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Scritto Giovedì 16 settembre 2021 alle 17:56

Lecco: medico di base è condannata per corruzione, due anni con pena sospesa

L'accesso al Tribunale di Lecco
Se li ha presi (perché all'esito dell'istruttoria dibattimentale l'effettiva dazione, come sottolineato onestamente anche dal PM, non è stata documentata), erano comunque spiccioli. Non più di 250 euro, spannometricamente, per stessa ammissione anche dell'operante della Finanza che, in prima udienza, aveva tratteggiato al collegio giudicante del Tribunale di Lecco l'inchiesta, corposissima nel suo insieme, snella snella per quanto attiene invece lo stralcio lecchese oggetto di questo procedimento. Per una cifra dunque irrisoria, forse solo promessa, la dottoressa Olga Fraschini, medico di medicina generale a Lecco, è stata quest'oggi condannata a due anni, ottenendo però al contempo dal collegio giudicante - presidente Enrico Manzi, a latere le colleghe Martina Beggio e Nora Lisa Passoni - la sospensione condizionale della pena. Corruzione il reato contestato alla donna, ricondotto, in sede di sentenza, all'articolo 318 cp quale corruzione per l'esercizio della funzione, tra l'altro non quale pubblico ufficiale ma quale incaricato di pubblico servizio.
Classe 1955, la professionista, specializzata anche in urologia e medicina estetica, era risultata, nell'ormai lontano settembre 2017, destinataria di una delle 21 ordinanze di custodia cautelare emesse all'esito di una intrigante inchiesta sulla sanità lombarda etichettata come “Disturbo”. Stando all'impianto accusatorio, contattata dal rappresentante farmaceutico Marco Camnasio (che in Aula a Lecco ha fatto scena muta avvalendosi della facoltà di non rispondere), avrebbe indirizzato dei suoi pazienti a fronte di un “rimborso” allo studio del collega lecchese Davide Cantù (già uscito di scena patteggiando). Lì riceveva - ma stiamo già sconfinando in una parte della vicenda estranea al processo conclusosi quest'oggi - l'ortopedica Paola Danasini (mai indagata e sentita solo come mera testimone) mandata in città per selezionare “materiale umano” da destinare poi ad una clinica afferente al Policlinico di Monza, nelle cui sale operatorie – secondo la ricostruzione degli inquirenti – altri medici finiti all'attenzione della Procura di Milano impiantavano un determinato tipo di protesi, dietro compenso.
In apertura dell'udienza odierna, prima di lasciare spazio alle conclusioni del pubblico ministero Paolo Del Grosso e dell'avvocato difensore Redentore Bronzino, è stata la stessa dottoressa Fraschini a prendere la parola, rifiutando però di sottoporsi ad esame (originariamente chiesto dal suo legale, con il PM che non ha poi prestato il consenso alla rinuncia, costringendo il camice bianco ad avvalersi della facoltà di non rispondere) per rilasciare invece spontanee dichiarazioni. Senza dunque la pressione del fuoco di domande delle parti, ha ribadito la propria estraneità alla contestazione mossa nei suoi confronti. "Non ho mai preso niente da nessuno" ha affermato, non convincendo comunque il rappresentante della pubblica accusa che nel ricostruire la vicenda si è soffermato in particolare su due intercettazioni che, a suo giudizio, sarebbero la chiave della vicenda, come tra l'altro sottolineato anche dal GIP in sede di interrogatorio di garanzia non ottenendo dal medico una interpretazione alternativa convincente. "Poi ci arrangiamo noi con lei" avrebbe detto Camnasio alla Danasini, riferendosi alla Fraschini. "Di cosa devono arrangiarsi se non di un discorso di interessenze economiche?" ha chiesto il PM, nel suo monologo. "Ci vediamo e sistemiamo tutto" avrebbe assicurato, in altra conversazione lo stesso informatore farmaceutico direttamente all'imputata. "Lei risponde perfetto" la sottolineatura del dr. Del Grosso, pronto a sottolineare come a suo giudizio l'accordo tra il medico lecchese e Camnasio indubbiamente ci fosse, ricordando altresì come non si necessaria l'effettiva dazione per configurare il reato di corruzione, bastando, per l'appunto, l'accordo. Di diverso avviso il difensore che con convinzione ha provato a smontare pezzo per pezzo un castello accusatorio che invece parrebbe aver retto, pur con una pena finale più bassa rispetto ai 2 anni e 8 chiesti dalla Procura, la riqualificazione in corruzione per l'esercizio della funzione e la concessione della sospensione.
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