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Scritto Lunedì 27 dicembre 2021 alle 08:30

SCAFFALE LECCHESE/79: metti due Vitali a cena e nasce un riuscito omaggio ai laghée

Il “laghée” sarebbe chi abita sul lago, più precisamente sul Lario (pare si contempli anche il Maggiore, ma è ipotesi controversa). Ed è comunque accezione sbrigativa, perché quella del “laghée” è soprattutto una condizioni dello spirito. Esclusiva di chi nasce e cresce sul lago, assodato che “laghée” non lo si diventa. C’è materia per trattati sociologici (e filosofici). Come quella singolare dissertazione in cui si cimentarono, ormai quasi trent’anni or sono e ciascuno con il proprio linguaggio specifico, i bellanesi Andrea Vitali e Velasco Vitali, lo scrittore e l’artista, all’epoca già apprezzati anche se da platee ancora circoscritte.

La copertina del volume

Giovani forse non lo erano già più, avendo entrambi superato la trentina. Però non erano ancora affermati come oggi. Andrea Vitali vedeva già la quarantina all’orizzonte, di mestiere faceva il medico di base e nel cassetto aveva tante storie da raccontare: per il momento, però, era un narratore esordiente con un paio di romanzi pubblicati. Velasco Vitali, di poco più giovane, aveva già esposto in alcune mostre con positivi riscontri, ma per i più era sempre il figlio di quel Giancarlo Vitali, pittore di grande forza espressiva che un paio di lustri prima era stato scoperto da Giovanni Testori.

Illustrazioni tratte dal libro

Oggi, Andrea è autore da best-seller e Velasco artista quotato. Era il 1993 quando i due pubblicarono quella loro riflessione: “Di laghée. O le virtù del lago”, un libro raffinatissimo stampato in novecento copie dalla lecchese Casa Editrice Stefanoni. E, per quanto vi sia una citazione del tutto marginale, dev’esser certo stato della partita anche il gallerista Oreste Bellinzona. Ci immaginiamo con un ruolo tutt’altro che marginale nella gestazione di questo libro «di parole e immagini, zeppo di motivi, scuse, bugie e verità», atto a spiegare certe decantate “virtù del lago”. Da un’idea spuntata nel corso di una cena, come ci viene spiegato in una breve introduzione uscita dalla penna dell’Andrea.

«Non v’è banalità – leggiamo - che, almeno una volta nel corso della vita, non piaccia dire. Altre invece vengon ripetute ad usura. Così è di noi quando diciamo che amiamo il lago, che ci piace abitare sulle sue sponde. Che, se anche a volte ce ne allontaniamo, è per sentire a un certo punto della vacanza la lieve nostalgia del suo richiamo. Dimenticando che spesso, su quelle stesse rive, finiamo per raccogliere rompimento infinito di scatole. Può capitare però che delle banalità dichiarate si venga chiamati a rendere conto. Così ci è capitato». Quella sera a cena, infatti, «s’affacciavano al tavolo ospiti che erano di passaggio. Noi di lago eravamo in sovrannumero. Per vezzo, o vizio, declamavamo le virtù calamitiche del lago. Di quello, s’intende, di Como». E venne così quell’invito a spiegare meglio, non seduta stante ma appunto in un più ponderato libro, invito «che raccogliemmo come fosse incandescente».

Ne è uscito un volume straordinario, un piccolo capolavoro, un libro d’arte. Che rende peraltro improbo il compito dell’estensore di queste righe. Al quale, se è agevole il pescar qui e là perle delle tante disseminate dal Vitali scrittore, più arduo è “illustrare” l’incanto delle opere del Vitali artista. Che sono tante, tantissime, da riempire tutto un museo. E che vorremmo mostrarvi tutte e non lo si può. Facendo dunque inevitabile torto all’artista e alle opere. In entrambi i casi, negli scritti e nei disegni, comunque appare, concreta e tangibile, l’anima del “laghée”.
Velaco ci offre paesaggi e vedute, lago e monti avvolti in certe atmosfere che ben conosce chi è solito frequentarli. E tramonti e nebbie. Barche e battelli, villaggi, E poi scorci, dettagli di natura e vita vissuta, voli d’uccelli, gorghi, animali e fiori, personaggi.

