I luoghi della Prima Guerra Mondiale in Provincia di Lecco/2. Il complesso di Corenno Plinio, trincee affacciate sul Lario
Ci sono luoghi dove lo scorrere del tempo non cancella il passato, ma si limita semplicemente ad aggiungere nuove pagine, nuovi capitoli nell'infinito libro della Storia. Succede cosi che nello stesso punto finiscono per incrociarsi, quasi senza saperlo, secoli di storie, passato e presente, epoche lontane che si trovano a convivere una di fianco all'altra, a pochi metri di distanza.
E' questo il caso di Corenno Plinio, un minuscolo borgo adagiato sulle sponde del Lario, nel territorio di Dervio di cui è frazione. Una manciata di strette viette che scendono a Lago, tra case di pietra e ripide scalinate scavate - chissà quando, chissà da chi - direttamente nella roccia.
Uno straordinario gioiello, che ancora oggi racconta a chi ha la voglia e la pazienza di stare ad ascoltarlo il passato delle genti che lo hanno abitato, le fatiche, le vicende, le gioie e i dolori di chi lì è vissuto.
Dal passato più antico, che emerge fin da nome che omaggia Plinio il Vecchio; fino al medioevo con quel piccolo capolavoro della chiesa parrocchiale, dedicata a san Tommaso di Canterbury, e con la rocca che ancora oggi controlla con le sue torri il lento scorrere della corrente; per arrivare poi al '900.
Al si sopra di questa frazione di Dervio si trova infatti il complesso di fortificazioni del Sasso di Corenno e dei Molinelli: una lunga serie di trincee e postazioni militari realizzate tra il 1916 e il 1918 per bloccare il passaggio sulla strada a lago da parte dell'esercito austro ungarico durante la Prima Guerra Mondiale. Questa la meta della nostra seconda tappa tra i luoghi della Prima Guerra Mondiale in Provincia di Lecco.
Lasciamo cosi la macchina proprio a Corenno - ma una valida alternativa potrebbe essere quella di prendere il treno fino alla stazione di Dorio e poi raggiungere il piccolo borgo tramite la panoramica passeggiata a lago - e imbocchiamo il sentiero che porta alle fortificazioni, cercando di non farci "distrarre" da Corenno, dai suoi vicoli, dai gatti che giocano sui davanzali, dagli scorci sul lago. Ci fermeremo poi, di ritorno dalle trincee.
Il percorso per il complesso militare parte proprio alle spalle della rocca: il sentiero (recentemente risistemato dagli Alpini dell'A.n.a. di Lecco in collaborazione con il Museo della Guerra Bianca) sale ripido lungo il crinale a ridosso del paese, tra antichi muretti in pietra a secco e splendidi panorami che spaziano su tutto il Lario, da Dervio a salire fino alle Alpi.
Superiamo una vecchia villa ormai diroccata: le decorazioni alle pareti sono sbiadite, finestroni vista lago distrutti, soffitti stuccati ormai crollati, il giardino invaso dai rovi: racconta di un'altra storia, ma questa non la conosciamo.
Riprendiamo la nostra mulattiera, che sale velocemente lungo il crinale ed entra nel bosco, fino ad un bivio con una piccola croce di ferro; teniamo la destra e finalmente vediamo la prima postazione per mitragliatrice: siamo arrivati al complesso trincerato del Sasso di Corenno.
Si tratta di una serie di costruzioni in pietra, spesso a ridosso di rocce e massi: muri di protezione in sasso, realizzati con un tecniche e perizia d'altri tempi, con alcune aperture che guardano vero il lago da dove sparare i colpi di mitraglia. Sulle pareti esterne di questi manufatti si intravedono ancora oggi dei ganci (detti "cambre") dove veniva appese le coperture mimetiche. All'interno si sarebbero dovuti appostare i fucilieri, pronti a bloccare le eventuali colonne nemiche che percorrevano la strada in riva al lago.
Questo ed altre complessi formano infatti la cosiddetta ''Linea Cadorna'' o ''Frontera Nord'', un lungo susseguirsi di trincee, forti, postazioni, punti di osservazione realizzati dall'allora Regno d'Italia.
"Il sistema corre per 280 km, dal Monte Dolent fino allo Stelvio, addensandosi presso le pricipali vie di penetrazione verso la Pianura Padana: l'Alto Lario; punto di convergenza delle strade e ferrovie dello Spluga, del Maloja, del Bernina, dello Stelvio e del Tonale (per l'Aprica), ne è uno dei punti strategici più importanti. Nell'Alto Lario, gli appostamenti d'artiglieri ai Montecchi di Colico, la mina pronta a demolire i tunnel di Verceia e le opere del Legnoncino, erano tesi a sbarrare l'accesso per Como e Lecco, in direzione Milano" ci spiega uno dei tanti pannelli informativi - davvero chiari e ben fatti - che si incontrano lungo il percorso.
