Acquate: sulle note di 'Supereroi' l'addio a Giuditta Maccacaro, 28 anni
Questo pomeriggio, nella chiesa parrocchiale di San Giorgio ad Acquate, la comunità si è stretta attorno alla famiglia di Giuditta Maccacaro, scomparsa giovedì, primo dell’anno, a soli 28 anni.
La giovane, che lo scorso settembre aveva festeggiato il suo compleanno, era diplomata in Relazioni internazionali e marketing al Parini di Lecco e si era poi iscritta alla facoltà di Economia aziendale all’Università di Bergamo, prima che la malattia, un sarcoma, irrompesse nella sua vita.

A piangerla, oltre agli amici e alla sorella Michela, i genitori Antonella e Marzio Maccacaro, storico ex direttore commerciale della Fiocchi Munizioni.

La chiesa si è presto riempita di persone, con tante persone rimaste anche all'esterno. Parenti, amici, conoscenti, compagni di scuola e di università, semplici fedeli, tutti riuniti per un ultimo saluto a Giuditta e per far sentire la propria vicinanza alla famiglia.

A presiedere il rito funebre è stato don Walter Magnoni, affiancato da padre Sergio, che anni fa aveva celebrato il matrimonio dei genitori della ragazza e ne aveva poi amministrato il battesimo. Una presenza che ha dato un ulteriore segno di continuità e legame tra la storia familiare e questo momento di dolore.

Nell’omelia, don Walter ha ricordato la giovane partendo dalla ferita aperta della sua dipartita prematura. “La scoperta della morte di Giuditta è qualcosa che ci ha tolto il respiro” ha detto, rievocando la telefonata ricevuta alle sei del mattino dalla madre della ragazza. Da lì, il pensiero del prevosto è corso ai versi di Konstantinos Kavafis, in particolare alla sua poesia ‘Candele’, immagine che il sacerdote ha usato per descrivere il modo in cui Giuditta ha affrontato la sofferenza. “Il suo sguardo era, anche nei suoi ultimi istanti, rivolto alle candele ancora accese davanti a sé. Da lei apprendiamo una grande dignità anche dentro il dolore” ha sottolineato il parroco, indicando come questo tempo, per la famiglia e per la comunità, sia “della vicinanza, dello stare accanto, e per chi crede, anche il tempo della fede e della speranza”. Il sacerdote ha concluso richiamando i versi del cardinale José Tolentino de Mendonça nella raccolta Misteriosa nostalgia citando “Esisto senza fretta / maturo in fatiche e ritardi / apprendo l’incompletezza”; parole che, ha spiegato, “non cancellano il desiderio di pienezza ma invitano a custodire e valorizzare, per quanto possa essere doloroso, anche il tratto di vita terrena, come ha fatto Giuditta”.

A restituire il volto più quotidiano e intimo di Giuditta sono stati i ricordi delle amiche, letti in chiesa tra commozione e lacrime. Fra le parole più toccanti, quelle di Irene e Meg.

La prima, rivolgendosi a “Giudi”, ha descritto la fatica di dire “arrivederci a 28 anni”, sottolineando come la giovane abbia “lasciato un segno profondo in chiunque l’abbia incontrata”. Nel suo messaggio con voce rotta dall’emozione, ha ricordato soprattutto il sorriso di Giuditta come “così vivo, così luminoso, così dolce e così contagioso, oltre che la sua capacità di “non mollare mai, neppure quando la malattia si è fatta più dura”. Lei è stata “un esempio di come si possa vivere il dolore traendone forza e determinazione”. Sottolineato poi come la lecchese riuscisse sempre a trovare qualcosa di positivo anche dove sembrava impossibile. “Ora, piccola guerriera, vivi la vita come meriti lassù” è stato il suo saluto conclusivo.

A prendere la parola è stata poi Meg, che ha raccontato “il pezzo di strada” percorso insieme a Giuditta. Ne ha tratteggiato l’immagine di una ragazza “capace di bontà incondizionata, di un amore senza misura per le persone accanto a sé e di una forza incredibile nell’affrontare le difficoltà a testa alta”. L’amica ha confidato quanto Giuditta le abbia “insegnato ad essere migliore, a guardare sempre al lato bello delle cose e a stringere forte la felicità quando la si incontra, anche nei piccoli gesti”. Il vuoto lasciato da Giuditta, ha ammesso, sarà “impossibile da riempire, ma l’amore e la presenza che lei ha donato instancabilmente vivranno nei gesti gentili e nei ricordi più cari di chi l’ha conosciuta”.

Al termine della messa, le note della canzone ‘Supereroi’ di Mr. Rain hanno accompagnato l’uscita della bara. Un brano scelto non a caso, simbolo di una forza ostinata e fragile insieme, capace di raccontare in musica il combattimento silenzioso di chi affronta la malattia e di chi resta accanto.

