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Scritto Domenica 27 marzo 2022 alle 12:45

SCAFFALE LECCHESE/92: in tempo di guerra la figura di Teodoro Moneta, nobel per la Pace

I lampi di guerra di questi nostri cupi giorni e certe lacerazioni pacifiste sono un invito a riscoprire la figura di Teodoro Moneta, il giornalista milanese vissuto a cavallo tra XIX e XX secolo e le cui spoglie riposano nel cimitero di Missaglia. Personaggio quasi dimenticato. Eppure, nel 1907 gli venne assegnato il premio Nobel per la pace. A tutt'oggi, l'unica volta di un italiano.

A Missaglia sorgeva la villa di famiglia che i biografi ci dicono essere stata rifugio amato. Del resto, i rapporti con i luoghi e la popolazione del paese non dovettero essere superficiali e sporadici visto che fu presidente della società di mutuo soccorso e sindaco di Contra, oggi frazione ma allora Comune autonomo.
Leggiamo: «Durante i mesi estivi la famiglia si recava villeggiatura nella casa di campagna di Missaglia, in località Agazzino, a tre ore di calesse da Milano. I ragazzi trascorrevano l'estate in un'atmosfera rustica e bucolica, a contatto con la vita semplice dei contadini. Ernesto Teodoro amò sempre il suo rifugio missagliese e per tutta la sua vita vi si rifugiò, circondato da parenti e amici e intessendo rapporti di buon vicinato con altre famiglie milanesi». Frequentando le quali trovò anche moglie: «Giunto scapolo ai quarant'anni, nel 1874 si sposò con un'amica delle sue sorelle, Ersilia Caglio, discendente di un'antica famiglia milanese che aveva casa a Missaglia in località Tegnoso, a poca distanza della residenza dei Moneta». Vi trascorrerà anche gli ultimi anni della propria vita: «A volte lo si vedeva, accompagnato da qualche nipote, percorrere la strada che collegava la sua villa in località "Tegnoso" alla villa dell' "Agazzino", dove ancora risiedevano le sorelle Regina e Clementina, che gli sopravvissero e gli assicurarono conforto e assistenza negli ultimi anni. (...) Nella residenza missagliese Moneta festeggiò gli ottant'anni il 20 settembre 1913, circondato dal gioioso affetto di tutti i suoi parenti e da numerosi amici accorsi anche da Milano».
Si tratta di brani tratti dal libro di Silvano Riva e Domenico Flavio Ronzoni, "Un milanese per la pace. Ernesto Teodoro Moneta", pubblicato nel 1997, a novant'anni dunque dall'assegnazione del Nobel, dall'editore Bellavite che proprio a Missaglia sta di indirizzo.
Purtroppo, non disponiamo di un'esauriente ricostruzione dei soggiorni brianzoli e dell'impegno per la comunità, di là di accenni disseminati qua e là. A ciò supplisce il culto che gli tributa un'amministrazione comunale indubbiamente orgogliosa.
Cresciuto in una famiglia impegnata sul fronte risorgimentale ed egli stesso coinvolto in prima persona (fu combattente garibaldino), Ernesto Teodoro Moneta fu figura di primissimo piano del giornalismo milanese, un innovatore, un direttore che lasciò il segno nella storia della stampa: «Nel 1866 l'editore milanese Sonzogno aveva fondato "Il Secolo", quotidiano di ispirazione democratica, che in breve divenne il giornale milanese più popolare. (...) Moneta vi entrò come critico teatrale e dopo un anno, nel 1867, su richiesta dello stesso Sonzogno, ne divenne direttore mantenendo questo incarico per ben 29 anni. (...) Egli mirò a farne, oltre che un giornale politico, una pubblicazione per tutti, introducendovi romanzi d'appendice (...); lo rese poi vario e stimolante con rubriche divertenti, servizi di informazione interna ed esterna, e perfino strenne, lotterie, premi riservati agli abbonati».