Continuiamo ad addentrarci nel bosco, fino al secondo bivio. Anche questa volta teniamo la destra ed arriviamo in quello che è sicuramente il punto più panoramico.
In un anfratto, a strapiombo sul lago, si trovano altre piccole postazioni protette. Da qui, affacciandoci tra le rocce, possiamo osservare dall'alto tutto il borgo di Corenno. Un battello solca lento le acque e i windsurfer si divertono tra le onde, ignari di noi che - nascosti tra queste trincee - ci divertiamo a nostra volta a spiarli.
E capiamo anche il perché di questo complesso militare. Ai nostri piedi corre infatti la sp 72, la vecchia strada statale a lago che unisce Lecco a Colico, toccando tutti i paesi che si affacciano sulla sponda. Passaggio obbligato - prima dell'apertura della ss36 - per chiunque volesse avvicinarsi al Resegone.
Un po' turisti e un po' sentinelle, in cima a questo sperone, ci perdiamo ad osservare il panorama. Attraversiamo con la mente le acque del lago fino alla sponda comasca, proprio davanti ai nostri occhi, dove altre trincee continuano la frontiera. Scaliamo infine - sempre con l'immaginazione - la vetta del Legnoncino, uno dei punti nevralgici della frontiera nord.
Non un solo colpo è stato sparato da questi camminamenti, ma ci appare subito chiaro lo sforzo economico, militare e umano che si nasconde dietro la realizzazione di tutta la Linee Cadorna, pronta a fermare un nemico che non ha mai bussato a questa porta.
Ce lo testimonia anche il grosso basamento di sassi e pietre che incrociamo più avanti: si tratta della "stazione" di arrivo della teleferica - ben protetta entro una fessura naturale - che avrebbe dovuto trasportare uomini, armi e munizioni da Corenno fino alla cima della rupe. Il comodo sentiero che si percorre oggi, che sale tra campii e pendii, sarebbe stato infatti troppo esposto ai proiettili nemici.
Torniamo sui nostri passi, e questa volta al bivio prendiamo la sinistra. E' il tratto più ripido di tutto il percorso, che in breve tempo - passando accanto ad altre postazioni ancora - conduce fino alla località delle baite dei Ciarei: un grande prato verde, un paio di baite in pietra e una sorgente d'acqua. Un piccolo angolo di quiete e natura, quanto di più lontano potrebbe esserci dalla distruzione cieca e insensata della Guerra.
Ma è proprio qui che si trovano i manufatti più caratteristici dell'intero complesso trincerato: 2 gallerie e una postazione per mitragliatrice interamente scavate nel ventre di una piccola collina.
Ricoveri per uomini e armi, realizzati interamente a mano tanto che ancora oggi si possono intravedere i segni degli scalpelli sulla roccia nuda.
"Gran parte delle opere della Frontiera Nord - ci spiega un pannello - fu realizzato sotto la supervisione del Genio Militare, che però appaltò i lavori a ditte private. I cantieri videro il lavoro magistrale, ma anche la sofferenza, di decine di migliaia di uomini, donne e ragazzi: impressionante è la documentazione relativa alle centinaia di incidenti sul lavoro, spesso con esiti mortali o invalidanti".
Usciamo da queste tane sotterranee e il sole sta tramontando. Chi lo desiderasse potrebbe continuare il percorso ad anello che passa accanto alla condotte forzate della vecchia centrale elettrica e al complesso rustico che costituiva il Monastero di San Clemente degli Umiliati.
Noi preferiamo scendere velocemente a Corenno, godendo degli scorci sul lago che ci accompagnano fino alla riva.
Qui non possiamo non goderci la poesia del borgo, il rumore sordo e ipnotico delle onde, le ripide scalinate che si tuffano letteralmente nel lago, i portici, i terrazzi fioriti, l'odore dei secoli che qui sono passati lenti e inarrestabili come la corrente del Lario.
Mentre ammiriamo la chiesa medievale e le bellissime ''arche degli Andreani'' - le tombe scultoree dei signori del luogo - non possiamo non pensare che siano state fatte con le stesse pietre - e forse anche con le stesse tecniche - con cui qualche centinaia di metri più sopra sono state costruite le trincee e le gallerie. Le mani e l'ingegno dell'uomo hanno saputo trasformare la pietra del luogo in capolavori artistici che ancora oggi sanno lasciare a bocca aperta turisti e visitatori di tutto il mondo o, al contrario, in freddi muri progettati per la morte e la violenza.
