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Scritto Mercoledì 27 ottobre 2021 alle 07:58

Lecco: Formigoni non va in 'sold out' ma è un fiume in piena, tra i ricordi del suo 'ventennio' e i demoni della sinistra

Dopo il processo, la condanna per corruzione («ingiusta»), il carcere e gli arresti domiciliari ai quali è ancora sottoposto («ma non sono scappato, sono in permesso, devo rientrare a casa per le 23»), per Roberto Formigoni, figura di punta del movimento di Comunione e Liberazione e presidente della Regione Lombardia per quattro mandati consecutivi dal 1995 al 2013, la prima uscita pubblica è stata a Lecco. Nella città, dunque, in cui è cresciuto e ha mosso i primi passi di una folgorante carriera finita appunto con quella condanna a 5 anni e passa definita un’autentica ingiustizia.

Formigoni all'ingresso in sala, mostrando il green pass

L’appuntamento, ieri sera, in una sala Ticozzi non esaurita ma affollata, è stata organizzata dal Centro culturale Manzoni che fa riferimento proprio a Comunione e Liberazione e dall’associazione “Libertà protagonista” vicina al consigliere regionale Mauro Piazza. Lo spunto, la presentazione di “Una storia popolare”, il libro che Formigoni ha scritto con Rodolfo Casadei (introduzione del cardinale Camillo Ruini) e uscito qualche mese fa dall’editrice Cantagallo: «Non un libro di teologia o politica – ha detto lo stesso Formigoni – anche se parlo di teologia e politica, ma è un libro di avventure».
In questi anni di assenza dalla scena politica, non ha perso lo smalto dell’oratore, la capacità di trovare le parole giuste per toccare corde sensibili, la memoria portentosa, per quanto nella veemenza di taluni momenti si leggeva anche un filo di rabbia soprattutto a proposito della sinistra, citata in maniera omnicomprensiva.
Il bilancio di quasi vent’anni di governo regionale, le riforme, le missioni all’estero a cominciare da quella Cina all’epoca ancora “lontana”, naturalmente la sanità e poi l’impegno politico e il Movimento popolare, la necessità dell’unione dei cattolici, l’umanità e la libertà minacciate da quella che ormai viene definita la “cultura del gender”, l’Afghanistan e gli Usa («Guerre sbagliate: in Afganistan e in Iraq, come si può pensare di esportare la democrazia?»): sono stati questi i temi che Formigoni ha toccato in un’ora e mezzo torrenziale.

Roberto Formigoni. Sotto al tavolo con Mauro Piazza e Gianluca Bezzi

E’ stato il consigliere Mauro Piazza a fornirgli il primo spunto: «Quando sono arrivato in Regione ho trovato una costruzione amministrativa straordinaria. C’era un’idea del mondo. Come si fa a costruire una cosa così?»
Un’idea del mondo, certo – la risposta – perché «servono idee vere che vengono dagli ideali. Io ho ricevuto una straordinaria educazione in Comunione e Liberazione. Quando, studente universitario ho incontrato don Luigi Giussani sono rimasto affascinato, ma già a Lecco c’erano stati momenti importanti, sotto l’insegnamento dell’allora studentello Angelo Scola che è poi diventato quello che è diventato. Avevo undici anni quando partecipai alla prima iniziativa di quella che ancora si chiamava Gioventù studentesca. Come tutti avevo avuto un’educazione cristiana, in famiglia, all’oratorio ma in quel momento incontravo il cristianesimo che faceva per me. Volevamo essere protagonisti nel mondo. Con Scola che ci diceva come Cristo fosse la risposta ai bisogni dell’uomo. Nonostante i tradimenti nei suoi confronti. E nonostante i miei peccati e tradimenti, in tutti i momenti di prova, nell’ingiustizia che ho subito e che continuo a subire, non ho mai tentennato. Se accettiamo il bene che Dio ci dà dobbiamo anche accettare il male che Dio permette per il bene della persona».

