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Scritto Domenica 13 giugno 2021 alle 12:05

SCAFFALE LECCHESE/51: Ghislanzoni e la "leggenda nera" del violinista Paganini

Niccolò Paganini, il «maggior violinista che la Storia ricordi» recita la Treccani: vissuto tra Sette e Ottocento, era «dotato d'un eccezionale intuito violinistico, che lo condusse a divinare tutte le risorse dello strumento (solo in parte intravedute dai virtuosi che lo avevano preceduto), egli sbalordiva per l'ardimento delle scoperte, per la rapidità, la naturalezza e la perfetta intonazione con le quali superava i passaggi più scabrosi, per la spiccatissima personalità».

Niccolò Paganini

Tanto talento finì con l'essere giudicato inumano e solo un patto col demonio avrebbe potuto esserne acconcia giustificazione: con la fama crebbero così anche tenebrose leggende. Particolarmente apprezzate dai frequentatori della letteratura gotica. Alla quale, volle dare qualche proprio contributo anche il nostro Antonio Ghislanzoni con alcuni racconti «pubblicati nel maggio del 1868 sulle appendici del giornale ebdomadario "Figaro" e raccolti in volume nello stesso anno con l'intrigante titolo di "Racconti incredibili", mutuato forse dalla prima, parzialissima, edizione milanese (1863) di Edgar Allan Poe, intitolata appunto "Storie incredibili"».
Dobbiamo queste righe al "ghislanzonista" Gian Luca Baio, curatore di una moderna anche se non recentissima edizione dei "Racconti incredibili", pubblicata nel 1995 dalla lecchese Periplo di Gianfranco Colombo e Paolo Savardi, con più seducente titolo: "Il violino a corde umane". Che è poi il principale dei racconti, quello dedicato alla leggenda nera di Niccolò Paganini.
«Correva l'anno 1831 - tale l'incipit - Paganini, il diabolico Paganini, si era prodotto al teatro dell'Opera in sei concerti, suscitando entusiasmi anche maggiori di quelli che lo avevano accompagnato nelle sue trionfali escursioni in Italia e in Germania. In presenza dell'artista fenomenale, alcuni professori d'orchestra del grande teatro avevano spezzato i loro strumenti».

In realtà, il racconto di Ghislanzoni ha come protagonista «un altro violinista dotato di una abilità straordinaria, ma tuttora ignorato nel gran mondo dell'arte. Si chiamava Franz Sthoeny», tedesco di Stoccarda che a 35 anni «era rimasto orfano e solo»: «Al morire della madre che lo aveva adorato, che aveva esaurite per l'unico figlio tutte le economie di un patrimonio assai tenue, Franz si era accorto di essere povero». Unico appoggio, il suo vecchio maestro di musica Samuele Klauss che gli indica appunto il violino quale maniera per guadagnarsi da vivere. Esibizione dopo esibizione, Franz arriva a ritenersi «superiore a tutti i più rinomati violinisti ch'egli aveva udito nella capitale della Francia». Fino all'incontro con Paganini. Ascoltato il quale, crolla il mondo dei due tedeschi: «Noi altri non siamo buoni a nulla».
Lo sconfortato allievo è però soccorso ancora una volta dal vecchio maestro: «Eppure tu hai torto, Franz; io ti ho insegnato quanto può insegnare un maestro, e tu hai tutto imparato ciò che l'uomo può imparare dall'uomo. Qual colpa ci ho io, se questi dannati italiani, per primeggiare nel regno dell'arte, hanno ricorso alle ispirazioni del diavolo ed agli obbrobri della magia?...». E cioè: Tartini che diede anima al suo violino «incorporando in esso lo spirito di una vergine», mentre Paganini «per comunicare al proprio istromento i gemiti, i gridi desolati, le note più strazianti della voce umana, si è fatto assassino dell'uomo che più gli era affezionato sulla terra, e coi visceri della sua vittima ha composto le quattro corde del suo violino fatato».
Il racconto prosegue con il vecchio maestro che si sacrifica per la gloria dell'allievo che può così dotare il proprio violino di "corde umane" e precipitarsi a sfidare Paganini nell'esecuzione di «quella diabolica composizione che si intitola "Le Streghe"».
Non vi diremo come va a finire. Diciamo semplicemente che la chiusa è alla Ghislanzoni, il quale anche in questo caso non resiste all'istinto sarcastico.
"Il violino a corde umane" è un racconto breve, una decina di pagine soltanto: poca roba nella sterminata e varia produzione di Antonio Ghislanzoni, autore infaticabile tra giornalismo, letteratura e melodramma. Ottocentesco, ma tanto attuale (come testimoniano i libri che già han preso posto in questo Scaffale:

il romanzo di fantascienza "Abrakadabra" (CLICCA QUI)

e quel "Suicidio a fior d'acqua" (CLICCA 1 e CLICCA 2)


che pare più un trattato pedagogico rivolto ai giovani Werther. Per quanto si dica - come scriveva Aroldo Benini introducendo proprio la raccolta di Periplo - «che Ghislanzoni sia stato scrittore trasandato, che non si rileggeva, che era sostanzialmente giornalista e tuttavia ci si rende conto, in qualche caso, che questa superficialità è apparente, che le sue parole sono raramente scelte a caso, che vi è certamente un'immediatezza che è frutto però di ben orchestrate e solide letture. Si tratti di prosa o di versi, siamo sempre davanti a uno scrittore; e il fatto che egli sia lecchese comporta che lo si consideri scrittore minore, di second'ordine, essendo impensabile che una città come la nostra possa essere patria di uno scrittore vero».
Del resto, se nessuno è profeta in patria, proprio la fortuna del "Violino" testimonia come Ghislanzoni avesse un seguito ben oltre i confini lombardi.

