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Scritto Sabato 21 maggio 2022 alle 18:10

Lecco, fine vita: dal 2018 sono 1039 le DAT sottoscritte in tutta la provincia. Brivio e altri comunI sono a zero. 'Occorre più informazione'

Bocciato dalla Corte costituzionale, il referendum sul fine vita non si terrà. E il Parlamento non sembra avere fretta nel discutere una legge che regolamenti la materia visto che in Senato non è nemmeno ancora calendarizzato. Però l’obiettivo sarà comunque raggiunto. Gradualmente. Perché già rispetto al passato, anche solo pensando alla situazione di cinque o dieci anni fa, molto è cambiato e una rivoluzione culturale è già avvenuta. In un Paese, peraltro, in cui tacitamente l’accompagnamento alla morte c’è sempre stato ma sulla cui esigenza di una legislazione trasparente hanno pesato e pesano le testimonianze di singole persone, tra cui il lecchese Beppino Englaro, tenace nel lottare perché fosse non riconosciuto il diritto come tutore della figlia Eluana non di decidere sull’interruzione delle cure bensì di far rispettare la volontà che in vita la stessa figlia aveva espresso.

Dell’argomento si è parlato giovedì sera – 19 maggio - nel salone Di Vittorio della Camera del lavoro in un’iniziativa promossa dalla cellula lecchese dell’Associazione Luca Coscioni, dall’associazione “L’Asino di Buridano” e da Sinistra Italiana con l’intervento di Massimo Clara (avvocato civilista impegnato nelle battaglie per i diritti civili), Paola Gobbi (infermiera e referente milanese dall’Associazione Coscioni), Serena Pillozzi (docente e ricercatrice oncologica all’Università di Firenze e nella segreteria di Sinistra Italiana) con l’introduzione di Sergio De Muro e la moderazione di Simone Galimberti, entrambi dell’Associazione Coscioni di Lecco.
Un referendum bocciato non è nemmeno una battaglia perduta, dunque, visto che comunque l’argomento è in qualche modo all’ordine del giorno e non potrà più essere eluso a lungo. E del resto, la legge del 2010 sulla terapia del dolore e le cure palliative, nonché quella del 2017 sulle “dat” (disposizioni anticipate di trattamento, più popolarmente definite testamento biologico) hanno già modificato la realtà. Ed è proprio sulla necessità di informare sulle dat che si potranno avviare nuove iniziative anche nel nostro territorio.

Massimo Clara

Paola Gobbi

Infatti – si è chiesta Pillozzi - «quanti sanno dalla possibilità offerta della legge e soprattutto quanti sanno come fare? Un cittadino su venti? Occorre dunque una campagna di informazione, bisogna informare i cittadini ma anche gli operatori sanitari. Sarebbe semplicissimo creare “punti dat” negli ospedali. Bisogna equiparare la “dat” alle altre esigenze sanitarie»
Informare cittadini e personale sanitario, ma occorre anche sensibilizzare i sindaci come ha detto il borgomastro di Dolzago, Paolo Lanfranchi, che ha rilevato come i primi cittadini mettano in secondo piano questi temi non tanto per cattiva volontà (pochi quelli mossi da motivi ideologici) ma perché si ritengono più «rappezzatori di marciapiedi», quando invece sarebbe anche opportuno che lo stesso personale municipale venga formato perché possa informare e rispondere alle richieste dei cittadini.
A questo proposito, tra l’altro, il consigliere comunale lecchese di “Cambia Lecco”, Alberto Anghileri, proporrà che al momento del rinnovo della carta d’identità i cittadini siano informati sulla possibilità prevista dalla legge di sottoscrivere le Disposizioni con le quali dare disposizioni anticipate sui trattamenti sanitari in casi gravi, quando non saranno magari più capaci di intendere.
Sulla diffusione delle dat, Galimberti ha fornito i dati su una piccola indagine svolta nel Lecchese per capire quante Disposizioni fossero state depositate e quali informazioni offrono i Comuni.
Attualmente sono 1039 le dat sottoscritte in tutta la provincia, pari allo 0,3% dell’intera popolazione (il dato nazionale è lo 0,4%). Di queste, oltre quattrocento sono state presentate nel 2018, il primo anno della legge, oltre trecento l’anno seguente, poi il covid ha rimescolato carte e situazioni. Balzano all’occhio i dati di Mandello, dove la percentuale sale allo 0,9%, di Cassago e Sirtori sopra allo 0,8%.  Sul fronte dell’informazione, degli 84 Comuni della provincia, soltanto 7 forniscono sul proprio sito informazioni chiare e complete, mentre 27 danno notizie che andrebbero migliorate, integrate o rese più accessibili. Dato da prendere per le pinze – ha avvertito Galimberti – quello che vede la percentuale delle dat allo 0,34% nei Comuni dove esiste informazione e allo 0,28% laddove invece non esiste. E tra i Comuni senza alcuna dat presentate, «se è un dato comprensibile per Morterone, fa più riflettere invece per Brivio».

Serena Pillozzi

Sergio De Muro

La serata, come detto, è stata introdotta da De Muro che ha sottolineato come quella del fine vita «sia una questione di libertà di scelta, non perché questo o quello debbano morire, ma perché ciascuno possa scegliere e potrà anche scegliere di continuare a vivere».
«Ma non è giusto – ha poi detto Clara – che un Paese debba fare passi avanti perché un Beppino Englaro si mette a girare l’Italia per far valere i propri diritti» opponendosi a coloro secondo i quali «non abbiamo signoria sulla nostre vite», quando già c’è un articolo della Costituzione che proibisce l’accanimento terapeutico ed è proprio per quell’articolo – ha continuato il legale citando un caso di una ventina d’anni fa – che una donna rifiutò quell’amputazione di una gamba ormai in cancrena che le avrebbe consentito di vivere più a lungo.
Uno dei passaggi chiave è quello del consenso informato che non deve essere considerato, coma accade, un mero atto burocratico ma un momento di informazione e di supporto di un paziente in condizione di fragilità.
«Siamo arrivati – ha aggiunto Gobbi – a un capovolgimento dei principi bioetici che regolano la professione sanitaria. Una volta, il “principio di beneficità”, quello appunto secondo cui il bene è amputare una gamba perché salva la vita, veniva prima di tutto. Oggi non è considerato superiore a quello di autonomia, di autodeterminazione: occorre tenere conto di quello che pensa la persona. Dei suoi bisogni anche sociali. Cos’è il meglio per ciascuno? Io adesso, di fronte a una diagnosi grave, sceglierei di vivere per i miei figli. Ma cosa penserò fra dieci, venti, trent’anni? I sanitari debbono essere rispettosi dei diritti di una persona in fase terminale». Perché «di fronte alla sofferenza – ha sottolineato Pillozzi – le scelte personali non possono essere messe in discussione». E, ancora, perché non è pensabile – parole di Clara – che in fin di vita e in condizione di non intendere, un cittadino perda i propri diritti.
D.C.
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