Lecco: Gerenzone e lavoro, dai 'tirabagia' all'oggi, pensando al domani con Officina

Cos’è rimasto, oggi, di quei secoli di storia industriale lecchese sviluppatasi lungo il corso del Gerenzone? Quali fabbriche sono sparite e quali resistono e quante invece hanno trasferito i macchinari altrove alla ricerca di uno spazio che l’angustia della vallata non poteva concedere? L’appello che arriva dall’Officina Gerenzone –  il gruppo spontaneo che si occupa di valorizzare e rivitalizzare uno dei torrenti storici della città – è proprio quello di inviare segnalazioni (officinagerenzone@gmail.com) con lo scopo di realizzare una mappa su quanto resta della scintilla quasi mitologica che originò la storia industriale lecchese.


Di Gerenzone e lavoro si è parlato nel secondo dei tre incontri organizzati on line dalla stessa “Officina” per parlare sì del passato ma anche delle ipotesi per il futuro del corso d’acqua originato da una serie di piccoli ruscelli che sgorgano tra Val Calolden e le falde del monte Melma per poi scendere fino al lago e sfociare davanti alla statua di San Nicolò. Esausto, come scriveva Luigi Manzoni, imprenditore ma soprattutto grande poeta dialettale che compose un poemetto diventato ormai un testo mitico e intitolato “El cavalier Gerenzun”, un brano del quale è stato letto nel corso dell’incontro da Mauro Marini. Esausto, il nostro torrente, per avere “lavorato” per decine di officine.


Barbara Cattaneo

Del passato ha parlato Barbara Cattaneo, conservatrice dei Musei civici, da sempre studiosa di archeologia industriale e che ha appunto ricordato le tappe dell’ascesa industriale lecchese. Con le piccole officine sorte appunto nella vallata del Gerenzone, officine artigianali di carattere famigliare con pochi operai (molti minori) mentre – nella seconda metà dell’Ottocento –si è sviluppata la grande industria capitalista che, con l’avvento della ferrovia, trasferì i suoi impianti più a valle. Cattaneo ha voluto comunque sottolineare come fosse rimasta viva tra gli imprenditori lecchesi la tradizione della collaborazione tra loro: come per decenni l’uso delle acque del Gerenzone delle fiumicelle derivate era regolato da un consorzio,  così alla fine dell’Ottocento si diede vita all’Acciaieria del Caleotto voluta dagli industriali riuniti perché potesse produrre materia prima fondendo i rottami che arrivano da diverse parti.




Su questa storia si innescano poi le figure del “tirabagia”, il trafiliere espertissimo, assurto a simbolo della stagione operaia della città. Molte di queste grandi imprese sono scomparse negli anni Ottanta del Novecento. E paradossalmente, quasi a simboleggiare un ritorno alle sorgenti, lungo il Gerenzone continuava a sopravvivere il nucleo originario: le piccole e medie imprese, anche loro poi costrette a chiudere negli anni Novanta del XX secolo o nei primi anni del XXI. Ed è qui che si apre il capitolo del come o dove sono finite. Alcune aziende sono veramente sparite, altre però hanno trasferito i loro impianti in Valsassina o in Brianza.




Silvia Negri

Ci sono poi, come ha sottolineato Silvia Negri delle “Officine”, le fabbriche che resistono e sono ancora lì, dove sono nate. Sono state così presentate l’intervista realizzata pochi giorni fa a Marco Melesi della Forgiatura Melesi a e quella, registrata dall’Api un po’ di tempo fa, ad Alberto Gianola delle Trafilerie di Malavedo, morto a 78 anni nel mese di marzo a causa del covid. Storia particolare, quella delle Trafileria: in origine, nel 1873, ad avviarle erano stati i Falck che arrivavano dalla Storia; quando poi decisero di andare a Sesto San Giovanni, nel 1930, cedettero gli impianti di Malavedo a uno dei più fidati collaboratori che era il nonno di Alberto Gianola.



La forgiatura Melesi


Alberto Gianola

Infine, uno studente universitario, Paolo Colombo, che ha approfondito una serie di tematiche relative al Gerenzone, ha indicato i possibili interventi per la valorizzazione del torrente: ricostruire, per esempio, un’antica officina e far comprendere quale fosse la potenza dell’acqua, l’illuminazione delle aree verdi, percorsi di “mobilità lenta” per aggirare il dedalo dei veicoli dei rioni. «Perché si possa pensare alla vallata del Gerenzone – ha concluso – non come un deposito di ceneri ma come una grande opportunità».
D.C.
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