E qui, seduti sui ciottoli di un borgo medievale sulle rive del lago di Como, ci tornano alla mente le parole che Tiziano Terzani ha scritto mentre si trovava a viaggiare tra le città di un'Unione Sovietica ormai al collasso: "alla lunga la gente ricorda le moschee e le cattedrali e non le centrali elettriche e le autostrade, ricorda le preghiere o i versi di un poeta più che gli slogan dei politici o i discorsi di un segretario del partito..."
E' questo il caso di Corenno Plinio, un minuscolo borgo adagiato sulle sponde del Lario, nel territorio di Dervio di cui è frazione. Una manciata di strette viette che scendono a Lago, tra case di pietra e ripide scalinate scavate - chissà quando, chissà da chi - direttamente nella roccia.
Uno straordinario gioiello, che ancora oggi racconta a chi ha la voglia e la pazienza di stare ad ascoltarlo il passato delle genti che lo hanno abitato, le fatiche, le vicende, le gioie e i dolori di chi lì è vissuto.
Dal passato più antico, che emerge fin da nome che omaggia Plinio il Vecchio; fino al medioevo con quel piccolo capolavoro della chiesa parrocchiale, dedicata a san Tommaso di Canterbury, e con la rocca che ancora oggi controlla con le sue torri il lento scorrere della corrente; per arrivare poi al '900.
Al si sopra di questa frazione di Dervio si trova infatti il complesso di fortificazioni del Sasso di Corenno e dei Molinelli: una lunga serie di trincee e postazioni militari realizzate tra il 1916 e il 1918 per bloccare il passaggio sulla strada a lago da parte dell'esercito austro ungarico durante la Prima Guerra Mondiale. Questa la meta della nostra seconda tappa tra i luoghi della Prima Guerra Mondiale in Provincia di Lecco.
Lasciamo cosi la macchina proprio a Corenno - ma una valida alternativa potrebbe essere quella di prendere il treno fino alla stazione di Dorio e poi raggiungere il piccolo borgo tramite la panoramica passeggiata a lago - e imbocchiamo il sentiero che porta alle fortificazioni, cercando di non farci "distrarre" da Corenno, dai suoi vicoli, dai gatti che giocano sui davanzali, dagli scorci sul lago. Ci fermeremo poi, di ritorno dalle trincee.
Il percorso per il complesso militare parte proprio alle spalle della rocca: il sentiero (recentemente risistemato dagli Alpini dell'A.n.a. di Lecco in collaborazione con il Museo della Guerra Bianca) sale ripido lungo il crinale a ridosso del paese, tra antichi muretti in pietra a secco e splendidi panorami che spaziano su tutto il Lario, da Dervio a salire fino alle Alpi.
Superiamo una vecchia villa ormai diroccata: le decorazioni alle pareti sono sbiadite, finestroni vista lago distrutti, soffitti stuccati ormai crollati, il giardino invaso dai rovi: racconta di un'altra storia, ma questa non la conosciamo.
Riprendiamo la nostra mulattiera, che sale velocemente lungo il crinale ed entra nel bosco, fino ad un bivio con una piccola croce di ferro; teniamo la destra e finalmente vediamo la prima postazione per mitragliatrice: siamo arrivati al complesso trincerato del Sasso di Corenno.
Si tratta di una serie di costruzioni in pietra, spesso a ridosso di rocce e massi: muri di protezione in sasso, realizzati con un tecniche e perizia d'altri tempi, con alcune aperture che guardano vero il lago da dove sparare i colpi di mitraglia. Sulle pareti esterne di questi manufatti si intravedono ancora oggi dei ganci (detti "cambre") dove veniva appese le coperture mimetiche. All'interno si sarebbero dovuti appostare i fucilieri, pronti a bloccare le eventuali colonne nemiche che percorrevano la strada in riva al lago.
Questo ed altre complessi formano infatti la cosiddetta ''Linea Cadorna'' o ''Frontera Nord'', un lungo susseguirsi di trincee, forti, postazioni, punti di osservazione realizzati dall'allora Regno d'Italia.
"Il sistema corre per 280 km, dal Monte Dolent fino allo Stelvio, addensandosi presso le pricipali vie di penetrazione verso la Pianura Padana: l'Alto Lario; punto di convergenza delle strade e ferrovie dello Spluga, del Maloja, del Bernina, dello Stelvio e del Tonale (per l'Aprica), ne è uno dei punti strategici più importanti. Nell'Alto Lario, gli appostamenti d'artiglieri ai Montecchi di Colico, la mina pronta a demolire i tunnel di Verceia e le opere del Legnoncino, erano tesi a sbarrare l'accesso per Como e Lecco, in direzione Milano" ci spiega uno dei tanti pannelli informativi - davvero chiari e ben fatti - che si incontrano lungo il percorso.
Continuiamo ad addentrarci nel bosco, fino al secondo bivio. Anche questa volta teniamo la destra ed arriviamo in quello che è sicuramente il punto più panoramico.