Andrea invece ci racconta della vita in riva al lago, di quella vita bellanese che è cornice dei suoi romanzi, con piccole note che sono autentiche poesie e tutte insieme sono la poesia di un luogo, di tempi e genti che passano. Piccoli gesti, a volte, che racchiudono un mondo. Per esempio, le castagne d’india che sono come la fortuna: «tutt’e due cadono là dove capita, ciecamente» e ci si china a raccoglierle «la fortuna perché è fortuna, la castagna d’India perché ci preserva dai raffreddori». Che poi, alla castagna d’India, «solo il nome le è rimasto d’orientale: al pari di certi cosiddetti cittadini extracomunitari, che ormai parlano il dialetto nostro e bevono il bianchino».
O le panchine che «non per alleviare la stanchezza di alcuno furono inventate» bensì «per dar modo a chiunque di osservare lo spettacolo dell’umanità, in beata solitudine o in prescelta compagnia». O, ancora, le bilance di piazza: «Ogni paese aveva la sua, qualcuno ancora ce l’ha. Certo ci fu un tempo in cui una bilancia in piazza era segno di progresso, abbellimento, servizio offerto agli allegroni che si pesavano ridendo».

Spazia, lo sguardo, a racchiudere un intero universo, i suoi abitatori, le stagioni come la breve estate della villeggiatura con l’inglesina e la francesina e la tedescona (naturalmente, hai visto mai una tedeschina?) ad affollare il lido. Già, il lido dove «con colpevole ritardo rispetto alle spiagge à la page, è arrivato il ballonzolante spettacolo dei seni femminili esibiti in libertà. Mica tanti, qualcuno, qua e là e perciò ancora più preziosi, merce rara. (…) “Ce n’era giù una ieri che…” E via con la minuziosa ben accetta descrizione. “Giù” è l’avverbio che indica la posizione del lido. “Giù al lido” si dice come si direbbe “Giù all’inferno”. E tra i due luoghi, lido e inferno, dev’esserci una certa somiglianza».

C’è tanta ironia quando dice che «nei paesi di lago proliferano gli esperti: del tempo, di ristoranti, di donne, di educazione, di urbanistica: «Categoria spregevole, si dirà, quella degli esperti. No c’è del buono, è l’esperto di pesce, quello che, davanti all’agone, storcendo il naso, dice: “Questo è un agone del lago di Garda”. Mangiatelo adesso se ne avete il coraggio».
Ma c’è anche una vena malinconica: «Quando odo le campane notturne so su che paesi il loro suono si stende: paesi vuoti, silenziosi. Li popola la fantasia di ciò che sono stati». Che è quasi un invito a una sorta di raccoglimento perché il lago è come certi amici rimasti sempre fedeli a se stessi e «io hp di questi amici, cresciuti anche loro sulla riva del lago: pochi, potrei fare i nomi ma, se lo facessi, loro non sarebbero contenti: da dove, se non dall’acqua muta del lago, abbiamo imparato il pudore dei sentimenti?»

Infine, un esilarante alfabeto dei luoghi comuni. Eccone alcune voci.
Depressione: «Alcuni affermano che il lago favorisca la depressione. A tutti costoro consigliamo di non frequentarlo perché il vederli così ci deprime»
Estate: «Sul lago dura venti giorni. E’ calda e umida, popolosa di turisti appassiti; per chi lavora è stagione di pallori; chi va per lidi raccoglie micosi ed enterobatteri. L’ora legale fa il resto. Per fortuna dura venti giorni e poi è settembre»
Ganassa: «Sbruffone, esibizionista, discende in linea diretta dal bullo di periferia o d’oratorio ma rispetto a quest’ultimo ha adottato modi cittadini. Il bullo faceva il bagno nel lago ai primi di giugno e spadroneggiava sui campi di calcio. Il ganassa racconta di aver fatto queste cose ma nessuno l’ha mai visto»
Happening: «Covegni ritrovi. Si fanno nei week-end all’interno di hotels. Vi partecipano yuppies e managers, Nel loro corso si combinano business e si bevono cocktails»
Pazienza: «Attributo indispensabile per chi, vivendo in un paese di lago,  asoetta che qualcosa accada; poi, quando è accaduto, si capisce che era meglio prima, quando si stava in attesa. Ergo, Leopardi docet».
Per concludere con un sonoro “Vadaviaiciap, vadavialcu”: «Zingaresche espressioni con cui, uno di lago, potrebbe dimostravi tutta la sua considerazione al termine di un vostro elaborato ragionamento».


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Dario Cercek
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