La firma del libro per Pietro Galli e Carlo Piazza

«Ma la Regione Lombardia – ha continuato - non è stato il capolavoro di Roberto Formigoni, ma di una squadra. In Regione ho portato il fior fiore di esperti rubati anche alle altre Regioni e non ho mai licenziato nessuno. Arrivato dopo gli anni di Tangentopoli, ho trovato la Regione piena di gente di sinistra: non ho chiesto loro un’abiura, ma di realizzare il programma del popolo che mi aveva votato. Abbiamo fatto riforme importanti. E anche oggi la nostra riforma della sanità è un rospo che quelli di sinistra non riescono a ingoiare. E’ una riforma che dovevano fare loro e invece l’abbiamo fatta noi, presentata nel 1995 e approvata nel 1997. E’ una riforma per il popolo, una riforma per cui un nullatenente può scegliere da chi farsi operare e in quale struttura farsi ricoverare senza spendere un centesimo, quando prima avrebbe dovuto spendere dai 2 ai 3 milioni lire al giorno e non poteva permetterselo. Mi stupisce che ancora oggi, a 26 anni di distanza, la Cgil organizzi un convegno con l’obiettivo di smantellare la “riforma di Formigoni”. Abbiamo anche inventato le missioni internazionali, la prima nel 2002 in Cina con cento imprenditori che rappresentavano mille aziende. Se non abbiamo venduto i ghiaccioli agli esquimesi, siamo riusciti a vendere il riso ai cinesi grazie a un risotto, quel risotto alla milanese che si può fare solo con il riso lombardo».
Inevitabile, un riferimento alla pandemia di Covid e le polemiche che hanno interessato l’operato della Regione Lombardia proprio sul fronte dell’organizzazione sanitaria.
«Sulla sanità – ha detto Formigoni – sulla Regione Lombardia sono state raccontate tante balle. Ingiustamente, ma non per la sanità territoriale. I grandi responsabili della pandemia sono stati la Cina e l’Oms che non hanno avvisato nessuno per tre mesi. La Lombardia è stata la prima regione contagiata per il semplice fatto che i lombardi girano il mondo. E’ stata travolta da uno tsunami. Ma oggi processi dimostrano che grandi errori non sono stati fatti. Le assoluzioni per i morti al Trivulzio e nelle rsa lo dimostrano. Assolti da giudici del Tribunale di Milano…. E questo ha mandato alle stelle la rabbia dei sinistri».
Però, «io in dieci ho costruito dieci ospedali. Nei dieci anni seguenti non ne è stato costruito uno. Ma il grande problema è stato quello della sanità territoriale, dei medici di base: li avevamo invitati (sono liberi professionisti, non li si può obbligare) a non lavorare singolarmente ma a mettersi assieme, fare equipe di dieci e più medici. Il 78% aveva risposto positivamente e si era cominciato a lavorare per equipe. Poi, nel 2013, Maroni ha disfatto questa realtà, i medici sono tornati ciascuno per conto proprio, a lavorare nelle solitudini delle campagne e delle città metropolitane. Senza parlarsi, senza confrontarsi. E così nella pandemia si sono ritrovati soli. Un medico mi ha detto come già nell’ottobre 2019 avesse riscontrato una strana polmonite in un suo paziente. Fosse stato con altri colleghi, forse i casi riscontrati sarebbero stati più di uno, si sarebbero confrontati, avrebbero deciso di approfondire, avrebbero avvisato la Regione. Ora c’è allo studio una nuova riforma che fa qualche passo nella direzione giusta, ma non mi convince. Spero che i consiglieri regionali tirino fuori i “maroni” e non siano succubi dell’assessore».

L'assessore Giovanni Cattaneo con Giulio Boscagli. Sotto Formigoni con Vico Valassi

Ma oggi vale ancora la pena – è stata la domanda di Gianluca Bezzi, presidente del Centro Manzoni -  occuparsi di politica?
«Vale la pena – la replica decisa - altrimenti, come ci diceva don Giussani, sarà la politica a occuparsi di noi e a scegliere per noi cose che non ci piacciono. Oggi, nella passività del popolo e nell’assenza dei cattolici siamo già dominati da potentati economici, ideologici, politici. A dominare non è neppure più l’economia, ma una nuova ideologia, quella del gender, della maternità surrogata, della scelta del sesso. Non ci sono più padre e madre, ma genitore 1 e genitore 2. Oggi dobbiamo stare attenti quando parliamo di famiglia, ci costringono a dire “famiglia tradizionale” perché dicono ci siano altri modelli di famiglia. E allora non possiamo propagandare la famiglia tradizionale. Domani ci saranno processi e condanne solo per aver fatto affermazioni secondo natura. Verrà il tempo in cui non saremo liberi di dire quello che pensiamo. Se non si combatte subito finiremo in una dittatura culturale».
E questa battaglia deve vedere i cristiani uniti: «Quando don Giussani, nel 1971, ci disse che avremmo dovuto votare Dc era proprio in nome dell’unità dei cristiani che è la cosa fondamentale: “Se non avete capito questo, non avete capito niente e se volete potete andarvene”. Come gli apostoli che chiedono al Cristo risorto quando verrà il nuovo regno di Israele. Mi rendo conto che oggi le gerarchie non possono dire di stare uniti dentro una Dc. Il cosiddetto centrodestra è guidato dai capi di due partiti che si inseguono tra loro per portare avanti una politica estremistica. Per questo hanno perso le elezioni. Occorrono il centro, i moderati, i cattolici. So che qualcuno di voi milita chi da una parte e chi dall’altra, non ho mai detto a nessuno di uscire da questo o quel partito, ma almeno sentitevi tra di voi, andate a cercare altri cristiani, altri moderati».
D.C.
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