Ma che cosa è la TIN? La risposta nelle parole di tre coppie di genitori
Da fuori è sempre difficile descrivere un reparto ospedaliero. Con le parole di tre coppie di genitori che hanno vissuto personalmente la Terapia Intensiva Neonatale di Lecco si vuol provare a far capire quanto di speciale, al primo piano dell'Ospedale Manzoni, in un "guscio" ovattato, viene quotidianamente fatto per i piccoli pazienti e le loro famiglie. Perché il personale medico e infermieristico – lo si leggerà – in "TIN", mette smisurata passione e amore, dedizione e dolcezza in quello che fa, in misura almeno pari alla professionalità che sempre dimostra.
“L’attesa di Giulio non è stata esattamente come l’avevamo immaginata. La data presunta del parto era il 24 maggio 2026, ma il 29 dicembre, durante una visita di controllo, abbiamo scoperto che la gestazione stava avendo dei problemi Solo grazie alle cure dei medici e alla forza di Giulio, siamo riusciti ad arrivare fino al 19 marzo, quando un’altra emorragia e la rottura del sacco amniotico hanno reso necessario un cesareo d’urgenza. Giulio è nato alle 9:32. Io ho potuto incontrarlo soltanto dodici ore dopo.
Ed è così che è iniziato il nostro percorso nella Terapia Intensiva Neonatale. Avevamo davanti un bimbo minuscolo, arrivato al mondo due mesi e 7 giorni di anticipo, e tante incognite. Eppure, fin dal primo giorno, non ci siamo mai sentiti soli. Già durante il ricovero in Ostetricia Patologica avevamo conosciuto la professionalità e l’attenzione umana del personale dell’Ospedale di Lecco.
E ci avevano già affiancati anche alla terapia Intensiva Neonatale dove abbiamo trovato la stessa sensibilità. Medici, infermieri e tutto il personale ci hanno accompagnati con competenza e disponibilità. Ci hanno insegnato a conoscere Giulio, a interpretare i suoi segnali e a prenderci cura di lui, anche in mezzo a monitor, fili e macchinari. Giulio ha avuto bisogno di supporto respiratorio per molte settimane.
Ci sono stati imprevisti e progressi, a volte piccoli soltanto agli occhi di chi non ha vissuto un’esperienza simile. Quando ormai le dimissioni sembravano vicine, un nuovo episodio ha richiesto il trasferimento urgente in elicottero all’Ospedale di Bergamo. Anche in quell’occasione il legame costruito con il personale della TIN di Lecco è rimasto un punto di riferimento importante.
Dopo circa una settimana siamo potuti tornare a Lecco e riprendere il nostro cammino verso casa. Nel mezzo mille preoccupazioni e altrettanti pensieri. Quando una gravidanza si complica, è difficile non mettere in discussione il proprio corpo, non chiedersi se si sarebbe potuto fare qualcosa di diverso o se non si sia riusciti a garantire al proprio bambino quel primo luogo sicuro che avrebbe dovuto essere la pancia della sua mamma.
Sono sensazioni difficili da spiegare e da superare, anche quando razionalmente sai di non avere alcuna colpa. Eppure, proprio in Terapia Intensiva Neonatale abbiamo vissuto momenti che oggi ricordiamo con grande tenerezza. La marsupioterapia, la musicoterapia, i primi bagnetti tra le mani esperte delle infermiere. Esperienze particolari, che ci hanno permesso di costruire il nostro legame con Giulio e di sentirci una famiglia anche prima di poter tornare a casa.
Abbiamo scoperto che la Terapia Intensiva Neonatale non è soltanto un luogo di cure e preoccupazioni, ma può diventare anche uno spazio di crescita, di relazioni e di ricordi belli.
Quando finalmente è arrivato il giorno delle dimissioni, siamo tornati a casa con una consapevolezza preziosa: quella di avere una rete di supporto, persone di riferimento e un luogo sicuro al quale poterci rivolgere in caso di bisogno. Il personale della Terapia Intensiva Neonatale di Lecco non si è preso cura soltanto di Giulio, ma anche di noi, aiutandoci a trovare il nostro modo di essere genitori in una situazione così lontana da quella che avevamo immaginato. A volte la vita prende direzioni che non avevamo previsto, ma le persone che incontriamo lungo il percorso possono fare davvero la differenza.
