lecco” ci spiega Davide Riccardi, segretario generale Fisac Cgil Lecco. “Tutte le banche lo fanno per gli stessi motivi. Innanzitutto, per ridurre i costi. Poi perché la digitalizzazione riduce la necessità di servizi allo sportello. Tutti i grandi gruppi bancari offrono automaticamente e contemporaneamente i propri servizi sul web in parallelo agli sportelli, che ormai si occupano solo di consulenza finanziaria sugli investimenti o di mutui, prestiti e assicurazioni. Nel nostro Paese però c’è una larga parte di popolazione, soprattutto gli anziani, che non ha accesso ai servizi digitali, a differenza dei più giovani che non hanno difficoltà a fare tutto con lo smartphone” prosegue Riccardi. “La riduzione della rete degli sportelli è un problema reale, non abbiamo ancora capito se qualcuno coprirà questi vuoti che si vanno comunque a creare, soprattutto adesso che si apre la partita del Recovery Plan. C’è in corso una discussione su quanto di questi fondi arriverà all’economia più vicina ai territori ed è necessario che anche il sistema bancario partecipi ai tavoli istituzionali. Con la rarefazione delle filiali, ora che ci saranno da distribuire le risorse, il sistema bancario sarà in grado di interfacciarsi con le istituzioni locali?”.

In attesa di capire se c’è una risposta a questa domanda, nel frattempo non si fermano i sommovimenti interni al sistema bancario. La Banca Popolare di Sondrio, che si era opposta in tutti i modi alla riforma renziana che imponeva la trasformazione delle banche popolari in società per azioni, si è dovuta arrendere e ora è oggetto di attenzioni da parte di altre realtà, in particolare di BPER ma anche di Unicredit, che potrebbe acquisire BPS e Monte dei Paschi per diventare così il secondo polo nazionale dopo Intesa San Paolo. Il Credito Valtellinese è stato acquisito dal Crédit Agricole, mentre negli scorsi mesi UBI è confluita nel gruppo Intesa San Paolo. A resistere sul territorio, almeno per il momento, sono le banche di credito cooperativo, che seguono logiche diverse.

Tutte queste dinamiche macro, ovviamente, hanno ripercussioni anche sul territorio, dove poi molti comuni si ritrovano sprovvisti di uno sportello. L’ultimo caso è quello di BPM che proprio in questo periodo sta tagliando filiali e dipendenti. Ma, quando si parla di lavoratori in esubero, bisognerebbe sempre ricordarsi che dietro ai freddi numeri ci sono le storie e i vissuti di persone in carne e ossa.
Mi.C.
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