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Scritto Domenica 17 ottobre 2021 alle 13:17

SCAFFALE LECCHESE/69: 'Quel ramo del lago di Como...' nel libro di Scotti e Benini

«Un paese che chiamerei uno dei più belli al mondo». Alessandro Manzoni parlava così nei suoi “Promessi” descrivendo «quel ramo del lago di Como» che è il ramo di noialtri lecchesi. Il quale, dunque, nulla da invidiare avrebbe nei confronti dell’altro: quello comasco, preferito però dai viaggiatori del bel mondo da quando cominciarono a spostarsi per diporto e non più solo per affari o mercatura. Con Bellagio quale simbolo assoluto. La grande tradizione alberghiera è tutta di là. E noi a consolarci con Varenna che guardando proprio Bellagio ne ne subisce l’influenza assorbendone un po’ di fama ma che può anche vantare un hotel intitolato a quella regina Vittoria che nel 1838 vi soggiornò a lungo. Mica una testa coronata qualsiasi: monarca britannica e imperatrice dell’India, contrassegnò un’intera epoca. A rispolverare glorie passate, per orgoglio di campanile, potremmo poi citare le terme di Tartavalle, il Grand Hotel di Regoledo e una ferrovia che all’epoca era tra le più eleganti del regno. Bilancio invero un po’ magro.



Sarà anche luogo comune dire che siamo stati il ramo povero della famiglia lariana, ma non poi così fuori luogo. Le rotte del “grand tour” non passavano di qua. Tuttavia, l’apologetica non manca. Ce ne danno conto Gianfranco Scotti e Aroldo Benini in un libro pubblicato nel 1996 per l’editore milanese Viennepierre, intitolato proprio “Quel ramo del lago di Como… Lecco e le sue riviere nella descrizione di artisti e viaggiatori tra Cinquecento e Novecento”.



Si tratta di un’escursione che prende le mosse dal paese di Limonta e arriva a Colico: stralci di diari di viaggio, poesie, riproduzioni di dipinti e stampe, una corposa bibliografia. Con l’accortezza di premettere d’aver perso per strada qualcosa o qualcuno: «Nessuno più di noi è conscio dei suoi limiti e delle sue manchevolezze. Quanti sono gli autori dimenticati o trascurati? E cosa ci verrà detto se in quel punto abbiamo trascurato il Nievo, il Pellico o perfino Tommaso Grossi? (…) Se il testo pubblicato farà discutere e indurrà qualcuno a fare meglio, ne saremo felici, così come di apprendere l’elenco dei pittori, degli acquafortisti, degli acquarellisti, degli xilografi dimenticati. A scavare e a scovare ci siamo divertiti. E’ stata un’avventura (…). Di qualche luogo abbiamo trovato – è il caso di Varenna – una quantità indescrivibile di elogi; di alcuni altri, invece – è il caso di Vassena – non abbiamo trovato quasi nulla». Chiedendosi e rispondendosi, alla fine della fatica e con un certo sarcasmo, «cosa ne diranno quei concittadini lariani sempre alla caccia di lidi inesplorati, innamorati del nuovo e del lontano, scoprendo che austeri scrittori europei si sono innamorati delle rive del nostro ramo? Continueranno a correre alle Maldive; ascenderanno le grandi catene montuose, dimenticando il Legnone; scopriranno i tramonti deliziosi dell’Oriente, e non avranno scoperto quello che si vede dal castello di Vezio sopra Varenna». Perché «da questa visita fra le carte e i libri siamo tornati anche più persuasi che questo è davvero uno dei paesi fra i più belli del mondo».



Ed è appunto, questo paese, la scena dei Promessi sposi, come scrive nel 1858 Ippolito Nievo in una lettera alla madre: «E questa scena, bisogna dirlo, è proprio stupenda, più a vederla che a leggerla. (…) Questo ramo selvaggio del lago può competere con l’altro che va a Como per un’infinità di bellezze». Però aggiunge che somiglia al Garda, considerazione da «cattivo osservatore, chiosano i curatori del nostro libro: «Se il ramo lecchese è selvaggio, e l’alto lago anche più solitario e romito, soprattutto al tempo risorgimentale, l’altezza delle montagne che lo dominano – il San Martino, le due Grigne, il Legnone – ne esclude ogni somiglianza col Garda. Non si tratta soltanto di dimensioni, ma di sensibilità: tutti, e non solo il sempretriste Silvio Pellico, hanno riconosciuto che in contrapposto a quello tutto ridente che va verso Como quello di Lecco è “tutto mesto e solitario come l’anima mia e, spesso, la tua”» come da lettera dell’autore de “Le mie prigioni” a un amico, anno 1819.



Si parte da Limonta, dunque, «terra di miracoli e lago selvaggio, desolato, triste come quello di anime romantiche che hanno spesso solcato il Lario, scendendo dal nord per quel viaggio in Italia che era una volta completamento di un’educazione». Terra di miracoli, per quella Madonna del Moletto che impedì ai cannoni dei francesi in fuga di sparare su una folla di fedeli radunata al santuario: «E come poteva essere diversamente, se i francesi che fuggivano erano  nell’immaginario popolare i “giacobini”»? Si prosegue per Vassena e Onno, terre «non meno belle, e immerse in boschi d’olivo, e verdi di un verde divino» ricordando il “Marco Visconti” di Tommaso Grossi (ne abbiaamo scritto QUI), il naufragio di Giovanni Torri Tarelli e una poesia di Giacomo Zanella. 