Oggi, nonostante tutto, non cambieremmo nulla di ciò che abbiamo vissuto. Perché questa esperienza, con tutte le sue difficoltà, ci ha regalato anche incontri e ricordi che porteremo sempre con noi. E per questo saremo sempre grati a chi ha fatto parte della nostra storia”.
“Diego è nato il 4 luglio 2022, a sole 25 settimane di gestazione. Pesava appena 820 grammi. La nostra storia è iniziata qualche giorno prima, in un mercoledì che non dimenticheremo mai. Avevo una visita di controllo già programmata. Durante la visita, la mia ginecologa mi comunicò che ero dilatata di 4 centimetri. Non sapevo nemmeno bene cosa significasse, non mi rendevo conto di quello che stava succedendo. Ricordo solo la confusione, lo smarrimento e tanta, tantissima paura. Ci siamo diretti al pronto soccorso ostetrico dell'ospedale di Lecco, dove ci stavano già aspettando.
Da quel momento siamo stati circondati da ostetriche e ginecologhe che hanno fatto tutto il possibile per tenere sotto controllo la situazione.
Sono stati giorni sospesi, fatti di attesa e speranza, fino alla domenica sera, quando purtroppo le contrazioni sono ripartite e sono diventate inarrestabili. A quel punto si è deciso per il taglio cesareo. E così, il 4 luglio, è nato Diego. Il nostro piccolo grande guerriero di 820 grammi.
Da lì è iniziato un percorso lungo, difficile e tortuoso. Quattro lunghissimi mesi vissuti in bilico, con il cuore sempre in gola e la paura costante di non sapere cosa sarebbe successo. Diego ha dovuto affrontare tantissime difficoltà: 9 trasfusioni, 13 di piastrine, 1 di plasma, il citomegalovirus, broncodisplasia, una polmonite e tante altre battaglie che il suo piccolo corpo ha dovuto combattere. Era così fragile che non potevamo prenderlo in braccio, non potevamo baciarlo. Potevamo soltanto guardarlo attraverso l'incubatrice, cercare il suo sguardo, parlargli e amarlo da quella distanza che sembrava ogni giorno troppo grande.
La cosa più difficile? Non sapere. Non sapere come sarebbe andata, non poter fare progetti, non riuscire a immaginare il futuro. Abbiamo imparato a vivere esclusivamente nel presente, un giorno alla volta, anzi, un'ora alla volta. Soprattutto nei primi mesi, ogni piccolo miglioramento era una conquista e ogni difficoltà ci riportava con i piedi per terra. Poi, dopo quattro mesi, è arrivato il momento di tornare a casa.
Oggi Diego ha 4 anni. È un bambino solare, curioso, pieno di vita. Ha una voglia di vivere che trasmette a chiunque gli stia accanto. Guardandolo oggi, facciamo fatica a immaginare quanto fosse piccolo e fragile quel bambino dentro l'incubatrice. Eppure, in quei 820 grammi, c'era già tutta la forza che oggi vediamo nei suoi occhi. Non possiamo raccontare la nostra storia senza parlare di chi ci ha accompagnati in questo viaggio.
A tutto il personale della Terapia Intensiva Neonatale dell'Ospedale Manzoni di Lecco va la nostra gratitudine più profonda. Medici, infermiere e tutto il personale: ci avete accolti con una delicatezza immensa, non ci avete mai lasciati soli e avete sempre fatto il tifo per quel piccolo scricciolo che vi ha fatto tanto "disperare". Saremo eternamente grati a ognuno di voi. Avete curato Diego, ma avete anche sostenuto noi, nei momenti in cui avevamo più bisogno di essere sostenuti.
Se c'è un messaggio che vorremmo lasciare con la nostra storia, è quello della speranza. A tutti i genitori che stanno vivendo la prematurità vogliamo dire solo che qui a Lecco non siete soli.
Ci saranno giorni difficili, momenti in cui la paura sembrerà più grande di tutto, e giorni in cui anche un piccolo progresso sarà una vittoria immensa. Vivete un passo alla volta, un'ora alla volta. Non perdete la speranza. Confidate nei Medici e nelle Infermiere della TIN come fossero degli Angeli.
