PAROLE CHE PARLANO/305

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Vilipendio

 Pochi di noi usano nel linguaggio quotidiano questa parola. Ne sentiamo parlare quando, spesso sui social, persone “incattivite” e con poco senso della decenza, insultano i rappresentati dello Stato. L’art. 278 del Codice Penale stabilisce che «Chiunque offende l'onore o il prestigio del Presidente della Repubblica è punito con la reclusione da uno a cinque anni.»
Ovviamente, esiste il diritto di critica, tutelato dall'art. 21 della Costituzione; il problema giuridico è stabilire quando un'espressione oltrepassi il limite della critica e diventi un'offesa penalmente rilevante. 
Il termine vilipendio deriva dal latino vilipendium, formato da vilis, di poco valore, spregevole, e pendere, pesare, valutare. Il significato originario è dunque quasi concreto: attribuire a qualcosa un valore basso, considerarlo vile. La radice di vilis è ancora riconoscibile in “vile”.
Da questa idea di svalutazione nasce il significato moderno di vilipendio: un atteggiamento o un'espressione di profondo disprezzo, con cui si mira a svilire qualcuno o qualcosa, privandolo di dignità o valore. Il verbo corrispondente, vilipendere, significa infatti “trattare con disprezzo, denigrare, considerare indegno”.
È curioso che nella parola sia rimasta l'eco di un'antica operazione di misura. Come detto, vilipendere è, etimologicamente, “pesare poco”, cioè attribuire poco peso e poco valore. Nel linguaggio moderno, però, ha acquistato una forza maggiore: non significa soltanto ritenere qualcuno o qualcosa di scarso valore, ma manifestare apertamente il proprio disprezzo e degradarne l'immagine agli occhi degli altri.
Vilipendio e disprezzo non sono in realtà perfetti sinonimi. Disprezzo risale al latino despretiare, “stimare poco”, a sua volta legato a pretium, “prezzo, valore”. Tuttavia anche qui ritorna l'idea di una valutazione.
Interessante notare come il Manzoni, nel capitolo III dei Promessi Sposi, contrapponendo venerazione e vilipendio, affermi: “i cappuccini, forse più d'ogni altr'ordine, eran oggetto de' due opposti sentimenti, e provavano le due opposte fortune; perché, non possedendo nulla, portando un abito più stranamente diverso dal comune, facendo più aperta professione d'umiltà, s'esponevan più da vicino alla venerazione e al vilipendio che queste cose possono attirare da' diversi umori, e dal diverso pensare degli uomini”.

Rubrica a cura di Dino Ticli
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