Il racconto venne infatti ripreso nientemeno che da Helena Petrovna Blavatsky. Proprio lei: madame Blavatsky, la fondatrice nel 1875 a New York della Società Teosofica. Personaggio e teorie controversi sui quali non ci soffermiamo: il discorso ci condurrebbe su infidi sentieri e troppo lontano. Ci limitiamo, qui, al "Violino umano" (così il titolo nella versione della pensatrice di origini russe) e contenuto nei "Racconti da incubo" che madame Blavatsky pubblicò alla fine dei suoi giorni e che proprio lo scorso anno sono stati riproposti in italiano da "Studio Tesi", marchio del gruppo delle Edizioni Mediterranee specializzato in testi esoterici.
Del "Violino umano", Angelo Airò Farulla (il traduttore dei racconti di Blavatsky per "Studio Tesi")) ci dice che il racconto comparve per la prima volta sul "Theosophist" nel gennaio 1880 firmato da Hillarion Smerdis, cipriota ma di stanza in Egitto, adepto della Società Teosofica: si trattava di una riscrittura "occulta" dell'opera di Ghislanzoni e l'autore stesso «confessa parzialmente il suo debito quando scrive: "Riporteremo ora un fatto - una pagina della sua biografia [di Paganini] - scaturito dalla leggenda appena citata. La stampa se ne occupò, e gli annali della letteratura italiana conservano ancora oggi la memoria dell'accadimento, sebbene in molte e varie forme". Dopodiché, identica la storia - tranne il finale - identici i nomi dei protagonisti, identiche le frasi e i periodi (talvolta diciamo pure: tradotti), tranne quando il maestro Hillaron spinge la tinta del racconto verso l'occulto e la stregoneria». Nel 1892, il racconto venne ripreso e ampliato ulteriormente da madame Blavatsky e pubblicato in due puntate su "Lucifer". Ed è quello che ritroviamo in "Racconti da incubo".
Rispetto all'originale di Ghislanzoni, la storia è quattro volte più lunga e le ghislanzoniane «meditazioni della filosofia» di Franz si trasformano in pratiche di scienze occulte, in passione per Paracelso e l'alchimia nonché per la stregoneria e la "magia cerimoniale" avvicinate assieme ad alcuni zingari ungheresi. Non solo. La morte della madre, che Ghislanzoni liquida in un paio di righe, in Blavatsky è motivo di più conturbanti atmosfere: «morì poco dopo aver festeggiato il ritorno del suo figliolo, che era il suo unico amore sulla terra; e allora le donne del borgo sfogarono le loro lingue lunghe sulla ricerca della vera causa di questa morte». Anima pia e timorata di Dio, sognava di vedere il figlio «inginocchiarsi accanto a lei nella piccola chiesa sulla collina». Ma quando lo chiamò, «al posto di Franz le rispose la voce del violino, mescolando il suo tono sonoro al fragore disordinato e festoso delle campane della domenica. Allora, si turbò alquanto nell'udire quei suoni che invitavano alla preghiera affogare nelle bizzarre fantastiche note della "Danza delle streghe", così sinistre e blasfeme per le sue orecchie. Poi, quasi svenne, nel sentire il netto rifiuto del suo adorato figliolo. Non era mai andato in chiesa, osservò lui con freddezza. Era una perdita di tempo; inoltre, gli scrosci rumorosi del vecchio organo gli davano ai nervi. Niente avrebbe potuto costringerlo a subire la tortura di ascoltare quell'organo scassato».
Quasi un preludio a successivi traffici infernali. Naturalmente, infatti, la trama affastella riferimenti occulti e diabolici, anche se a volte un po' confusi. E con un finale quasi da sabba e decisamente truculento rispetto a quello più scettico se non addirittura irridente del Ghislanzoni. E chissà se lo scrittore lecchese (morto nel 1893) ebbe contezza di quelle rivisitazioni. E, nel caso, come la pensasse.
Per completezza gli "altri racconti incredibili" presenti nel "Violino" edito da Periplo raccontano del dolore di un trombettista dopo la morte per tisi della giovane moglie; del matrimonio tra una fanciulla e un gatto nero ed è conferma i dubbi di Ghislanzoni sui fenomeni paranormali, su magnetismo e «chiaroveggenza delle sonnambule»; di un corvo rosso che vendica un assassinio a Caprino; del "racconto spaventoso" di due inglesi nel «selvaggio paese» delle Calabrie, dove incontrano osti inquietanti ed equivocano su coltellate e ammazzamenti; infine, di un redivivo che lascia il cimitero per tornare tra i propri cari, accorgendosi però che «se ai morti venisse il capriccio di risorgere, la sarebbe nei vivi e massime per i parenti una vera desolazione» perché «i parenti morti giovano assai meglio dei vivi».

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Rubrica a cura di Dario Cercek
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