Ma vogliamo anche parlare di prematurità, perché crediamo che se ne sappia ancora troppo poco. Spesso si pensa che un bambino nato prematuro debba semplicemente raggiungere un determinato peso per poter essere dimesso. In realtà non è così. Il peso è soltanto uno degli aspetti da considerare: ci sono tante variabili, tante condizioni cliniche e ogni bambino ha una storia e un percorso diverso. La prematurità non è soltanto una nascita anticipata. È un mondo fatto di incubatrici, monitor, tanti bip (…continui bip che scandiscono i secondi i minuti, le ore, giorni), terapie, attese, paure, piccoli traguardi e grandissime conquiste. È un viaggio che coinvolge i bambini, ma anche le loro famiglie.
Questa è la nostra storia. La storia di Diego, nato a 25 settimane, con 820 grammi di vita. E se oggi possiamo raccontarla con il sorriso, è perché quel piccolo scricciolo ce l'ha fatta”.
“Una settimana che ha cambiato per sempre le nostre vite. Sono passati 12 anni, ma ci sono esperienze che il tempo non cancella. Restano dentro, impresse nel cuore e nella memoria, con la stessa intensità di allora. Rachele aveva appena una settimana di vita quando ci siamo ritrovati ad affrontare uno dei momenti più difficili e dolorosi della nostra esistenza: un'emorragia cerebrale e il ricovero in terapia intensiva. Sono stati giorni sospesi, interminabili, fatti di paura, angoscia, dubbi e incertezze. Giorni in cui ogni minuto sembrava un'eternità, in cui cercavamo risposte negli sguardi, nelle parole e nei piccoli gesti di chi si prendeva cura della nostra bambina. Giorni in cui il futuro faceva paura e ogni aggiornamento poteva cambiare tutto. Non sapevamo cosa sarebbe successo, potevamo solo aspettare, sperare e aggrapparci con tutte le nostre forze all'amore immenso per nostra figlia.
Ma in mezzo a tanta sofferenza abbiamo incontrato anche qualcosa di straordinario: l'umanità. Il personale della Terapia Intensiva non si è preso cura soltanto di Rachele, ma anche di noi genitori. Abbiamo incontrato persone sensibili, attente, capaci di esserci con una parola, uno sguardo, un gesto di vicinanza. Persone che, pur mantenendo sempre una grandissima professionalità, sapevano quanto fosse importante il modo di comunicare, quanto ogni parola avesse un peso e potesse accendere o spegnere una speranza nel cuore di genitori già profondamente provati. Non erano semplicemente professionisti che svolgevano il loro lavoro. Erano persone che sapevano guardare oltre la malattia, che riconoscevano la paura dietro una domanda, la fragilità dietro un silenzio e il bisogno di sentirsi accompagnati in un percorso così difficile. E poi ci sono i legami. Quelli che nascono in circostanze che nessuno vorrebbe mai vivere, ma che diventano incredibilmente forti. Legami tra famiglie che si ritrovano a condividere la stessa attesa, le stesse paure, le stesse speranze. Persone che, senza conoscersi, diventano una piccola famiglia, si sostengono, si incoraggiano e si aiutano a trovare la forza per affrontare un altro giorno, un'altra notte, un altro minuto. Perché in quei momenti si impara che non si è soli, che anche un sorriso, una parola di conforto o una speranza condivisa possono fare la differenza.
Quei giorni hanno segnato per sempre le nostre vite. Ogni minuto vissuto in quel reparto avrebbe potuto cambiare il nostro futuro, quello di Rachele e di tutti noi. Proprio per questo non dimenticheremo mai chi ci è stato accanto, chi ha curato nostra figlia e chi ha saputo prendersi cura anche dei nostri cuori.
A distanza di dodici anni, il ricordo è ancora vivo. E insieme alla consapevolezza di quanto sia stato difficile, resta soprattutto una profonda gratitudine. Gratitudine per la professionalità, per l'attenzione, per la sensibilità e per quell'umanità che, nei momenti più bui, riesce a fare luce. Perché a volte non si salva e non si cura soltanto attraverso le competenze e le terapie; a volte si aiuta una famiglia ad andare avanti anche con una parola scelta con cura, una mano tesa, una presenza discreta e un amorevole rispetto per la sua fragilità.
