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Scritto Mercoledì 22 giugno 2022 alle 18:27

Gli ultimi 2 anni hanno reso instabile e incerto il bersaglio da colpire

Nemmeno il tempo necessario di sentire lo schioccare della freccia per accorgersi che è cambiato lo sfondo e il bersaglio. La globalizzazione con la sua dinamica interattiva a livello geo-politico aveva disegnato una mappa mercatocentrica, spargendo marchi, multinazionali su tutti i territori producendo a basso costo, omologando i prodotti, fingendo di controllare disuguaglianze e riducendo i diritti sociali; tutto questo veniva plasmato sulla mappa geografica del globo. Il mercato omologante doveva soddisfare i bisogni degli individui. Il sociale, la società erano considerati carta stropicciata da conservare negli archivi dell'archeologia industriale del novecento.
Per trent'anni il dogma della globalizzazione ha dominato la scena imponendosi nel commercio, negli scambi e delle materie prime.
Nell'arco di due anni la pandemia virale, il cambio climatico, le guerre distribuite nei vari continenti, quella tra Russia e Ucraina, l'emersione dei localismi territoriali, statuali, regionali e il diffondersi di politiche liquide, come direbbe Sygmunt Bauman, rendono instabile e incerto il bersaglio da colpire.
Stiamo assistendo a una scomposizione degli schemi sociopolitici e storici di riferimento che hanno retto le sorti dell'Europa dalla seconda guerra mondiale. Lo stato di incertezza, di vuoto profondo di ordinatori cognitivi della politica, cecità del futuro, difficoltà a governare il presente nel medio termine, l'assenza di partecipazione al voto nelle società liberali e democratiche, generano processi di frammentazione fluttuante/indefinibile e aprono spiragli a una governance alla caudillo autocentrata.
L'economia globale aveva trovato degli ordinatori economici che imponevano stili, comportamenti, etiche, politiche. Nella fase attuale, dopo i vari terremoti destrutturanti, anche l'economia e la tecnica, che erano poste al centro della globalizzazione, stanno saltando e non sono più i fari di riferimento.
L'incertezza, lo stato di precarietà esistenziale, il fallimento strutturale della gestione dei flussi migratori, il diffondersi di disuguaglianze tra continenti e nei continenti, stanno sprigionando una serie di tossine nei sistemi sociali che rischiano di implodere causando un deserto di macerie.
La questione è complessa. E' difficile da interpretare con le categorie che si tengono in tasca o nella scatola degli arnesi.
C'è la sensazione che qualcosa possa scappare dal controllo. Il distacco dal voto, la delega sommersa, il sentirsi non parte di questa appartenenza, il percepirsi soggetti limitati e governati da meccanismi incontrollabili, da fantasmi, da numeri, da tecnici, da algoritmi produce un'angoscia permanente che si sprigiona nelle dita di ogni individuo.
La tendenza più semplice, più a portata di mano, è quella di aggrapparsi all'oggetto illusionale che piccolo è bello, che lo Stato è identitario, che il territorio è lo spazio rassicurante, che le barriere fisiche e economiche proteggono dall'invasore, dall'estraneo: da tutto questo prendono forma i sovranismi i nazionalismi.
E' un fenomeno regressivo indotto da un bisogno difensivo illusionale di protezione. Non è un caso che stiano ritornando a galla, in un mondo secolarizzato, religiosità identitarie abbandonate come dei contenitori in grado di contenere grumoli di disperazione e di paura. Religioni non come forme di rito del sacro del credente; religioni come metafore oscure secolarizzate che sprigionano simboli sotterranei che risvegliano ancestrali bisogni identitari. Sono dei costrutti immaginari che richiamano fantasmi illusionali di riconoscimento, Sono dei sogni a occhi aperti che mettono in pericolo la realtà.
Dentro a tutto questo, nel nostro piccolo, stiamo assistendo a un comportamento primitivo della politica che defluisce producendo affluenti che cadono in secca, lasciando sull'argine aspettative, desideri. Il millennio sta producendo scenari catastrofici. C'è la necessità profonda di segnare una cesura per andare oltre e costruire un immaginario prometeico.
dr. Enrico Magni
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