Azienda Ospedaliera: un vetrino quale 'finestra sul paziente'. Il lavoro dell'Anatomia Patologica, realtà da 45.000 diagnosi

“Dottoressa, di questo mio “pezzettino” adesso cosa ne fate?”. Una domanda tanto genuina quanto capace, con forza, di accendere i riflettori su una disciplina – l’anatomia patologica – di cui probabilmente ancora oggi si confonde l’attività e di cui, il cittadino medio, disconosce numeri e potenzialità.

Gli anatomopatologi dell'Azienda ospedaliera

Unica a livello aziendale e dunque al servizio dell’ospedale Manzoni di Lecco e del Mandic di Merate, nonché dei presidi territoriali, la struttura – diretta dalla dottoressa Emanuela Bonoldi – riceve ogni giorno tutti i campioni citologici, di tessuti e di organi che vengono prelevati su pazienti dell’Ao. “Viene poi processato tutto qui e viene diagnosticato tutto qui” puntualizza, fin da subito, la responsabile, chiarendo già la “destinazione finale” del “pezzettino” asportato con un unico fondamentale scopo: arrivare alla formulazione di una diagnosi attraverso lo studio di cellule, tessuti e organi. Una diagnosi indispensabile al medico che ha in carico il paziente per stabilire una terapia sia essa clinica, farmacologica o chirurgica. Questo dunque il ruolo dell’anatomopatologo, medico clinico (non di laboratorio) che interagisce con i colleghi che a loro volta interagiscono con i pazienti. Ciò sebbene non manchino anche occasioni di “contatto diretto” con l’utente. E’ il caso, per esempio, dei prelievi citologici effettuati in radiologia oppure nel corso di quegli interventi che – per gravità e complessità – richiedono analisi intraoperatorie con l’anatomopatologo che, in tempo praticamente reale, esprime un parere preliminare che condiziona il tipo di attività chirurgica in fase di svolgimento, indicando se togliere o meno una lesione oppure di quanto ampliare l’asportazione.

A sinistra il desk dove vengono ricevuti i campioni. A destra due operatrici

In laboratorio, invece, “cellule, tessuti e organi vengono processati all’80% dalle persone” prosegue la dottoressa Bonoldi sottolineando dunque come si tratti di un “lavoro principalmente artigianale”, affidato inizialmente ai 13 tecnici su cui può contare la struttura, con un utilizzo marginale delle macchine solo in alcuni passaggi di una “filiera” che ha come scopo “la produzione di vetrini che verranno poi letti e esaminati al microscopio da altre persone, i medici anatomopatologici, che arriveranno a stendere referti diagnostici che contengono informazioni quali il nome della malattia, “quanta malattia” presenta il paziente, indicazioni su come tale malattia dovrà essere trattata… Il clinico avrà poi il compito di integrare l’esito con il quadro del paziente”.

L'apertura dei contenitori con i campioni prelevati. A destra la dottoressa Bonoldi

Oltre al microscopio, gli anatomopatologi possono contare anche su altre “armi”. Tra queste la “patologia molecolare” utile soprattutto quando ci si trova di fronte a tumori che necessitano di una valutazione anche relativa alle caratteristiche del DNA.  “Con l’aiuto dei biologi andiamo a studiare modificazioni specifiche di quel DNA di quel tessuto di quel paziente. Oggi – argomenta infatti il direttore – si tende molto a disegnare l’utilizzo di farmaci avanzati sulla base delle caratteristiche del DNA. Si parla di “Terapia mirata”, strategia ritagliata sulle caratteristiche del singolo paziente. Si tratta di terapie che possono agire solo se il “bersaglio” specifico è contenuto in quel tumore”. L’anatomopatologo deve dunque rispondere a quesiti quali “che probabilità ha questa cura di funzionare su questo malato?”.

Fasi della preparazione dei vetrini


“Oltre al ruolo diagnostico su cittadini con patologia, chiaramente non solo tumorale, diamo anche il nostro contributo alla medicina preventiva” specifica la dottoressa Bonoldi, descrivendo l’attività condotta dalla struttura composta soltanto da 13 tecnici, 8 medici e un biologo. Vengono infatti destinati all’anatomia patologica tutti i test effettuati nelle campagne di screening per la prevenzione del cancro alla mammella, dell’intestino, della cervice nonché tutti i pap-test per un totale di 16.000 referti compilati in capo ad un anno solo per questo tipo di servizio.
Un numero, quest’ultimo riportato, che rimarca con forza la differenza tra il medico legale e l’anatomopatologo, due specialità che qualche decennio fa andavano a braccetto e che oggi si presentano invece – contrariamente al pensiero comune – separate e distinte con il primo professionista che cerca le cause del decesso legate all’eventuale dolo mentre il secondo – quando si occupa di cadaveri – va a indagare cosa non ha funzionato nella terapia.

Anatomopatologi al lavoro al microscopio

“In un anno ci capitano una cinquantina di questi casi contro 45.000 diagnosi su vivo”
sostiene con fermezza la dottoressa Bonoldi, consapevole dell’ingente mole di lavoro che grava sulla sua struttura e tenace nel voler dare la giusta veste a quanto portato avanti dalla sua “squadra”. “Il 25%  delle diagnosi – aggiunge poi – riguardano patologie pre-neoplastiche e neoplastiche. La fetta più consistente si concentra invece su patologie infiammatorie e infettive”. Dalla gastriti alle coliti passando dunque per le epatiti, solo per fare qualche esempio, con il compito per l’anatomopatologo di indicarne la gravità e la cronicità per poter poi stabilire i trattamenti. 

Confronto d'equipé

“Il vetrino è la nostra finestra sul paziente: siamo consapevoli del nostro carico di responsabilità e lavoriamo con questa consapevolezza. Siamo poi coinvolti nel problema del clinico perché anche noi siamo medici. Da quando sono arrivata a Lecco ho cercato di potenziare al massimo iniziative di formazione professionale per tutte le figure, internamente o presso centri specializzati. Non convegni quindi ma corsi. Abbiamo intensificato anche le riunioni interdisciplinari e la rete di collaborazione con altri centri per i casi complessi. Le malattie, i tumori, non leggono libri: ci sono casi per i quali noi utilizziamo l’esperienza di anatomopatologi che hanno dedicato la vita a quella specifica patologia. Solo così ci si avvicina alla “verità” con l’obiettivo di non creare danno al paziente ma di contribuire alla sua guarigione”.
Alice Mandelli
Invia un messaggio alla redazione

Il tuo indirizzo email ed eventuali dati personali non verranno pubblicati.