Grazie a tutti coloro che hanno fatto parte di quel pezzo così difficile della nostra storia. Non siete stati soltanto parte di un percorso di cura: siete diventati parte della nostra vita. E, dopo dodici anni, vi portiamo ancora nel cuore”.
“L’attesa di Giulio non è stata esattamente come l’avevamo immaginata. La data presunta del parto era il 24 maggio 2026, ma il 29 dicembre, durante una visita di controllo, abbiamo scoperto che la gestazione stava avendo dei problemi Solo grazie alle cure dei medici e alla forza di Giulio, siamo riusciti ad arrivare fino al 19 marzo, quando un’altra emorragia e la rottura del sacco amniotico hanno reso necessario un cesareo d’urgenza. Giulio è nato alle 9:32. Io ho potuto incontrarlo soltanto dodici ore dopo.
Ed è così che è iniziato il nostro percorso nella Terapia Intensiva Neonatale. Avevamo davanti un bimbo minuscolo, arrivato al mondo due mesi e 7 giorni di anticipo, e tante incognite. Eppure, fin dal primo giorno, non ci siamo mai sentiti soli. Già durante il ricovero in Ostetricia Patologica avevamo conosciuto la professionalità e l’attenzione umana del personale dell’Ospedale di Lecco.
E ci avevano già affiancati anche alla terapia Intensiva Neonatale dove abbiamo trovato la stessa sensibilità. Medici, infermieri e tutto il personale ci hanno accompagnati con competenza e disponibilità. Ci hanno insegnato a conoscere Giulio, a interpretare i suoi segnali e a prenderci cura di lui, anche in mezzo a monitor, fili e macchinari. Giulio ha avuto bisogno di supporto respiratorio per molte settimane.
Ci sono stati imprevisti e progressi, a volte piccoli soltanto agli occhi di chi non ha vissuto un’esperienza simile. Quando ormai le dimissioni sembravano vicine, un nuovo episodio ha richiesto il trasferimento urgente in elicottero all’Ospedale di Bergamo. Anche in quell’occasione il legame costruito con il personale della TIN di Lecco è rimasto un punto di riferimento importante.
Dopo circa una settimana siamo potuti tornare a Lecco e riprendere il nostro cammino verso casa. Nel mezzo mille preoccupazioni e altrettanti pensieri. Quando una gravidanza si complica, è difficile non mettere in discussione il proprio corpo, non chiedersi se si sarebbe potuto fare qualcosa di diverso o se non si sia riusciti a garantire al proprio bambino quel primo luogo sicuro che avrebbe dovuto essere la pancia della sua mamma.
Sono sensazioni difficili da spiegare e da superare, anche quando razionalmente sai di non avere alcuna colpa. Eppure, proprio in Terapia Intensiva Neonatale abbiamo vissuto momenti che oggi ricordiamo con grande tenerezza. La marsupioterapia, la musicoterapia, i primi bagnetti tra le mani esperte delle infermiere. Esperienze particolari, che ci hanno permesso di costruire il nostro legame con Giulio e di sentirci una famiglia anche prima di poter tornare a casa.
Abbiamo scoperto che la Terapia Intensiva Neonatale non è soltanto un luogo di cure e preoccupazioni, ma può diventare anche uno spazio di crescita, di relazioni e di ricordi belli.
Quando finalmente è arrivato il giorno delle dimissioni, siamo tornati a casa con una consapevolezza preziosa: quella di avere una rete di supporto, persone di riferimento e un luogo sicuro al quale poterci rivolgere in caso di bisogno. Il personale della Terapia Intensiva Neonatale di Lecco non si è preso cura soltanto di Giulio, ma anche di noi, aiutandoci a trovare il nostro modo di essere genitori in una situazione così lontana da quella che avevamo immaginato. A volte la vita prende direzioni che non avevamo previsto, ma le persone che incontriamo lungo il percorso possono fare davvero la differenza.
Oggi, nonostante tutto, non cambieremmo nulla di ciò che abbiamo vissuto. Perché questa esperienza, con tutte le sue difficoltà, ci ha regalato anche incontri e ricordi che porteremo sempre con noi. E per questo saremo sempre grati a chi ha fatto parte della nostra storia”.
