In viaggio a tempo indeterminato/451: vivere a 50 gradi sotto zero
Io e Paolo viviamo decisamente a due temperature diverse.
Mentre lui se ne sta in mutande col ventilatore sparato addosso, io in genere sono sotto una coperta con il mio pigiamino.
Quindi sì, sono una persona freddolosa e non potrei mai, mai e poi mai vivere in un posto dove le temperature arrivano a ben -50 gradi. A Murghab però succede proprio questo. Le temperature che a fine estate arrivano attorno agli zero gradi, scendono a picco verso un oblio gelido in inverno.
Il freezer arriva a -18 gradi, quindi anche i piselli surgelati soffrono il freddo a Murghab a Dicembre.
Temperature da film post apocalittico, per una cittadina che in effetti sembra uscita dalla fantasia di qualche sadico regista che da piccolo deve aver mangiato troppi Sofficini Findus.
E invece qui la gente ci vive davvero, non so bene come, ma ci riesce.
Murghab non è nata come un centro abitato naturale, ma come una vera e propria pedina geopolitica e militare piazzata nel bel mezzo del nulla. Tutto è legato a quel periodo storico in cui alcune potenze si sono messe a giocare a Risiko nella vita reale.
L'Impero Russo si espandeva verso sud, l'Impero Britannico risaliva dall'India verso nord e poi c'era la Cina a est. I rapporti tra i 3 erano equivalenti a quelli tra vicini di casa durante una riunione condominiale in cui si deve approvare la spesa per dipingere le scale.
Il Pamir era una terra di nessuno, un deserto ad alta quota abitato solo da nomadi kirghisi e attraversato da sporadiche carovane. Nel 1892, per fermare le mire inglesi e cinesi sulla regione, l'esercito dello Tsar manda una spedizione e crea un avamposto militare permanente chiamato Pamirsky Post. L'idea sulla carta sembra semplice, costruire un piccolo villaggio nel bel mezzo del nulla. Nella realtà però si rivelerà un'impresa titanica. Trasportare mattoni, legname e rifornimenti a più di 3.600 metri di altitudine usando solo cavalli e cammelli e sfidando un clima proibitivo... cosa potrà mai andare storto? Quell'avamposto di soldati russi però prende piano piano forma e lì, isolata dal mondo, nasce quella che oggi è conosciuta come Murghab.
Con l'Unione Sovietica, Mosca decide di trasformare radicalmente questa regione di frontiera per "sovietizzarla" e proteggere i confini con la Cina e l'Afghanistan.
Inizia quindi la costruzione della Strada M41, la leggendaria Pamir Highway. Migliaia di lavoratori e prigionieri asfaltano e posano la strada su valichi che superano i 4.000 metri. Non riesco a immaginare cosa deve essere stato costruire una strada in quelle condizioni. Dopo averla percorsa per un bel pezzo questa M41, mi sembra impossibile che qualcuno si sia preso la briga di realizzarla. Visto come è messa oggi tra buche e frane, mi chiedo se sia stata l'idea migliore.
Grazie alla strada, però, Murghab diventa uno snodo logistico e di rifornimento fondamentale lungo l'arteria che collega tra loro diversi Paesi: Tagikistan, Kirghizistan e Cina.
I sovietici a quel punto decidono di allargare quel piccolo avamposto militare e trasformalo in un villaggio a tutti gli effetti. La prima cosa che costruiscono sono le classiche case basse in mattoni intonacati di bianco pensate per resistere ai terremoti e al freddo. Poi una scuola, un piccolo ospedale, una stazione radio, caserme per le guardie di confine e persino un aeroporto ad alta quota per piccoli velivoli militari.
Nonostante tutte queste "comodità" vivere a Murghab è durissimo, non solo per le temperature estreme ma anche per quell'isolamento naturale che fa sembrare quel luogo una prigione da cui spostarsi è complicatissimo.
A compensare quelle condizioni, però, c'è Mosca che garantisce rifornimenti continui di carbone per il riscaldamento, di farina, di carburante, di energia elettrica da generatori diesel e uno stipendio maggiorato per chi accetta di lavorare in condizioni geografiche estreme (era chiamato "il supplemento per l'alta quota").
Quando l'Unione Sovietica si scioglie nel 1991, per Murghab è un vero e proprio disastro.
I sussidi da Mosca finiscono da un giorno all'altro e i convogli di carbone e carburante smettono di arrivare.
A questo si aggiunge la guerra civile che infiamma il Tagikistan in quegli anni.
Murghab in pratica rimane fisicamente isolata e dimenticata da tutti.
E quando anche molti dei russi e dei tecnici che vivevano lì se ne vanno, gli abitanti locali a maggioranza kirghisa, devono imparare a sopravvivere praticamente a "impatto zero". Ricominciano tutto da capo. Bruciano lo sterco degli animali per scaldarsi, fanno il baratto con le comunità della vicina frontiera kirghisa per scambiarsi merci e recuperano i vecchi container di spedizione lasciati dai militari sovietici per creare un bazar che è ancora attivo nel 2026.
Oggi Murghab conserva un'atmosfera nostalgica quasi congelata nel tempo. E non sto parlando solo di congelamento per la temperatura ma anche perché il passato sovietico qui è visto come l'epoca d'oro in cui tutto funzionava e il peso di vivere in certe condizioni era alleggerito.
Per questo c'è ancora una statua di Lenin nella via principale e le insegne in cirillico sono mantenute come cimeli.
Noi a Murghab abbiamo mangiato un gelato fatto con latte di yak mentre osservavamo le famiglie lavare i tappeti al fiume. E lo so che un gelato è l'ultima cosa che uno si aspetterebbe di assaggiare in un luogo dove si arriva a -50°, ma quello che ho capito stando qui è che all'ingegnosità e alla resilienza umana non c'è limite.
Non potrò mai nemmeno minimamente immaginare cosa voglia dire crescere, amarsi, invecchiare in un posto come Murghab dove anche la più semplice delle azioni sembra un'impresa titanica.
Ma nelle persone che ho incontrato, nei bambini che in coro ci chiedevano "what's your name", nei negozianti al mercato che ci hanno regalato frutta secca o nell'imam cieco che ci ha chiesto di aiutarlo ad accendere la caldaia del tè, ho trovato il calore che forse serve a sopravvivere a Murghab: il calore umano.
"Mani fredde, cuore caldo" recita un modo di dire.
E credo che sia esattamente quello che succede in questa cittadina dove persino i piselli surgelati soffrono il freddo.




















