Lecco: al Panathlon Club si parla di sport e trapianto

"Finalmente ci troviamo tutti insieme, Como, Sondrio e Lecco".
Sono state le parole di Riccardo Benedetti, presidente del Panathlon Club di Lecco, ad aprire lo speciale intermeeting tenutosi mercoledì 15 maggio nella città lariana tra i tre gruppi di Como, Sondrio e Lecco. Tema della serata, sport e trapianto.
"Il Panathlon ha il compito di diffondere lo sport per tutti, e dunque anche per i trapiantati” ha spiegato il presidente del Panathlon Club di Sondrio, Angelo Schena, mentre il numero uno del sodalizio comasco, Achille Mojoli, si è detto "entusiasta" nel vedere la sala dell'hotel Pontevecchio, location dell'evento, così gremita. Tra i relatori della conviviale, Enrico dell'Acqua, Giovanni Monteneri e Beniamino Tagliabue, tutti e tre trapiantati.



Il moderatore Edoardo Ceriani ha introdotto il dibattito dando la parola ad Enrico Dell'Acqua, trapiantato di fegato ed ora ciclista navigato, che ha ricordato quanto sia importante il dono di un organo perché “è un gesto sacro che trasforma la propria morte in vita". E lui è l'esempio vivente della rinascita: secondo i medici sarebbe sopravvissuto solo 6 mesi, ma la sua forza di volontà gli ha consentito di ottenere un fegato nuovo senza alcun rigetto. Ora è un ciclista “sfegatato” e da 14 anni a questa parte non perde nemmeno un'edizione della maratona delle Dolomiti: "Il trapianto è un atto d'amore senza fine - ha spiegato - e lo sport aiuta a rinascere".
Giovanni Monteneri ha invece subito un trapianto di rene: "Il mio sogno era quello di partire per l'esercito e diventare carabiniere - ha ricordato - ma purtroppo questa illusione si è infranta a soli 20 anni, quando ho scoperto di avere un cancro". Dal 1986 al 1991 si sono alternati momenti di alti e bassi, finché è riapparsa la luce con il trapianto. "Non è solo una rinascita personale - ha spiegato - ma anche familiare e sociale". Giovanni ora, oltre ad essere sportivo, cerca di diffondere la cultura del dono, perché "nessuno è immune, potrebbe capitare a chiunque. E lo sport - ha proseguito - permette di veicolare questo messaggio unendo l'utile al dilettevole".
Beniamino Tagliabue, invece, vive grazie ad un cuore nuovo: "In questi 8 anni la mia missione è stata quella di coinvolgere, attraverso lo sport, il maggior numero di persone a tutti i livelli - ha spiegato - perché al donatore non costa nulla. Pensare che una persona cerebralmente morta possa, in un certo senso, continuare a vivere in altri che lottano tra la vita e la morte è meraviglioso".



Il dottor Alessandro Lucianetti, chirurgo dei trapianti con esperienza trentennale nel settore, si è soffermato sugli aspetti pratici del trapianto, sintetizzando la sua attività avviatasi al Policlinico di Milano, uno dei primi centri specializzati. E anche lui, come i suoi pazienti, si prodiga a diffondere il "messaggio del dono" pedalando. Stefano Righetti - cardiologo e medico dello sport (tra i suoi adepti anche la nazionale di Triatlon) - si è invece soffermato sull'aspetto umano: "Per i trapiantati la pratica sportiva non solo è indispensabile per riacquistare fiducia in sé stessi, ma è fondamentale anche per migliorare la qualità della loro seconda vita". E alla domanda: "Quanto sono da stimolo, per voi, i pazienti?", la risposta dello specialista è stata: "Moltissimo, perché ci permettono di perfezionare sempre più le nostre ricerche".
"Questa è la dimostrazione che lo sport serve e fa bene" - ha invece chiosato Roberto Nigriello, assessore allo sport del comune lecchese - sottolineando l'importanza di indicare, sulla propria carta d'identità, la volontà di donare i propri organi. "È altresì necessaria una rivoluzione culturale - ha proseguito - e la tattica migliore per raggiungerla, usando una metafora sportiva, è l'attacco. Dobbiamo continuare a giocare questa partita con senso di squadra e responsabilità."
"Il problema maggiore è quello delle 9.000 persone in lista d'attesa” - ha ricordato Giovanni Ravasi, Presidente Regionale dell'Associazione Italiana Donatori di Organi, sezione Lombardia –. “Sono solo 3.000 i trapianti effettuati in un anno, e in questi 365 giorni 500 persone perdono la vita, in attesa di un organo”. L'Italia conta 45 mila trapiantati ed è al primo posto per quanto riguarda la qualità, ma a livello culturale - come spiegato dal Presidente Aido Lombardia - c'è ancora tanto da lavorare. Su 60 milioni di abitanti, solo 5 hanno aderito alla proposta "Una scelta in comune", per esprimere sulla propria carta d'identità la volontà di donare i propri organi.
"Lo sport è lo spirito che unisce Aido e Panathlon - ha concluso Riccardo Redaelli, consigliere regionale di Aido Lombardia e socio del Panathlon Club di Sondrio - ed è fondamentale per la diffusione della cultura del dono. Il trapianto è una ragione di vita".
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