Trent’anni fa la tragedia di Castello dopo una fuga di gas

Sono ormai trascorsi trent’anni da quel tragico 18 dicembre 1987 quando una fuga di gas, avvenuta durante lavori, provocò una tremenda esplosione che uccise sette persone e ne ferì altre sette, per fortuna in maniera non grave. Erano da poco passate le 12.30 quando i muri delle case di Castello in corso Matteotti, nel cuore del vecchio nucleo, vennero scosse da un boato: i vetri delle finestre andarono in frantumi, la gente scappò in strada terrorizzata. Il denso fumo sollevato dall’esplosione si diradò dopo alcuni minuti, ed allora apparve la tragedia in tutta la sua dimenione terrificante, in quanto l’edificio contrassegnato con il civico 55 non esisteva più.

Giancarlo Pizzardo. A destra i fratelli Fabio ed Andrea Pizzardo

Dalle macerie vennero estratti sei corpi senza vita. La tragedia maggiore era quella della famiglia di Giancarlo Pizzardo, 33 anni: erano deceduti durante lo scoppio lo stesso papà Giancarlo ed i due figli: Fabio di otto anni ed Andrea di due anni. Vennero estratti altresì i cadaveri di Alda Sandionigi, 35 anni, titolare del negozio di frutta e verdura, di Serenellla Bolognesi, 24 anni, commessa di un negozio vicino e di Rosy Testi Michetti, 35 anni.

La Madonnina che ricorda le vittime

Qualche giorno dopo le vittime divennero sette in quanto morì, per le gravi ferite riportate, anche Maria Bolis, 24 anni. Nelle sette persone rimaste ferite in maniera non grave c’erano Sebastiana Asero, chiamata Adriana, 32 anni, la consorte di Giancarlo Pizzardo, la mamma dei piccoli Fabio ed Andrea. Adriana Asero fornì la testimonianza più drammatica: “era poco dopo mezzogiorno e mezzo, stavamo aspettando Cinzia la figlia maggiore, che studiava in 1^ media alla Leonardo da Vinci; come sempre mangiavamo insieme. C’è stato lo scoppio ed è finito tutto. Mi hanno estratta dalle macerie ore dopo i vigili del fuoco ed altri soccorritori; io pensavo solo che sotto le macerie c’era la mia famiglia. Ho pensato di vivere un incubo quando ho capito che Giancarlo, Fabio ed Andrea non c’erano più; mi ha salvata la presenza di Cinzia, la figlia maggiore, quando ho pensato che non poteva perdere anche la madre, dopo aver perso il papà ed i due fratelli minori. I vicini di casa sono stati meravigliosi, mi hanno incoraggiato e sostenuto a lottare a denti stretti.
Dopo una serie di perizie e controperizie la Magistratura stabilì le cause della tragedia con la fuga di gas lungo corso Matteotti, in quartiere Castello. Vennero condannati quattro dipendenti ACEL: avevano lavorato su una conduttore in modo non corretto ed il gas aveva saturato il palazzo, provocando una tremenda esplosione.

Corso Matteotti, nel tratto dell’esplosione

I funerali delle vittime vennero celebrati muovendo dalla parrocchiale di Castello per raggiungere la Basilica di San Nicolò in Lecco. Vennero presieduti dall’arcivescovo di Milano, cardinale Carlo Maria Martini, affiancato dal prevosto di Lecco mons. Ferruccio Dugnani e dal parroco di Castello don Fernando Pozzoli, oltre a numerosi altri sacerdoti. Imponente fu la partecipazione popolare. Il Comune di Lecco aveva proclamato il lutto cittadino.
Una piccola statua della Madonna, ricavata dal legno di una trave dell’edificio devastato dallo scoppio, ricorda oggi lungo corso Matteotti la tragedia del civico numero 55, del 18 dicembre 1987.
Lo scoppio di Castello è stato il terzo evento luttuoso del terribile 1987 che portò l’alta Lombardia alla ribalta della cronaca nazionale. Il primo era avvenuto in luglio, in Valtellina, con l‘esondazione dell’Adda in più punti del suo corso valligiano e poi con la imponente frana del monte Coppetto a Morignone ed a Sant’Antonio Morignone, nell’alta valle, poco prima di Bormio. Il secondo evento tragico fu il volo decollato da Linate e diretto a Colonia, che precipitò su uno sperone roccioso della Conca di Trezzo, tra Oliveto Lario e Barni, a breve distanza dal rifugio la Madonnina. Non vi furono superstiti, i morti furono 37 fra equipaggio e passeggeri, in larga parte tedeschi.
A.B.
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