Ballabio, morte di Liam: la Cassazione mette la parola fine. Non ci sono colpevoli

Per la morte di Liam Nuzzo non ci sono colpevole. Fine. L'ultima parola l'ha scritta ieri la Corte di Cassazione, con atto notificato questa mattina agli avvocati Nadia Invernizzi e Roberto Bardoni, difensori di Aurora Ruberto, la mamma del bimbo spirato nell'ottobre 2015, ventotto giorni dopo la venuta al mondo.
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La sede della Corte di Cassazione a Roma

Gli ermellini hanno dichiarato inammissibile il ricorso della Procura generale di Milano avverso la pronuncia della Corte d'Assise d'Appello che aveva assolto l'imputata in riforma della sentenza di primo grado irrogata dalla Corte d'Assise di Como che l'aveva condannato la donna a dieci anni di carcere per l'omicidio preterintenzionale del suo secondogenito. 

Brevissima e costellata di accessi in ospedale era stata la vita del bebè. Il primo dopo una caduta asseritamente patita in casa dalle braccia dalla mamma; il secondo a distanza di qualche giorno, dopo la comparsa di anomali rigonfiamenti sulla sua testolina. A poche ore dalle dimissioni, l'ultima inutile richiesta di intervento al 118. Preso in carico di prima mattina dall'abitazione di famiglia a Ballabio Inferiore, il neonato era arrivato al Manzoni esanime.

Articolato anche il percorso che ha portato la signora Ruberto ad affrontare poi tre gradi di giudizio, chiamata a rispondere di un'accusa pesantissima. 
La Procura di Lecco - con l'allora sostituto Cinzia Citterio primo assegnatario del fascicolo - aveva chiesto fin da subito l'archiviazione del caso, richiesta rigettata da un primo giudice per poi arrivare però alla pronuncia di non luogo a procedere - basata su una perizia commissionata a un pool di esperti per accertare le cause della morte dell'infante - a firma di altro collega. Una decisione, questa, impugnata dalla Procura Generale, riuscita a portare in giudizio - per omicidio volontario, questa l'iniziale ipotesi di reato - sia la madre sia il padre del bambino.

Aurora Ruberto, classe 1982, sulla base del capo d'imputazione - riformulato, tra l'altro, in Aula, all'apertura del processo bis, quello in Corte d'Assise a Como, dall'allora procuratore capo facente funzioni Cuno Tarfusser - era chiamata a rispondere dell'accusa di essere l'autrice materiale dell'omicidio, perché "utilizzando uno strumento contundente ovvero sbattendo la testa del figlio neonato perpendicolarmente su una superficie piana e rigida, produceva a questi fratture paritotemporali bilaterali simmetriche conseguenti ad una compressione-schiacciamento della volta cranica, da cui derivava uno stato di particolare debolezza e di immunodeficienza del neonato tale da favorire l'insorgere di una polmonite interstiziale che portava al decesso di Liam".

Il marito Fabio Nuzzo, ora 46enne, invece, secondo la tesi accusatoria, "pur perfettamente consapevole delle reiterate condotte lesive e maltrattanti serbate dalla Ruberto verso Liam che hanno portato a più ricoveri ospedalieri nel neonato nei suoi 15 giorni di vita, le tollerava pur avendo l'obbligo morale e giuridico di impedirle, così agevolando e comunque non impedendo le condotte della madre che hanno portato il figlio alla morte. Con l'aggravante di aver commesso il fatto ai danni del discendente".

Dieci anni, all'esito del processo di primo grado - celebrato con rito abbreviato - la condanna irrogata nei confronti della Ruberto, con la riqualificazione da omicidio volontario a omicidio preterintenzionale. Assolto invece, già a Como, il consorte. In Appello, lo scorso anno, il ribaltone. Il fatto non sussiste, è stato sancito, dopo aver riascoltato in udienza i camici bianchi Ezio Fulchieri (professore di Anatomopatologia a Genova), Andrea Rossi (neuroradiologo al Gaslini) e Rita Celli (medico legale di Torino), estensori della super-perizia posta a fondamento del castello accusatorio in capo alla donna. Ieri l'ultimo step a Roma, con la Cassazione che ha chiuso definitivamente il caso.
A.M.
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