Mandello, doping: Niccolò Mornati 'si difende'. 'Sono stato giudicato da un macchina'

Niccolò Mornati
4 anni di squalifica, addirittura il doppio di quanti chiesti dalla pubblica accusa al principio: è questa la sentenza che il Tribunale nazionale antidoping ha inflitto l'11 luglio a Niccolò Mornati, 35 anni, canottiere azzurro e prima ancora mandellese che in tanti anni di sacrifici intensi e 'puliti' aveva conquistato assieme al compagno Vincenzo Capelli la qualificazione olimpica a Rio con il due senza. Una condanna, non esente da lati oscuri, che come un fulmine a ciel sereno ha spaccato in due la carriera sportiva di Mornati, ma che ancor di più è piombata come un macigno sull'uomo, trafitto nei suoi ideali più profondi. Lo sport vissuto 'non come fine ma come mezzo per migliorare la persona': a questa convinzione intima e personale, Niccolò ha sempre orientato la pratica sportiva. La sua verità, il portacolori della Canottieri Aniene l'ha raccontata questa mattina alla stampa e ai concittadini mandellesi, alla presenza del sindaco e di alcuni rappresentanti dell'amministrazione comunale, che hanno così voluto manifestare apertamente il proprio sostegno all'atleta.
Il canottiere lariano ha parlato con dignità e pacatezza, senza mai cedere in piagnistei autocommiseranti o al contrario in rabbiose calunnie. Senza interrompersi, riavvolgendo con il cuore amaro il nastro della sua carriera fino a 'quel giorno', Mornati è tornato al 6 aprile scorso: "era la seconda settimana di ritiro con la nazionale. Ero sotto controllo medico costante, convivevo in camera con il mio compagno con cui avrei partecipato alle gare di coppa del mondo e alle olimpiadi di Rio, la nostra imbarcazione era già qualificata, non c'era neppure l'ansia da prestazione", ha ricordato. In quel 'giorno anomalo', un controllo antidoping a sorpresa, fuori competizione, ha estratto a sorte il nome di Mornati assieme ad altri 15 per le relative procedure: "eravamo fuori dagli orari stabiliti, se solo avessi voluto avrei potuto rifiutarmi, non farmi trovare e invece andai al controllo a cuor leggero, con la tranquillità di chi non ha nulla da nascondere".
Fu in un clima di incredulità generale che vennero accolti quindi i risultati del 29 aprile, quando Mornati venne riscontrato positivo all'anastrozolo, una sostanza 'strana', che solo se miscelata con eventuali anabolizzanti ha un senso in materia di doping in quanto 'coprente', e che viceversa, se assunta da sola, risulta addirittura pericolosa e dannosa per la salute dell'atleta: come documentato dalla medicina, infatti, l'anastrozolo produce un abbassamento degli estrogeni tali da comportare disturbi neuromuscolari, riduzione della velocità muscolare, dolori articolari, artralgie e depauperamento del metabolismo osseo. "La macchina mi ha riscontrato 0,00000000005 gr/ml di anastrozolo nelle urine, una quantità al limite della sensibilità dell'apparecchio rilevatore. Per noi era per noi chiaro che quelle tracce fossero dovute a qualche genere di contaminazione. Dal momento che come è stato attestato non ho mai assunto anabolizzanti, perché mai avrei dovuto prendere consapevolmente qualcosa che invece che giovarmi avrebbe peggiorato le mie prestazioni?", ha detto appellandosi al buon senso. La giustizia sportiva, anomala rispetto a quella ordinaria, ha richiesto però proprio all'atleta l'onere della prova: da lì l'iter di ricerche che hanno portato a dimostrare oggettivamente che la sostanza si trovava all'interno di un integratore assunto: "Ci siamo adoperati nei giorni a seguire per analizzare gli integratori che assumevo: i biologi hanno trovato tra questi la presenza di una molecola che per il 75% è sovrapponibile all'anastrozolo, e l'endocrinologo il restante 25% fosse dovuto ai processi di biosintesi dell'organismo". Una prova scientifica, questa, che sembra scagionare completamente l'atleta dall'accusa dell'assunzione intenzionale, soprattutto alla luce dei risultati delle varie analisi del sangue, le quali attestano come il canottiere mandellese non assumesse alcun tipo di anabolizzante. "Son stato il primo a sottoscrivere campagne atte a combattere il doping, ho sempre dato il consenso per mettere a disposizione per 10 anni il mio sangue e le mie urine affinché venissero studiate: è una scelta delicata, scomoda per molti, ma che ho sempre accettato con la sicurezza di chi ha la coscienza pulita". Eppure, né la buona fede né le dimostrazioni scientifiche sembrano essere state prese in considerazione dal tribunale: "sono stato giudicato da una macchina" - non si dà pace Mornati - "si è scelto di non nominare un consulente terzo che potesse valutare quanto sostenuto da accusa e difesa: è rimasta solo la squalifica", ha detto con il cuore e i sogni infranti.
L'atleta con il sindaco Riccardo Fasoli
Ora, in attesa che il tribunale comunichi le motivazioni dell'aumento della pena, Niccolò guarda alla sua dignità di uomo calpestata con un senso di impotenza: non accusa nessuno sebbene non può negare che la sua situazione possa rappresentare 'un caso esemplare': "credo che il mio cognome possa aver giocato un ruolo chiave in tutta questa oscura vicenda". Il fratello Carlo, vice segretario generale del Coni, è infatti capo della delegazione dei Giochi Olimpici di Rio 2016. "Una conferenza stampa straordinaria indetta per un caso di doping: non ricordo altre situazioni simili", ha continuato. "Non mi sento di calunniare nessuno, anche se non posso escludere il dolo. Ad ogni modo, la promiscuità dell'ambiente dove viviamo è altissima: agli spazi sono ristretti, la contaminazione po' avvenire ovunque".
E mentre ripercorre tutte le possibili piste che hanno potuto scaturire in quella 'accusa illogica',
il pensiero va a tutti coloro che continuano a stargli accanto in una vicenda dolorosa che vede sconfitto un po' tutto lo sport in generale, schiavo del giudizio della macchina e sordo alle spiegazioni e al raziocinio dell'uomo. "Penso a mio fratello Carlo, alla mia fidanzata Francesca, a tutto il Circolo Canottieri Aniene, e a quelli che non hanno mai messo in dubbio la mia innocenza e che ringrazio. La loro vicinanza sta alleviando un po' il fardello di questa pena". Senza alcuna titubanza, Niccolò continua comunque ad affermare la sua innocenza, pur nella triste consapevolezza: "mi ritengo totalmente estraneo a quanto affermato e credo che la tesi scientifica portata lo abbia dimostrato. Per me partecipare alle Olimpiadi non ha mai significato vincere a tutti costi una medaglia, ma dare un senso alle scelte che ho fatto nella mia vita".
E' una testimonianza forte, è un racconto che non lascia indifferenti e che si appella con forza ad un senso di giustizia che pare soccombere senza possibilità di appello. In gioco c'è l'immagine di un uomo, prima ancora del campione, che spera di venir riabilitata.

Lo spazio è a disposizione per eventuali ulteriori interventi o precisazioni.

Giulia Achler
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