Clarissa e Marco, mamma e papà di Giulio Veronica e Giorgio
“Diego è nato il 4 luglio 2022, a sole 25 settimane di gestazione. Pesava appena 820 grammi. La nostra storia è iniziata qualche giorno prima, in un mercoledì che non dimenticheremo mai. Avevo una visita di controllo già programmata. Durante la visita, la mia ginecologa mi comunicò che ero dilatata di 4 centimetri. Non sapevo nemmeno bene cosa significasse, non mi rendevo conto di quello che stava succedendo. Ricordo solo la confusione, lo smarrimento e tanta, tantissima paura. Ci siamo diretti al pronto soccorso ostetrico dell'ospedale di Lecco, dove ci stavano già aspettando.
Da quel momento siamo stati circondati da ostetriche e ginecologhe che hanno fatto tutto il possibile per tenere sotto controllo la situazione.
Sono stati giorni sospesi, fatti di attesa e speranza, fino alla domenica sera, quando purtroppo le contrazioni sono ripartite e sono diventate inarrestabili. A quel punto si è deciso per il taglio cesareo. E così, il 4 luglio, è nato Diego. Il nostro piccolo grande guerriero di 820 grammi.
Da lì è iniziato un percorso lungo, difficile e tortuoso. Quattro lunghissimi mesi vissuti in bilico, con il cuore sempre in gola e la paura costante di non sapere cosa sarebbe successo. Diego ha dovuto affrontare tantissime difficoltà: 9 trasfusioni, 13 di piastrine, 1 di plasma, il citomegalovirus, broncodisplasia, una polmonite e tante altre battaglie che il suo piccolo corpo ha dovuto combattere. Era così fragile che non potevamo prenderlo in braccio, non potevamo baciarlo. Potevamo soltanto guardarlo attraverso l'incubatrice, cercare il suo sguardo, parlargli e amarlo da quella distanza che sembrava ogni giorno troppo grande.
La cosa più difficile? Non sapere. Non sapere come sarebbe andata, non poter fare progetti, non riuscire a immaginare il futuro. Abbiamo imparato a vivere esclusivamente nel presente, un giorno alla volta, anzi, un'ora alla volta. Soprattutto nei primi mesi, ogni piccolo miglioramento era una conquista e ogni difficoltà ci riportava con i piedi per terra. Poi, dopo quattro mesi, è arrivato il momento di tornare a casa.
Oggi Diego ha 4 anni. È un bambino solare, curioso, pieno di vita. Ha una voglia di vivere che trasmette a chiunque gli stia accanto. Guardandolo oggi, facciamo fatica a immaginare quanto fosse piccolo e fragile quel bambino dentro l'incubatrice. Eppure, in quei 820 grammi, c'era già tutta la forza che oggi vediamo nei suoi occhi. Non possiamo raccontare la nostra storia senza parlare di chi ci ha accompagnati in questo viaggio.
A tutto il personale della Terapia Intensiva Neonatale dell'Ospedale Manzoni di Lecco va la nostra gratitudine più profonda. Medici, infermiere e tutto il personale: ci avete accolti con una delicatezza immensa, non ci avete mai lasciati soli e avete sempre fatto il tifo per quel piccolo scricciolo che vi ha fatto tanto "disperare". Saremo eternamente grati a ognuno di voi. Avete curato Diego, ma avete anche sostenuto noi, nei momenti in cui avevamo più bisogno di essere sostenuti.
Se c'è un messaggio che vorremmo lasciare con la nostra storia, è quello della speranza. A tutti i genitori che stanno vivendo la prematurità vogliamo dire solo che qui a Lecco non siete soli.
Ci saranno giorni difficili, momenti in cui la paura sembrerà più grande di tutto, e giorni in cui anche un piccolo progresso sarà una vittoria immensa. Vivete un passo alla volta, un'ora alla volta. Non perdete la speranza. Confidate nei Medici e nelle Infermiere della TIN come fossero degli Angeli.
Ma vogliamo anche parlare di prematurità, perché crediamo che se ne sappia ancora troppo poco. Spesso si pensa che un bambino nato prematuro debba semplicemente raggiungere un determinato peso per poter essere dimesso. In realtà non è così. Il peso è soltanto uno degli aspetti da considerare: ci sono tante variabili, tante condizioni cliniche e ogni bambino ha una storia e un percorso diverso. La prematurità non è soltanto una nascita anticipata. È un mondo fatto di incubatrici, monitor, tanti bip (…continui bip che scandiscono i secondi i minuti, le ore, giorni), terapie, attese, paure, piccoli traguardi e grandissime conquiste. È un viaggio che coinvolge i bambini, ma anche le loro famiglie.
