Quando il lutto viene giudicato

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Ma può uno come il prof. Motta che ha (non dovrebbe, ha) strumenti culturali, di studio e di vita per non banalizzare le notizie e tantopiù le tragedie scrivere in bella calligrafia ed educato tono, un cattivo e violento editoriale sulla tragedia di Capodanno a Crans Montana? Dovrei esimermi dal replicare ma come si fa a girarsi dall'altra parte? - Il suo editoriale infatti pretende di sottrarsi al moralismo mentre lo esercita fino in fondo. 

Dice di comprendere il dolore, ma lo pesa. Dice di non voler giudicare, ma giudica. Dice di rifuggire il "politicamente corretto", salvo rifugiarsi nella forma più antica e comoda di colpevolizzazione: quella delle vittime e delle loro famiglie. - Il testo costruisce un confronto implicito e profondamente ingiusto: da una parte i “noi” virtuosi, sobri, montanari, educatori attenti; dall’altra “loro”, adolescenti viziati, famiglie permissive, stili di vita artificiali. 

È un confronto che non serve a capire una tragedia, ma a rassicurare chi scrive e chi legge: a noi non sarebbe successo. Esattamente il meccanismo che la nonna citata come espediente nell'editoriale invitava a evitare. Il passaggio più problematico non è la riflessione sugli stili di vita - legittima in astratto - ma il momento in cui questa riflessione viene collocata dentro un evento di morte, trasformandosi di fatto in una graduatoria morale del lutto. - Quando si scrive che “le fatalità non esistono” e che le responsabilità sono “anzitutto educative”, si sta dicendo, anche se lo si nega, che quei genitori hanno una quota di colpa nella morte dei figli. È un’affermazione enorme, che richiederebbe prove, non suggestioni. Non ammesso e non concesso che sia giusto non avere almeno il buongusto, la nonna avrebbe detto credo: l'educazione. Non è serio - né onesto - evocare l’immagine di ragazzi che filmano, di bottiglie di champagne, di padri davanti ai microfoni, per poi sostenere che non si sta accusando nessuno. 

La scelta delle immagini, delle parole, delle comparazioni economiche ("20 euro contro il locale esclusivo") non è neutra: costruisce una narrazione in cui il dolore altrui appare meno "puro", meno degno, perché associato a consumi, eccessi, città, denaro. - Ma soprattutto, questo tipo di discorso sposta l’attenzione dal punto centrale che nell'editoriale non viene nemmeno sfioraro: una tragedia causata da condizioni strutturali di sicurezza, da decisioni organizzative, da responsabilità precise di chi ha progettato, autorizzato e gestito un evento. - Trasformare tutto questo in una lezione educativa ex post è una comoda scorciatoia morale che assolve i sistemi e colpevolizza i singoli, per di più i più vulnerabili. - Dire che "a sedici anni noi festeggiavamo in oratorio" non è un’analisi: è nostalgia elevata a criterio etico. I contesti cambiano, le società cambiano, e il compito degli adulti non è rimpiangere il passato, ma rendere sicuro il presente. Nessuna educazione, per quanto rigorosa, può sostituire norme, controlli, responsabilità professionali. 

- Infine, lo dico con tutto il tatto possibile e con serio pudore, c’è un problema più profondo: usare il proprio dolore personale come scudo preventivo ("anch’io ho perso una figlia") non rende automaticamente giuste le conclusioni che si traggono ed è una cosa desolante usarlo, così. - Il dolore merita rispetto, non autorità morale sugli altri dolori. Una tragedia non è il luogo per dimostrare di essere genitori migliori, più sobri o più autentici. È il luogo del silenzio, dell’analisi rigorosa e della responsabilità pubblica. Tutto il resto - soprattutto se scritto "ormai l’ho scritto" - rischia di essere solo un modo elegante per dire: a loro sì, a noi no. E questo, davvero, non aiuta nessuno.
Paolo Trezzi
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