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Scritto Domenica 06 febbraio 2022 alle 16:15

SCAFFALE LECCHESE/85: i tomi di Pietro Pensa sulle 'memorie' di Lario e Adda

La foto risale addirittura al 1917 e cristallizza una chiacchierata tra due vecchi contadini. Uno lo si distingue bene: ha la sua bella barba bianca e la pipa in bocca. L’altro purtroppo è un po’ nell’ombra, si perdono le sembianze del volto. Tutt’e due in camicia, gilet e cappello calcato sulla testa. Impressionata su una lastra crepatasi nel tempo, azzurrata per scelta editoriale, è una fotografia simbolica di un mondo che non c’è più. Ma i due non sono figuranti. Hanno identità precise: uno è Ambrogio Barindelli, classe 1868, e l’altro, quello un po’ più scuro, Giovanni Grassi, nato nel 1854, «uomo saggio che è stato anche sindaco». Entrambi di Esino. All’epoca della foto erano i «due informatori più cari» a Pietro Pensa che ancora portava i calzoni corti ma già raccoglieva le testimonianze di una civiltà al tramonto.



Di Pietro Pensa, nato nel 1906 e morto nel 1996, ingegnere e amministratore pubblico, ci siamo già occupati, parlando del romanzo “La strada del viandante”, e non torniamo quindi a tratteggiarne la biografia se non proprio per ricordare l’impegno di una vita nel recuperare la memoria di una terra e della sua gente, accumulando una grossa mole di materiale riversato poi in alcuni libri che ancora oggi costituiscono una risorsa straordinaria: “Noi gente del Lario” stampato nel 1981 dall’Editore Cairoli di Como su iniziativa della Comunità montana valsassinese e “L’Adda, il nostro fiume”, tre volumi usciti tra il 1990 e il 1997 per il Punto Stampa di Claudio Redaelli.


Pietro Pensa

Si tratta di tomi ponderosi che hanno lo scopo di tramandare la memoria di ciò che la nostra terra è stata: «Mi sono reso conto – scriveva l’autore - dell’interesse dei giovani alla conoscenza dei loro paesi» e da ciò la decisione di scrivere per «salvare quanto possibile della sapienza dei vecchi». Ci sono le pagine storiche sui grandi e i piccoli eventi, le notizie geografiche, ci sono i capitoli economici nei quali si racconta sostanzialmente la vita quotidiana di un tempo con i suoi mestieri. E poi, il folclore, l’arte, la religiosità, il “ritmo delle stagioni”, gli insediamenti umani, la cultura che è anche cultura popolare.
«Il tempo in cui ferveva la vita che descrivo – premetteva Pensa a “Noi gente del Lario” - copre gli ultimi decenni del 1800 e i primi lustri del 1900. I villaggi, quelli montani soprattutto, incontravano allora una tremenda recessione, e vedevano schiere di emigranti partire per le Americhe. Finita con una pace discussa la prima guerra mondiale, i reduci, che erano venuti a contatto con altre realtà, frustrati dalle lunghe e vane tribolazioni nelle trincee, non vollero più accettare la miseria che avevano lasciato e cercarono affannosamente vie nuove. Si ebbe, così, una rottura con il passato: contestandolo, i giovani non credettero più nel mondo dei loro padri e lo rifiutarono; rifiutandolo, lo dimenticarono. Oggi chiederesti invano agli uomini di ottanta anni notizia sulla vita dei loro genitori, troveresti un vuoto. Diversamente fu per me. Nel 1918 frequentavo i primissimi corsi del ginnasio (…) ero felice quando potevo tornare al paese dei miei avi. Ogni piccola cosa di lassù mi interessava: chiedevo agli anziani sul presente e sul passato, e quelli erano lieti che ancora qualcuno, fosse pure un ragazzo, li ascoltasse. Mio padre, poi, durante l’estate, visitava i molti amici che aveva di qui e di là del lago, mi conduceva con sé, ed io guardavo, domandavo, annotavo. Arricchiti gli appunti di allora di tante notizie trovate nei diari di mio nonno, di mio padre e di loro amici, cerco di illustrare un folclore schietto (…) Documento i comuni ricordi».


Sono parole scritte quarant’anni fa ed era un’epoca in cui ci si rendeva conto che il mondo era cambiato. Germogliavano allora le iniziative per raccogliere per preservare almeno i ricordi di un tempo che non c’era più: gli anni tra i Settanta e gli Ottanta del secolo scorso erano l’epoca in cui nascevano i musei etnografici, si pubblicavano ricerche e indagini, raccolte di canti popolari, era una caccia continua agli “ultimi testimoni” di una storia conclusa.
Era l’epoca della pasoliniana “sparizione delle lucciole” uccise dall’inquinamento dell’aria e dell’acqua (1975). L’epoca in cui il piemontese Nuto Revelli pubblicava “Il mondo dei vinti” (1977) a descrivere una condizione di stenti e di sofferenze che soltanto una successiva mitologia pubblicitaria avrebbe presentato come aurea. Eppure – ci dice Pensa – già allora gli “ultimi testimoni” se ne erano ormai andati: già allora, appunto, sarebbe stato vano chiedere a un ottantenne come avessero vissuto i genitori Troppo era stato ormai cancellato.  Tra l’altro, mentre arrivavano nelle librerie i volumi di cui stiamo parlando, assistevamo già a un altro nuovo declino, quello del paesaggio industriale novecentesco, quello delle fabbriche dove erano andati a lavorare i contadini di quell’altra epoca precedente.



