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Scritto Giovedì 13 gennaio 2022 alle 18:20

Calozio: tunisina accusa un ragazzo di rapina, ora 'rischia' però lei

Aveva denunciato un amico. Ora rischia seriamente di essere lei – già nota alle cronache e attualmente detenuta per altra causa – a finire nuovamente nei guai: il pubblico ministero Andrea Figoni ha chiesto infatti la restituzione degli atti del processo a carico del giovane per “indagare” sulle dichiarazioni rese dalla donna, ravvisando una possibile calunnia. Ma andiamo con ordine.
Una cittadina tunisina nel luglio del 2019 ha sporto querela nei confronti di un conoscente, classe 1992, nativo del Senegal ma domiciliato a Olginate. La magrebina ha sostenuto di essersi vista sottrarre il televisore – con violenza – dall'amico, entrato nella sua abitazione di Calolzio scavalcando la rete perimetrale. Quest'oggi nel ricostruire l'accaduto l'imputato – difeso dall'avvocato Marinella Gavazzi – ha raccontato invece di aver trascorso tutta la giornata con la donna, prima presso il parco di Calolzio a ridosso della Cartiera poi presso la sua abitazione di Olginate, bevendo e “fumando” con la tunisina. Fattasi mattina e dovendo prendere il primo treno per Milano, avrebbe riaccompagnato a casa la donna. Questa sull'uscio, prima di chiedersi la porta alle spalle, gli avrebbe sottratto il borsello contenente del contante, salvo poi denunciarlo al sopraggiungere dei Carabinieri.
Come asserito dal PM, la ricostruzione dell'accaduto tracciata dalla donna si sarebbe rivelata non credibile anche perché, all'arrivo dei militari, il portafoglio dell'imputato con i suoi documenti e 150 euro in contante è stato effettivamente trovato nell'abitazione dell'accusatrice mentre il televisore che le sarebbe stato rubato, incomprensibilmente, è stato rinvenuto poi a poca distanza in una legnaia. Chiesta dunque dal dr. Figoni l'assoluzione del trentenne per tutti i capi d'imputazione a lui ascritti – rapina e lesioni – tranne che per quello relativo alla cessione di droga in relazione al quale ha chiesto una condanna pari a un anno e 4 mesi.
Ricordando come il suo assistito abbia parlato di uso e non di vendita di “fumo”, il difensore ha chiesto un'assoluzione in toto. Ottenuta. “Il fatto non sussiste” la formula scelta dal collegio, disponendo altresì la restituzione dei soldi in sequestro all'imputato e degli atti al PM per valutare la posizione della denunciate.
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