Poi si giunge a Malgrate, dopo aver girato il promontorio, superate l’osteria della Fame a Paré e «la villa che fu dell’agiato dilettante avvocato Vianello, uno dei più illustri storici del Settecento lombardo, che a Lecco ha lasciato il ricordo più di conversatore brillante che di studioso». Malgrate, in queste pagine definita “capitale della cultura”, è il paese degli Agudio, nella cui villa soleva venire in visita Carlo Porta («Hin passaa tre settimann,/ vedii mò se sont tornaa./ No l’è già mé car tosann/ che fuss sazz de stà a Malgraa/ ma l’amor coj so casciann/ l’è staa quell/  che m’ha obligaa/ a vegnì/ a Milan. /Par olter ghe saress staa tri mes d’olter./ El paes de la cuccagna/ o el gh’è minga o l’è quel là»). Il quale Porta un giorno venne trascinato dal conte Luigi Giusti e dalla poetessa barziese Francesca Manzoni in cima al Monte Barro «ma hoo fa vot de tornagh pù…»: vien da pensare che non deve averla vissuta come una scampagnata tanto leggera…



Il viaggiatore approda quindi a Lecco che è «non soltanto città manzoniana» per quanto il Manzoni via abbia lasciato segni indelebili e del quale si deve pur parlare avendo descritto i luoghi «con straordinaria precisione geografica, li nomina, li racconta, li rivede con gli occhi della sua prodigiosa memoria, li fa rivivere sulla pagina con affettuoso trasporto, quasi volesse liberarsi del peso di una nostalgia che, divenuta ossessiva, deve essere esorcizzata». Il Manzoni, ma anche Roberto Rusca che ne scrive nel 1629 e l’Ugo Foscolo del «malleo domator del bronzo»,  Mario Cermenati con «l’aiuola incantata» della nostra Lecco dal lago e dai  monti impareggiabili, naturalmente Antonio Stoppani («Non la finirei più, quando parlo de’ miei monti»). E, ancora, Giovanni Berchet e Giovanni Bertacchi («E vissi in questa cerchia alta e profonda/ di monti che s’immergono, di muti/ paeselli tuffati nell’acqua»), il nostro Antonio Ghislanzoni («Non è Pietroburgo, non è Parigi, non è Milano: all’aspetto è qualcosa di meno di Soresina e Busto Arsizio – una decina di contrade, quattro o cinquemila abitanti, non palazzi, non monumenti»). E altri ancora.



Lasciata Lecco con il suo mercato e «gli affaccendati sabati» si risale la riviera e si arriva ad Abbadia incontrando come guida il Carlo Amoretti nei suoi “Viaggi sui laghi (ne abbiamo parlato QUI), il quale ci parla anche delle rupi che sovrastano il paese «sopra cui vedesi in alto il Monastero di S. Martino in Agro, ove nel secolo XVII vivevan monache che S, Carlo stimò opportuno chiamare in città». E qui ci tocca correggere i curatori del libro che pensano alla chiesa di San Martino di Borbino «ove non pare sia mai esistito un monastero: ma è noto che la fantasia dei viaggiatori e talora qualche confusa informazione giocano cattivi scherzi dai quali i tardi lettori devono guardarsi». In realtà, l’Amoretti si riferiva alla chiesa sul monte San Martino, quella che si raggiunge con il sentiero che sale da Rancio. Semmai, ci sarebbe da domandarsi come l’Amoretti potesse scorgerla da Abbadia.



E poi Mandello che già Paolo Giovio considerava il paese come «non secondo a nessuno» e Lierna «luogo indicato anche come sede possibile di una o anche delle due ville di Plinio, dette Commedia e Tragedia, il Vandelli, famoso naturalista, vi ha scoperto anche una miniera di ferro, largamente sfruttata su un monte un tempo pieno di boschi, ormai tutto spoglio: si tratta di caverne profondissime fino ad un miglio».
Giunti a Fiumelatte (il cui celebre corso d’acqua ricorda al poeta Paul Valery una cascata vicino a Martigny in Isvizzera) e a Varenna «la letteratura si fa più vasta, non sempre insigne» così che si cerca di selezionare il meglio. Ed è, Varenna, «che siede, secondo il Balbiani, “sopra depressi scogli, sporgentesi innanzi all’onda , alle radici di altissimi monti e così soleggiato e difeso da ogni insulto di rigidi venti sta l’alto suo lido, che allignar vedi nei suoi orti piante natie di meridionali regioni...i”» terra di dimore prestigiose e ospiti illustri che ci vengono ricordati: per esempio «il Depretis con la consorte, desideroso d’acquistare una villa e Antonio Fogazzaro, ospite di Luisa Venini che ambientò  a Varenna in suggestive descrizioni delle case, dei vicoli e del lago, il suo “Piccolo mondo antico”».



A Bellano naturalmente c’è l’Orrido cantato dal poeta francese Ernest Fouinet («questa cascata «è infatti di un sublime orrore») con tanto di macabre leggende e i «cipressi allineati» o la chiesa che par toscana lodati dal compositore Gabriel Faure. Senza dimenticare l’Andrea Vitali, allora ancora uno scrittore esordiente ma anche Giancarlo Vitali e il figlio Velasco, gli artisti  che «offrono di Bellano e di questi luoghi un paesaggio trasfigurato».
Usciti da Bellano, la gita si fa più spedita per concludersi a Piona con una sosta riposante sulla «spiaggia di questo mirabile laghetto, che qualcuno ritiene carico di malinconia» e dove «le ragazze si sdraiano dopo il bagno a lasciarsi baciare dal sole. Quando si rialzano abbronzate, si accorgono di avere incollati alla epidermide piccoli frammenti di micascisti, tanto che di lontano riflettono i raggi del sole e paiono ninfe ancora stillanti d’acqua. Qui sono nati amori eterni a confermare che non solo il ramo comasco, ma tutto il Lario, è luogo di delizia e – come suggeriva qualcuno – destinato a raccogliere grandi e meno grandi storie d’amore».


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Dario Cercek
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