Negli ultimi anni Settanta cominciava a delinearsi l'immagine del Moneta "pacifista". Le cui radici egli faceva risalire a un episodio della propria giovinezza quando, quattordicenne, aveva partecipato alle Cinque giornate di Milano lanciando pietre e mattoni sugli austriaci al Ponte dei Fabbri: «Dalle finestre di casa mia (...) avevo visto cadere colpiti da più palle quasi a bruciapelo, tre soldati austriaci. Creduti morti furono trasportati in una vicina piazza. Li vidi due ore dopo. Qualcuno di essi respirava ancora, mandando i rantoli della morte. A quella vista mi si gelò il sangue nelle vene, e un'immensa pietà mi vinse. In quei tre soldati io vidi non più dei nemici ma degli uomini come me, e con una specie di rimorso, quasi li avessi uccisi io stesso, pensai alle loro famiglie che in quel momento facevano forse progetti pel loro ritorno. E allora sentii quanto vi è di inumano e di crudele nella guerra, che fa nemici, a loro reciproco danno, popoli che avrebbero tutto l'interesse a intendersi e ad essere amici». Tali le parole del discorso pronunciato nell'allora Cristiania e oggi Oslo, in occasione del ritiro del premio Nobel, il 10 dicembre 1907.
Nel 1878 - riepilogano Riva e Ronzoni - Moneta aveva costituito, «con l'amico Carlo Romussi e la nobildonna Cristina Lazzati una "lega di Libertà, Fratellanza e Pace". (...) Alcuni anni dopo, nel 1887, fu costituita a Milano l'"Unione Lombarda per la Pace e l'Arbitrato Internazionale" alla cui fondazione Moneta, nella sua qualità di direttore di un giornale politico, non partecipò ufficialmente, ma a cui diede il suo pieno appoggio». Nel 1889 si tenne a Roma il primo congresso nazionale della pace e Moneta ne fu il primo relatore, nel 1890 promosse l'Almanacco della pace, una pubblicazione annuale di propaganda con molte firme di peso ma che, per raggiungere un pubblico sempre più vasto, pubblicava anche gli orari ferroviari: nel 1891 assunse la presidente dell'Unione per la Pace e l'Arbitrato, nel 1991 a Londa propone la costituzione degli Stati Uniti d'Europa, nel 1898 fondava "La Vita Internazionale", una rivista che promosse una serie di iniziative che ebbero eco internazionale e finì anche sotto sequestro per la pubblicazione di un intervento dello scrittore russo Lev Tolstoj accusato di incitare alla rivolta contro il servizio militare. Nei primi anni del Novecento pubblicò "Le guerre, le insurrezioni e la pace nel secolo XIX", un'opera in diversi volumi sugli eventi dell'Ottocento. L'età avanzava, ma non calava il ritmo degli impegni, delle conferenze in giro per l'Italia e dei congressi internazionali.

