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Scritto Domenica 19 dicembre 2021 alle 16:59

SCAFFALE LECCHESE/78: la storia di Piero Nava, non un eroe ma un uomo  per bene

In una vita normale, sarebbe una foto da incorniciare e appendere in bella evidenza: marito e moglie ricevuti nientemeno che da papa Francesco. E invece è una fotografia "segreta", da non mostrare a nessuno: «La dovrò tenere nascosta chiusa in un cassetto, non la potrò appendere né far vedere ai miei parenti, alle mie amiche. Stare con Piero significa anche questo: incontrare il papa e non poterlo dire a nessuno».

A scrivere queste righe è Angela, la moglie di Piero Nava, il lecchese testimone dell'omicidio del giudice Rosario Livatino da parte di un commando mafioso il 21 settembre 1990. Il giorno in cui Piero Nava è stato cancellato dalla società. Da quel momento, infatti, colui che è stato definito un supertestimone ha dovuto nascondersi per sfuggire alla vendetta mafiosa. Avrebbe poi cambiato anche nome, con annessa distruzione di tutti gli atti e i documenti che accertassero in qualche modo l'avvenuta esistenza di un tal Piero Nava. Che, a questo punto, non è mai esistito. E l'uomo che quel nome - Piero Ivano Nava, per la precisione - ha portato per 44 anni, chissà come si chiama oggi e chissà dove vive.

Il giudice Rosario Livatino

Della sua storia si è tornati a parlare negli ultimi tempi: nel settembre dello scorso anno per la pubblicazione del libro "Io sono nessuno", il racconto di questi suoi trent'anni di vita nascosta; nel maggio di quest'anno, in occasione delle beatificazione di Rosario Livatino da parte proprio di papa Francesco; infine, nell'appena trascorso mese di novembre, quando il Comune di Monte Marenzo, dove aveva abitato dal 1969 al 1986, gli ha conferito la cittadinanza onoraria Già nel 1998, aveva peraltro ricevuto la benemerenza civica del Comune di Lecco. Benemerenze alle quali si aggiunge quella assegnatagli nel giugno di quest'anno dal Comune di Sesto San Giovanni, dove Nava è nato e cresciuto. Riconoscimenti significativi, niente da dire. Però, ci sono pur sempre voluti trent'anni