In un anfratto, a strapiombo sul lago, si trovano altre piccole postazioni protette. Da qui, affacciandoci tra le rocce, possiamo osservare dall'alto tutto il borgo di Corenno. Un battello solca lento le acque e i windsurfer si divertono tra le onde, ignari di noi che - nascosti tra queste trincee - ci divertiamo a nostra volta a spiarli.
E capiamo anche il perché di questo complesso militare. Ai nostri piedi corre infatti la sp 72, la vecchia strada statale a lago che unisce Lecco a Colico, toccando tutti i paesi che si affacciano sulla sponda. Passaggio obbligato - prima dell'apertura della ss36 - per chiunque volesse avvicinarsi al Resegone.
Un po' turisti e un po' sentinelle, in cima a questo sperone, ci perdiamo ad osservare il panorama. Attraversiamo con la mente le acque del lago fino alla sponda comasca, proprio davanti ai nostri occhi, dove altre trincee continuano la frontiera. Scaliamo infine - sempre con l'immaginazione - la vetta del Legnoncino, uno dei punti nevralgici della frontiera nord.
Non un solo colpo è stato sparato da questi camminamenti, ma ci appare subito chiaro lo sforzo economico, militare e umano che si nasconde dietro la realizzazione di tutta la Linee Cadorna, pronta a fermare un nemico che non ha mai bussato a questa porta.
Ce lo testimonia anche il grosso basamento di sassi e pietre che incrociamo più avanti: si tratta della "stazione" di arrivo della teleferica - ben protetta entro una fessura naturale - che avrebbe dovuto trasportare uomini, armi e munizioni da Corenno fino alla cima della rupe. Il comodo sentiero che si percorre oggi, che sale tra campii e pendii, sarebbe stato infatti troppo esposto ai proiettili nemici.
Torniamo sui nostri passi, e questa volta al bivio prendiamo la sinistra. E' il tratto più ripido di tutto il percorso, che in breve tempo - passando accanto ad altre postazioni ancora - conduce fino alla località delle baite dei Ciarei: un grande prato verde, un paio di baite in pietra e una sorgente d'acqua. Un piccolo angolo di quiete e natura, quanto di più lontano potrebbe esserci dalla distruzione cieca e insensata della Guerra.
Ma è proprio qui che si trovano i manufatti più caratteristici dell'intero complesso trincerato: 2 gallerie e una postazione per mitragliatrice interamente scavate nel ventre di una piccola collina.
Ricoveri per uomini e armi, realizzati interamente a mano tanto che ancora oggi si possono intravedere i segni degli scalpelli sulla roccia nuda.
"Gran parte delle opere della Frontiera Nord - ci spiega un pannello - fu realizzato sotto la supervisione del Genio Militare, che però appaltò i lavori a ditte private. I cantieri videro il lavoro magistrale, ma anche la sofferenza, di decine di migliaia di uomini, donne e ragazzi: impressionante è la documentazione relativa alle centinaia di incidenti sul lavoro, spesso con esiti mortali o invalidanti".
Usciamo da queste tane sotterranee e il sole sta tramontando. Chi lo desiderasse potrebbe continuare il percorso ad anello che passa accanto alla condotte forzate della vecchia centrale elettrica e al complesso rustico che costituiva il Monastero di San Clemente degli Umiliati.
Noi preferiamo scendere velocemente a Corenno, godendo degli scorci sul lago che ci accompagnano fino alla riva.
Qui non possiamo non goderci la poesia del borgo, il rumore sordo e ipnotico delle onde, le ripide scalinate che si tuffano letteralmente nel lago, i portici, i terrazzi fioriti, l'odore dei secoli che qui sono passati lenti e inarrestabili come la corrente del Lario.
Mentre ammiriamo la chiesa medievale e le bellissime ''arche degli Andreani'' - le tombe scultoree dei signori del luogo - non possiamo non pensare che siano state fatte con le stesse pietre - e forse anche con le stesse tecniche - con cui qualche centinaia di metri più sopra sono state costruite le trincee e le gallerie. Le mani e l'ingegno dell'uomo hanno saputo trasformare la pietra del luogo in capolavori artistici che ancora oggi sanno lasciare a bocca aperta turisti e visitatori di tutto il mondo o, al contrario, in freddi muri progettati per la morte e la violenza.
E qui, seduti sui ciottoli di un borgo medievale sulle rive del lago di Como, ci tornano alla mente le parole che Tiziano Terzani ha scritto mentre si trovava a viaggiare tra le città di un'Unione Sovietica ormai al collasso: "alla lunga la gente ricorda le moschee e le cattedrali e non le centrali elettriche e le autostrade, ricorda le preghiere o i versi di un poeta più che gli slogan dei politici o i discorsi di un segretario del partito..."
Paolo Valsecchi




