Quando, nel 1906, venne organizzata l'Esposizione Universale milanese «Moneta intuì immediatamente - ancora Riva e Ronzoni - che si presentava un'irripetibile opportunità per la propaganda dell'ideale pacifista (...) e pensò di allestire all'interno dell'Esposizione un Padiglione della Pace (...) che risultò uno degli edifici più ammirati». E nel 1907 arrivò appunto l'assegnazione del Nobel in condominio con il giurista francese Louis Renault (soltanto omonomo del certamente più celebre imprenditore dell'automobile): «Trent'anni di indefessa propaganda pacifista, attuata tramite giornali, riviste, congressi e conferenze, sempre in primo piano, sempre pronto a mettere in campo la forza delle proprie opinioni, avevano messo in luce E. T. Moneta anche sul piano internazionale, rivelandolo come una delle figure più importanti del pacifismo mondiale».
Ecco la sintesi che ci è offerta da Arturo Colombo, illustre docente universitario di dottrine politiche, in uno studio apparso sulla rivista fiorentina "Nuova Antologia" nel 2007: fu «promotore e animatore di quella "Società per la pace e la giustizia internazionale" (...) Le finalità ideali e gli scopi operativi del sodalizio, così caro all'impegno di Moneta, sono subito indicati nei quattro punti-chiave, che qui varrà la pena i ricordare con le stesse parole dello statuto: "1. Diffondere idee ed educare sentimenti umanitari per la cessazione delle guerre; 2. Favorire l'affratellamento dei popoli; 3. Propugnare le soluzioni arbitramentali nelle vertenze internazionali; 4. Promuovere la trasformazione globale degli eserciti permanenti, sostituendo ad essi le nazioni armate».
Dalle formalità statutarie al più schietto linguaggio "militante", Moneta guardava alla guerra come a una barbarie, propugnava una federazione europea tra gli Stati e la costituzione di una Società delle Nazioni: programma declinato nelle forme più diverse perché fosse messaggio recepito dalle élite e dai governanti ma anche dal popolo comune. Con la convinzione che la pace non fosse un'illusione, come argomentò nello stesso discorso di Cristiania: «Illusione non è: lo sentivo dentro di me, e me lo confermava la storia della evoluzione umana e l'esperienza di ogni giorno. Le idee giuste, che trovano la loro sanzione nella coscienza dei buoni, non muoiono, epperò sono realtà e sono forze. Ma sono realtà e sono forze nella misura e nel tempo che sappiano farle valere coloro che le professano».
I detrattori ricordano come nella vita privata Moneta non avesse disdegnato di ricorrere al duello per riparare qualche torto, come a dire che non "razzolasse" con coerenza. Può anche darsi, ma si dovrebbe aprire una lunga digressione.
In realtà, il problema è un altro ed è l'atteggiamento di Moneta, combattuto tra patriottismo e pacifismo, nei confronti della guerra di Libia nel 1911, scatenata dall'Italia nel 1911 contro l'Impero Ottomano.
In quell'occasione. il direttivo della Società per La Pace presieduto da Moneta approvò un ordine del giorno «nel quale, riconoscendo la necessità storica dell'espansione coloniale dei popoli civili, si augurava che la conquista italiana della Tripolitania e della Cirenaica, per un paese di forte emigrazione come l'Italia, potesse rappresentare la creazione di una nuova fonte di benessere per tutti e, soprattutto, assicurando l'equilibrio nel Mediterraneo, contribuisse al mantenimento della pace europea. Da questo momento egli non dissocerà più la propria posizione da questi principi e su di essi, anzi, fonderà la giustificazione ideologica e pratica del conflitto, difendendo le proprie tesi con argomentazioni che ribaltavano molte sue precedenti dichiarazioni»,
Da Arturo Colombo mutuiamo le parole dello storico Gian Paolo Calchi Novati, secondo il quale «il suo [di Moneta] pacifismo è sempre riferito all'incolumità dai paesi sviluppati, i soli del resto che allora erano dotati di personalità giuridica a livello internazionale. (...) L'argomento più indigesto per il pacifismo ufficiale intriso di positivismo e di scientismo è che inevitabilmente sembrava incoraggiare l'espansione dei popoli forti nei confronti di quelle che venivano chiamate le aree esterne (...) i paesi in via di sviluppo oggi e i paesi del terzo mondo di ieri».
Moneta, pur avanti nell'età e sofferente, riuscì ad assistere anche alla carneficina della Grande Guerra che peraltro lo vide interventista con la giustificazione che «la sua attività di pacifista - scrivono Riva e Ronzoni -, tesa sempre a scongiurare le guerre, non è stata tradita bensì travolta dalla volontà devastatrice della Germania e dell'Austria. Combattere i due Imperi germanici e ridurli all'impotenza, precludere loro la possibilità di continuare la loro impresa di asservimento universale sarà l'opera più umana e meritevole che uno stato possa compiere».
E sta probabilmente in queste contraddittorie posizioni il motivo dell'oblio che col tempo ha avvolto la figura di Teodoro Moneta, pressoché escluso dal pantheon dei movimenti nonviolenti e pacifisti contemporanei.

Alla fine dei suoi giorni, Moneta ebbe comunque il tempo di ascoltare il presidente americano Wodrow Wilson lanciare l'idea di una Società delle nazioni: a ciò dedicò l'ultimo articolo scritto per la rivista "La Vita internazionale", il 20 gennaio 1918. Venti giorni dopo, il 10 febbraio, lo colse la morte. Poi, appunto, «la salma - ancora dal libro di Bellavite - fu tumulata nella tomba di famiglia a Missaglia, nella Brianza che aveva amato per tutta la vita, piccola patria nella grande patria del mondo».




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Dario Cercek
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