La vicenda si riassume così: Piero Ivano Nava nasce nel 1949 e cresce appunto a Sesto San Giovanni, in una famiglia di origini lecchesi. Dopo gli studi, lavora per molte aziende anche lecchesi, scalando le posizioni. Nel 1990, dopo aver lasciato la Bergamasca ed essersi trasferito prima a Ischia e poi ai Giffoni, è il rappresentante per il Sud di un'azienda di serramenti piemontese. Sul fronte sentimentale, dopo un primo matrimonio finito con la separazione, ha una compagna, Franca, e due figli (un maschio proveniente dal precedente matrimonio di lei e una femmina avuta assieme nel 1987). Il 21 settembre di quel 1990 poco prima delle 9, sta percorrendo la strada Canicattì-Agrigento quando si imbatte in uno "strano incidente" che poi scoprirà essere l'uccisione del giudice. Vede anche un giovane con una pistola in mano e decide di chiamare il 113, di raccontare, di testimoniare, quella e altre volte ancora, consentendo così la cattura e la condanna dei sicari e dei mandanti. Il primo testimone di giustizia, si dice di lui. Che quando spunta fuori, candido candido a spiegare tutto per filo e per segno, gli inquirenti stentano a crederci, a cominciare da Giovanni Falcone. Più propenso a vedere in Nava un burattino manovrato da qualcuno per far perdere tempo: Falcone «trascina la sedia vicino a me - leggiamo in "Io sono nessuno" -, incrocia le gambe e mi squadra con aria sorniona. "Come la mettiamo, Nava?". "Prego?". Lui si fa nuovamente scuro in volto, gettando uno sguardo al pavimento in graniglia di marmo, come per trovare le parole giuste. "Vede, signor Nava, faccio questo mestiere da ventisei anni. Ho imparato ben presto che le coincidenze non esistono, che le cose non accadono mai per caso. In definitiva, che la casualità stessa non è un parametro di giudizio accettabile. Da nessuna parte, e meno che mai qui in Sicilia". (...) Mi risulta difficile inquadrarla. E' una mina vagante, un personaggio nuovo, una variabile con la quale non abbiamo mai avuto a che fare. La persona che passa, vede e corre a raccontarci tutto. Chi mi garantisce che non sia un attore, un colluso, magari un mitomane. (...) E tanto per farle qualche domanda più concreta, come può ricordare il modello della moto? Come può ricordare il naso di uno dei killeri? Come può ricordare tutto ciò che ha ricostruito?". Ci siamo. Ora esplodo. ....». Poi, invece, altri pensieri, l'incontro prende un'altra piega e, prima di andarsene, Falcone si scusa.
Nel contempo Nava firma, con la deposizione, la condanna per sé e per la famiglia a rendersi invisibili. Per sempre.
Della vicenda si era già occupato il giornalista Pietro Calderoni con "L'avventura di uomo tranquillo. Storia vera di Piero Nava, supertestimone di un delitto di mafia" pubblicato da Rizzoli nel 1995 e dal quale nel 1997 venne anche tratto un film ("Testimone a rischio", regia di Pasquale Pozzessere e con Fabrizio Bentivoglio nei panni di Piero Nava, interpretazione per la quale ottenne un "David di Donatello"), film che sembra ormai circolare solo su qualche bancarella ancora nel formato videocassetta.

Stefano Scaccabarozzi, Lorenzo Bonini e Paolo Valsecchi

 

Sempre da Rizzoli, lo scorso anno è invece uscito "Io sono nessuno. Da quando sono diventato il testimone di giustizia del caso Livatino", un racconto in prima persona affidato ai giornalisti lecchesi Lorenzo Bonini, Stefano Scaccabarozzi e Paolo Valsecchi, ai quali si deve l'idea e che non senza difficoltà sono riusciti a risalire a Nava percorrendo appunto i canali blindati del sistema di protezione: «Spiegare la ragione esatta della nostra ricerca non è semplice - scrivono nella premessa -. C'era ovviamente il gusto selvaggio dell'"impresa giornalistica", ma c'era anche la volontà di dedicare anima e corpo a una storia che non merita di rimanere relegata solo alle cronache di quei giorni e a un riuscito film di fine anni Novanta. Nelle vicende di Piero Nava c'è molto di più. Dopo la scelta nobile e coraggiosa di testimoniare sono seguiti dieci anni di disperazione nera, poi altri dieci di montagne russe (tra speranze e ricadute, addii e ritorni) e gli ultimi dieci di lenta, a tratti incredula, risalita».
Perché quel 21 settembre 1990, Piero Nava si è infilato in un tunnel. Ha dovuto abbandonare amici e conoscenti, ha dovuto cambiare case su case, ha perso il lavoro, si è lasciato alle spalle una vita da benestante: «Piero Nava - il ritratto che ne faceva Calderoni - era quel che si dice un uomo sereno, appagato. A quarantun anni si ritrovava con una bella famiglia (...). Aveva una bella casa vicino Salerno, a Giffoni Vallepiana, paese tranquillo e pieno di verde. Tre macchine in garage e guadagnava abbastanza per togliersi tutti gli sfizi: nell'ultimo anno aveva fatturato circa duecento milioni di lire».