La fortuna era stata quella di crescere all’inizio del Novecento, negli anni in cui – dice Pensa - cominciò quel movimento di spopolamento della montagna e di abbandono della terra che si sarebbe poi concluso poco più di mezzo secolo più tardi lasciando un vuoto non ancora colmato oggi. La fortuna dunque, fu proprio quella di crescere in quegli anni e di avere una curiosità precoce per ricerche alle quali, invero, poteva dedicarsi chi aveva alle spalle una famiglia benestante e quindi la possibilità di studiare. Oltre ad avere anche un po’ di tempo da perdere. Ed è questa un’altra fortuna. Se può infatti sorprenderci che un Pietro Pensa undicenne, nelle sue vacanze tra Esino e Bene Lario, vada a farsi raccontare storie dai vecchi contadini e pure fotografarli, non va dimenticato che, ancora, i suoi coetanei più umili già dedicavano quel tempo al lavoro: nei campi, con il bestiame, ma anche negli opifici o nelle miniere. Nemmeno secondario è il clima famigliare e le memorie che in quell’ambito si tramandavano come lo stesso Pensa ci ha già dato conto nella citata “Strada del viandante”. Non è quindi omaggio solo convenzionale la riconoscenza «a mio nonno Pietro, a mio padre Giuseppe, a mio zio vescovo Carlo, che mi hanno insegnato ad apprezzare la saggezza dei vecchi».
Come  non è un caso, per esempio, che sia stato proprio il nostro autore, nel 1959  sindaco di Esino, a sistemare il Museo delle Grigne ideato una decina di anni prima dal parroco don Giovanni Battista Rocca: «Nel paese dove sono nato i fossili erano di casa: Antonio Stoppani, di cui mio nonno Pietro era amico, li cercava e li studiava; i Bertarini della casata Bartuela, che gli facevano da guida nei canaloni della Grigna, li estraevano dalla roccia per lui, e ne facevano anche commercio con i musei dell’Europa e dell’America; la gente comune se ne compiaceva perché rappresentavano un richiamo a turisti e scienziati nostrani e stranieri. Fu così che da ragazzetto me ne trovavo sempre qualcuno tra le mani».



Come detto “Noi gente del Lario” usciva nel 1981: il territorio «è quello delle rive e delle valli che lo legano al Ceresio, al Verbano, alla Bergamasca, con esclusione peraltro, di Como e di Lecco, distaccatasi nel folclore da secoli». Uno vasto sguardo non arbitrario. Come spiegava in prefazione Giuseppe Guzzetti, allora presidente della Regione Lombardia che patrocinava la pubblicazione: «Esiste, al di là delle definizioni amministrative del territorio, un comune denominatore che lega ad una medesima realtà di cultura e di tradizioni le popolazioni che gravitano sul Lario (…) in epoca antica il territorio comasco «designava un’area che andava dai confini nord della giurisdizione di Milano alle città di Mendrisio e di Lugano. I mutamenti territoriali non sono riusciti a snaturare la comune identità etnica e culturale».
Più complessa la genesi della “trilogia” dell’Adda., opera anche questa dedicata con amore ai giovani «perché conoscano l’Adda, l’amino e ne riportino le acque allo splendore di un tempo», ora «che preoccupa la triste condizione del territorio, tanto mutato dall’opera nostra nella vana illusione di portare avanti la civiltà».
In realtà, avrebbe dovuto essere un solo volume, quello appunto del 1990. Che infatti non è contrassegnato da un numero e ha un sommario esaustivo. I volumi successivi – editi nel 1992 e nel 1997 - ampliano i temi già trattati e sono probabilmente frutto di un rincrescimento per avere dovuto accantonare molti documenti. Tra l’altro, Pensa non poté vedere il compimento dell’opera: moriva infatti nel 1996, mentre era in fase di preparazione il terzo volume che infatti sarebbe uscito con un ricordo dell’autore da parte del figlio Carlo Maria. A completare la redazione fu quindi il giornalista Angelo Sala che già dal secondo volume aveva collaborato con Pensa nel riordinare il materiale.



Ed è un lungo racconto che accompagna il fiume dalla Valtellina alla Bassa attraversando i paesaggi lariani e la Brianza. Annotava proprio Sala: «Pietro Pensa non altera mai i connotati dell’Adda. Egli è osservatore, evocatore, rivelatore, narratore. Parte dalla geografia e finisce nell’economia, senza trascurare prosa e poesia perché spesso è presente e evidente il tono lirico».
Del resto, aveva confessato Pensa: «quando, ora che son vecchio, mi soffermo a fare una sintesi del mio passato mi rendo conto che l’Adda è stato il filo conduttore della mia vita».
Restituendoci l’immagine di un mondo scomparso, Pensa non nasconde una vena di tristezza: «Se brutta diventa la natura quando l’uomo l’avvilisce col cemento, altrettanto spiacevole si fa quando l’abbandona e la lascia alla sua disordinata vitalità. Soprattutto, però, mi ha reso malinconico la grande solitudine delle valli: ho camminato per ore senza incontrare anima viva, là dove un tempo era fervida la presenza dell’uomo, vuoi che fosse il richiamo di un capraio, o il tintinnio delle mandrie troppo affollate, o il batter su un tronco dell’accetta del boscaiolo».
Ma la speranza è proprio che la sua opera serva ai giovani, come afferma a proposito dell’Adda: «Da quegli scritti – ora che preoccupa la triste condizione del territorio, tanto mutato dall’opera nostra nella vana illusione di portare avanti la civiltà – ho tratto un riassunto che con amore dedico ai giovani perché conoscano l’Adda, l’amino e ne riportino le acque allo splendore di un tempo».

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Dario Cercek
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