Questa è la nostra storia. La storia di Diego, nato a 25 settimane, con 820 grammi di vita. E se oggi possiamo raccontarla con il sorriso, è perché quel piccolo scricciolo ce l'ha fatta”.
Mamma Veronica con Papà Giorgio e Diego
“Una settimana che ha cambiato per sempre le nostre vite. Sono passati 12 anni, ma ci sono esperienze che il tempo non cancella. Restano dentro, impresse nel cuore e nella memoria, con la stessa intensità di allora. Rachele aveva appena una settimana di vita quando ci siamo ritrovati ad affrontare uno dei momenti più difficili e dolorosi della nostra esistenza: un'emorragia cerebrale e il ricovero in terapia intensiva. Sono stati giorni sospesi, interminabili, fatti di paura, angoscia, dubbi e incertezze. Giorni in cui ogni minuto sembrava un'eternità, in cui cercavamo risposte negli sguardi, nelle parole e nei piccoli gesti di chi si prendeva cura della nostra bambina. Giorni in cui il futuro faceva paura e ogni aggiornamento poteva cambiare tutto. Non sapevamo cosa sarebbe successo, potevamo solo aspettare, sperare e aggrapparci con tutte le nostre forze all'amore immenso per nostra figlia.
Ma in mezzo a tanta sofferenza abbiamo incontrato anche qualcosa di straordinario: l'umanità. Il personale della Terapia Intensiva non si è preso cura soltanto di Rachele, ma anche di noi genitori. Abbiamo incontrato persone sensibili, attente, capaci di esserci con una parola, uno sguardo, un gesto di vicinanza. Persone che, pur mantenendo sempre una grandissima professionalità, sapevano quanto fosse importante il modo di comunicare, quanto ogni parola avesse un peso e potesse accendere o spegnere una speranza nel cuore di genitori già profondamente provati. Non erano semplicemente professionisti che svolgevano il loro lavoro. Erano persone che sapevano guardare oltre la malattia, che riconoscevano la paura dietro una domanda, la fragilità dietro un silenzio e il bisogno di sentirsi accompagnati in un percorso così difficile. E poi ci sono i legami. Quelli che nascono in circostanze che nessuno vorrebbe mai vivere, ma che diventano incredibilmente forti. Legami tra famiglie che si ritrovano a condividere la stessa attesa, le stesse paure, le stesse speranze. Persone che, senza conoscersi, diventano una piccola famiglia, si sostengono, si incoraggiano e si aiutano a trovare la forza per affrontare un altro giorno, un'altra notte, un altro minuto. Perché in quei momenti si impara che non si è soli, che anche un sorriso, una parola di conforto o una speranza condivisa possono fare la differenza.
Quei giorni hanno segnato per sempre le nostre vite. Ogni minuto vissuto in quel reparto avrebbe potuto cambiare il nostro futuro, quello di Rachele e di tutti noi. Proprio per questo non dimenticheremo mai chi ci è stato accanto, chi ha curato nostra figlia e chi ha saputo prendersi cura anche dei nostri cuori.
A distanza di dodici anni, il ricordo è ancora vivo. E insieme alla consapevolezza di quanto sia stato difficile, resta soprattutto una profonda gratitudine. Gratitudine per la professionalità, per l'attenzione, per la sensibilità e per quell'umanità che, nei momenti più bui, riesce a fare luce. Perché a volte non si salva e non si cura soltanto attraverso le competenze e le terapie; a volte si aiuta una famiglia ad andare avanti anche con una parola scelta con cura, una mano tesa, una presenza discreta e un amorevole rispetto per la sua fragilità.
Grazie a tutti coloro che hanno fatto parte di quel pezzo così difficile della nostra storia. Non siete stati soltanto parte di un percorso di cura: siete diventati parte della nostra vita. E, dopo dodici anni, vi portiamo ancora nel cuore”.
Barbara e Paolo




