E si è ritrovato improvvisamente barricato in casa come un criminale latitante e non come un cittadino esemplare. Dovendo anche fare i conti con la burocrazia e la farraginosità delle procedure statali; le incertezze di fronte a una figura, quella del testimone di giustizia, giuridicamente ancora da definire; funzionari troppo zelanti o forse solo distratti, qualche "carosello" eccessivo, una politica che spesso sembrava vivere su altri pianeti, anche leggerezze, passi falsi, conflitti di potere. Non c'è solo questo, vero: ci sono agenti che gli stanno vicini nei momenti più drammatici, che lo sorreggono, lo aiutano, lo consigliano, e con i quali i rapporti si fanno più profondi: parla più con loro che con la compagna. Però, «il tempo trascorreva inesorabile - ancora Calderoni -. Giorni, settimane, mesi, senza che accadesse nulla. Una sorta di lunga agonia. Una dolce morte civile», E con il tempo Piero diventa solo «una pratica burocratica, un nome su una cartellina, non più una persona. Un dossier di poche pagine che certo non poteva contenere le ansie, i timori, le gioie e le sofferenze di una vita».
E promesse, promesse, viaggi a Roma dall'alto commissario antimafia Domenico Sica, per magari sentirsi dire da un prefetto che avrebbero anche potuto restarsene a letto, quel giorno, risparmiarsi la trasferta perché, nonostante l'appuntamento, l'alto commissario non avrebbe ricevuto nessuno: «Piero restò di sasso - scrive Calderoni -. Franca, invece, si alzò di scatto e gli si avventò contro. Gli diede del cafone, gli urlò in faccia cosa pensava della gente come lui, lo insultò. (...) Franca scaricò tutta la rabbia accumulata in quei mesi di attesa. Si rivolse al prefetto dicendogli che non si doveva permettere di usare quel tono con loro, che lei e Piero non erano dei delinquenti, ma dei cittadini per bene che stavano passando i loro guai solo per aver fatto il proprio dovere. Ed erano arcistufi di essere continuamente umiliati, non cercavano elemosine, loro, ma solo quello che gli spettava: tornare alla vita, alla loro vita».

Non sono stati pochi i giorni così. In una vecchia intervista, rilasciata proprio in concomitanza con l'uscita del film, Nava diceva di sentirsi dimenticato, di aver fatto il proprio dovere a differenza dello Stato.
Eppure, senza nascondere i momenti di esasperazione, nel nuovo libro, non lascia mai che lo sfogo tracimi arrivando magari a pentirsi della decisione presa quel giorno, rivendicandola anzi ancora come l'unica possibile. E che, nonostante tutto, prenderebbe ancora oggi.
«Quando ti tocca, ti tocca». Così dice. Era stato l'insegnamento che aveva ricevuto dal papà e laggiù, sulla strada tra Canicattì e Agrigento, era proprio toccato a lui: «Devo ancora decidere se sono un eroe o soltanto un coglione, ma ero lì»
Perché - è la riflessione contenuta nel libro - «anch'io sono lo Stato. La sessanta milionesima parte, forse. Ma è la mia parte, e non tocca a nessun altro. (...) Sapete una cosa? Con un Piero che non avesse parlato io non ci prenderei nemmeno un caffè. Troppo lontano dal mio modo di pensare, di vedere la vita, Chi te lo fa fare, direbbe lui. Ci deve pensare lo Stato. Ma lo Stato chi è? Lo Stato sei tu. Con il tuo lavoro, la tua famiglia. Fin quando non lo capiremo tutti quanti, questo paese non andrà da nessuna parte».
Però, non è semplice: «E poi c'è la Franca, ho paura che questa cosa finisca per tagliarci le gambe. (...) Non so se l'immagine sia condizionata dalla sola paura: quella del vicolo cieco, del tunnel senza uscita, della stanza degli specchi». E ci sono i figli, costretti a fare i conti con sempre nuove identità, a sopprimere la spontaneità: per non tradirsi, hanno sempre un attimo di esitazione prima di rispondere a ogni domanda.

