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Scritto Venerdì 11 giugno 2021 alle 09:00

Valmadrera: celebrata la conquista del McKinley a 60 anni dalla spedizione tutta lecchese

Il ricordo dei sessant’anni dalla conquista della vetta del McKinley, 6.194 metri in Alaska (la vetta più alta del Nord America), da parte di una spedizione tutta lecchese ha concluso la decima edizione di “Monti sorgenti”, la tradizionale rassegna primaverile del Cai Lecco che quest’anno si è svolta soprattutto con appuntamenti on line.
Per la chiusura si è però preferito un incontro in presenza, tenutosi ieri sera (10 giugno) al centro Fatebenefratelli di Valmadrera, proprio per celebrare il sessantesimo di quell’impresa coronata dal successo il 19 luglio 1961, quando un’ora prima di una mezzanotte con il sole tutti e sei gli alpinisti della spedizione posarono il piede sulla vetta: guidati da Riccardo Cassin, c’erano Luigino Airoldi,  Gigi Alippi, Giancarlo Canali, Romano Perego e Annibale Zucchi. A piantar le tradizionali bandierine e lasciando a ricordo un crocifisso e una statuetta di san Nicolò.

Riccardo Cassin in un frame tratto dal documentario

«E senz’altro, in quel momento, abbiamo pianto tutti» come ricordava Alippi nel documentario realizzato da Paola Nessi dieci anni fa in occasione del cinquantesimo, un estratto del quale è stato proiettato nel corso della serata valmadrerese assieme al documentario “ufficiale”, quello realizzato nello stesso 1961 con le riprese effettuate in prima persona da Cassin.
Oggi Cassin non c’è più, come non c’è più Alippi e come non ci sono più Canali, Perego e Zucchi. Dei protagonisti d’allora rimane il solo Luigino Airoldi, novantenne, che non poteva certo far mancare la propria testimonianza. A raccontare della sorpresa per il telegramma di congratulazioni arrivato dall’allora presidente americano Jhon Fitzgerald Kennedy: «Pensavamo a una scherzo e invece saremmo dovuti andare a incontrarlo a Washington, ma in quel periodo era venuto fuori un “risotto”, proprio un gran “risotto” con la faccenda della Baia dei Porci (l’invasione Usa di Cuba per abbattere Fidel Castro: fu uno dei momenti più critici della Guerra Fredda, ndr)». A ricordare anche di come non fu solo un exploit sportivo, ma anche  una grande esperienza d’amicizia: «Non c’è mai stato uno screzio. Neanche con l’Annibale che con me non parlava molto. Anzi, gli davo pure da leggere “Topolino”…»

Luigino Airoldi

Dopo il saluto del sindaco Antonio Rusconi, sono state Anna Masciadri e Marta Cassin a ricordare la genesi e la storia di quell’ascensione lungo l’inviolata parete Sud. Un’impresa restata nella storia «anche se non ha “bucato lo schermo” per diversi motivi: non si trattava di un Ottomila, perché tutti gli alpinisti sono saliti in vetta e tutti sono tornati a casa e non era scontato, ma  anche perché a raccontarla era Riccardo Cassin. Che lo faceva alla sua maniera: “Siamo arrivati, siamo saliti, siamo scesi e siamo tornati a casa”. Proprio così, semplicemente, senza tanti fronzoli».

Airoldi con il sindaco Antonio Rusconi

In quel primo scorcio degli anni Sessanta del Novecento – dopo che nel decennio precedente c’era stato l’assalto agli Ottomila asiatici – sotto la Grigna ci si chiese perché non organizzare una spedizione interamente lecchese. Fino ad allora, infatti, una spedizione tutta “nostra” (nata e preparata qui, con alpinisti di qui) non c’era ancora stata.  Fu Carlo Mauri a lanciare l’idea del McKinley: anch’egli avrebbe dovuto essere della partita, ma venne messo fuori gioco da quel maledetto infortunio sciistico che avrebbe avuto non poche conseguenze nella sua vita (ma  questa è già un’altra pagina di storia).
In quel 1961, l’alpinismo lecchese aveva il suo “grande vecchio” – lo chiamavano così nonostante avesse solo 52 anni – ed era appunto Riccardo Cassin, punto di riferimento dell’alpinismo mondiale. Solo tre anni prima aveva firmato, con Walter Bonatti e proprio Carlo Mauri, la conquista del Gasherbrun IV, ascensione ancora oggi irripetuta.

Airoldi, Guido Cassin e Anna Masciadri

Approvata la spedizione, trovati i finanziamenti, la squadra tutta lecchese partì in giugno per New York, proseguendo per Anchorage e quindi per i ghiacciai e poi su, lungo la parete di granito e ghiaccio. Diciannove giorni di arrampicata con molte spole su e giù per portare in quota il materiale (nove quintali complessivamente) perché lì non c’erano mica i portatori himalayani. Poi il successo e tre giorni di discesa terribile: Canali si ritrovò con i piedi congelati, non riusciva più a calzare gli scarponi. Gigi Alippi gli cedette le proprie scarpe di renna di due numeri più grandi e si adattò a scendere soltanto con qualche paia di calzettoni ai piedi.

Guido Cassin

Gli strani casi della storia hanno voluto che oggi il McKinley non si chiami più così – avendo ormai ripreso l’antico nome Denali – mentre sulla parete Sud rimane la Via Città di Lecco. «Anche se gli americani si ostinano a chiamarla Cassin Ridge – ha detto Guido Cassin, figlio di Riccardo e presidente della Fondazione che ricorda il grande alpinista - è una tradizione loro ma quella via non ha mai cambiato nome, si chiama ancora Città di Lecco. Di quell’impresa ad Anchorage si ricordano ancora: c’è un piccolo museo e c’è pure una via Riccardo Cassin, all’epoca una strada periferica diventata centrale, oggi che la città si è estesa. Mentre Lecco sta ancora aspettando….»

«A volte – aveva detto in apertura il sindaco Rusconi – bisogna davvero andare altrove per scoprire i nostri grandi. Noi che abitiamo qui siamo abituati a sentire ripetere i loro nomi e non ci facciamo caso: sentiamo Cassin come sentiamo Manzoni. Poi, vai a Roma e ti chiedono di Cassin, poi arriva Reinhoild Messner e dice che è venuto a trovare il maestro, non “un” maestro, ma “il” maestro …»
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D.C.
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