Una volta caricato il feretro sul carro funebre, amici e familiari hanno liberato in cielo palloncini bianchi, gesto semplice e intenso, tra pianto e applausi trattenuti.


A piangerla, oltre agli amici e alla sorella Michela, i genitori Antonella e Marzio Maccacaro, storico ex direttore commerciale della Fiocchi Munizioni.

La chiesa si è presto riempita di persone, con tante persone rimaste anche all'esterno. Parenti, amici, conoscenti, compagni di scuola e di università, semplici fedeli, tutti riuniti per un ultimo saluto a Giuditta e per far sentire la propria vicinanza alla famiglia.

A presiedere il rito funebre è stato don Walter Magnoni, affiancato da padre Sergio, che anni fa aveva celebrato il matrimonio dei genitori della ragazza e ne aveva poi amministrato il battesimo. Una presenza che ha dato un ulteriore segno di continuità e legame tra la storia familiare e questo momento di dolore.
Nell’omelia, don Walter ha ricordato la giovane partendo dalla ferita aperta della sua dipartita prematura. “La scoperta della morte di Giuditta è qualcosa che ci ha tolto il respiro” ha detto, rievocando la telefonata ricevuta alle sei del mattino dalla madre della ragazza. Da lì, il pensiero del prevosto è corso ai versi di Konstantinos Kavafis, in particolare alla sua poesia ‘Candele’, immagine che il sacerdote ha usato per descrivere il modo in cui Giuditta ha affrontato la sofferenza. “Il suo sguardo era, anche nei suoi ultimi istanti, rivolto alle candele ancora accese davanti a sé. Da lei apprendiamo una grande dignità anche dentro il dolore” ha sottolineato il parroco, indicando come questo tempo, per la famiglia e per la comunità, sia “della vicinanza, dello stare accanto, e per chi crede, anche il tempo della fede e della speranza”. Il sacerdote ha concluso richiamando i versi del cardinale José Tolentino de Mendonça nella raccolta Misteriosa nostalgia citando “Esisto senza fretta / maturo in fatiche e ritardi / apprendo l’incompletezza”; parole che, ha spiegato, “non cancellano il desiderio di pienezza ma invitano a custodire e valorizzare, per quanto possa essere doloroso, anche il tratto di vita terrena, come ha fatto Giuditta”.

A restituire il volto più quotidiano e intimo di Giuditta sono stati i ricordi delle amiche, letti in chiesa tra commozione e lacrime. Fra le parole più toccanti, quelle di Irene e Meg.

La prima, rivolgendosi a “Giudi”, ha descritto la fatica di dire “arrivederci a 28 anni”, sottolineando come la giovane abbia “lasciato un segno profondo in chiunque l’abbia incontrata”. Nel suo messaggio con voce rotta dall’emozione, ha ricordato soprattutto il sorriso di Giuditta come “così vivo, così luminoso, così dolce e così contagioso, oltre che la sua capacità di “non mollare mai, neppure quando la malattia si è fatta più dura”. Lei è stata “un esempio di come si possa vivere il dolore traendone forza e determinazione”. Sottolineato poi come la lecchese riuscisse sempre a trovare qualcosa di positivo anche dove sembrava impossibile. “Ora, piccola guerriera, vivi la vita come meriti lassù” è stato il suo saluto conclusivo.

A prendere la parola è stata poi Meg, che ha raccontato “il pezzo di strada” percorso insieme a Giuditta. Ne ha tratteggiato l’immagine di una ragazza “capace di bontà incondizionata, di un amore senza misura per le persone accanto a sé e di una forza incredibile nell’affrontare le difficoltà a testa alta”. L’amica ha confidato quanto Giuditta le abbia “insegnato ad essere migliore, a guardare sempre al lato bello delle cose e a stringere forte la felicità quando la si incontra, anche nei piccoli gesti”. Il vuoto lasciato da Giuditta, ha ammesso, sarà “impossibile da riempire, ma l’amore e la presenza che lei ha donato instancabilmente vivranno nei gesti gentili e nei ricordi più cari di chi l’ha conosciuta”.

Al termine della messa, le note della canzone ‘Supereroi’ di Mr. Rain hanno accompagnato l’uscita della bara. Un brano scelto non a caso, simbolo di una forza ostinata e fragile insieme, capace di raccontare in musica il combattimento silenzioso di chi affronta la malattia e di chi resta accanto.

Una volta caricato il feretro sul carro funebre, amici e familiari hanno liberato in cielo palloncini bianchi, gesto semplice e intenso, tra pianto e applausi trattenuti.
M.E.





