Quell'unione non riesce a regger. Quando sembra che i momenti peggiori siano stati superati, con le nuove generalità a garantire una vita "normale", una sistemazione tranquilla e apparentemente definitiva, salta ancora tutto.
"Io sono nessuno" ci ricorda Ulisse nell'antro di Polifemo e davvero condensa una terribile odissea contemporanea. Che è qui impossibile riassumere senza alterare le percezioni, gli stati d'animo nei momenti di speranza e in quelli di sconforto, il timore di essere lasciati al proprio destino, dimenticati. Non è un caso che solleciterà per i testimoni come lui, oltre a un immediato reinserimento lavorativo, anche l'assistenza di uno psicologo: «Dio mio, lo volete dare o no? Per tanti anni mi sono ritrovato in uno stato di apatia, trascorrevo le giornate sul divano a guardare film, cucinavo per un esercito invisibile di persone. Mi lasciavo vivere in una sorta di depressione, ed è stato soltanto grazie alla forza della Franca se siamo riusciti a resistere». Lo dirà ai parlamentari della commissione antimafia presieduta da Rosy Bindi che nella prefazione al libro parla di «un martirio bianco, un martirio civile».

Ma la "forza della Franca" non basta più, i meccanismi del rapporto si sono ormai inceppati. E non reggono al nuovo strappo, quando lui decide che è ora di smettere di fingere. Certo, rimane il nuovo nome, ma sente che dove tornare a fare quello di prima. Torna in Italia dalla Germania in cui si erano rifugiati, torna al vecchio lavoro a viso aperto, rintraccia una collega di un tempo con la quale costruire un altro pezzo di vita: Angela, appunto, che sposa. Torna anche in Sicilia, da quel vecchio cliente dal cui ufficio aveva chiamato il 113 per poi sparire. Si presenta come un piazzista qualsiasi, ma qualcosa deve lasciar trapelare, se si finisce col parlare proprio quel giorno e di Piero Nava, "una brava persona": «"Qualche giorno dopo quel fatto, la testimonianza intendo, alcuni signori vennero proprio qui in negozio. Persone che è meglio non incontrare, non so se mi spiego. Arrivarono cinque minuti prima della chiusura, mi riempirono di domande. Chi è quel minchione che ha testimoniato? Dove abita? Cosa faceva qui? Immagino capisca anche da solo il motivo. Il fatto è che io non dissi mai nulla a loro. Ha capito. Nulla. Risposi che non lo conoscevo, che era un commerciale passato di qui per la prima volta". Silenzio, una cappa di acciaio su di noi. Lo scintillio eloquente nei suoi occhi. "Non dissi nulla, glielo giuro su mia figlia. Lei mi crede, vero?". Non sono uno sconosciuto per te, vero? Da cosa mi hai riconosciuto? Dall'accento, dagli occhi, da cosa?. "Certo che le credo. Anche lei ha lo sguardo di una brava persona"».

Poi, nel settembre 2017, l'incontro con papa Francesco e on don Giuseppe Livatino, cugino del giudice ucciso e postulatore della causa di beatificazione. Ne parla la moglie Angela nelle pagine di diario che chiudono il libro: «"Tutto è rimasto come prima, la mafia comanda ancora (...) Solo due mesi fa qualcuno ha voluto distruggere il monumento che ricorda Livatino proprio nel luogo esatto dove l'hanno ucciso. Sono andati di notte, con un martello o con un piccone e lo hanno devastato. Sai che significa? Che sono passati quasi trent'anni ma non è cambiato nulla". Ci risiamo, penso sorridendo tra me e me. Riecco il solito Piero. Gli afferro la mano. (...) "Cambiare se stessi, le persone le regole del mondo" gli sussurro "nessuno ha mai detto che fosse una cosa facile. E' semplicemente la cosa giusta". Lo vedo sorridere di rimando. Non so se a una verità che l'ha illuminato o semplicemente alla mia ingenuità. Ma questo è Piero, mio marito. Non è un eroe, né un filosofo. Solo un uomo per bene».


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Dario Cercek
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