La vera sfida del 2026
Articolo: La sicurezza è all’ultimo posto, prima guadagno e speculazione
Messaggio: 2026: un anno iniziato nel fuoco, nel vuoto e nell’ombra delle potenze Il 2026 è partito con un peso addosso. Non serve ripercorrere nel dettaglio ciò che è accaduto: basta dire che, tra tragedie collettive e ferite personali, questi primi giorni hanno già mostrato un volto duro, quasi ostile. E mentre il dolore si avvicina — nelle vite spezzate a Crans-Montana, nei conflitti che si riaccendono in America Latina, nella perdita improvvisa di un amico pilota di parapendio come Andrea — emerge una sensazione comune: viviamo in un mondo che non riesce più a proteggere, né a proteggersi. Ciò che inquieta non è solo la somma degli eventi, ma il contesto che li circonda. Ogni crisi sembra inserirsi in una dinamica più ampia, dominata da potenze che agiscono secondo logiche di forza, di interesse, di sfruttamento. E i nani della politica, invece di frenare questa deriva, spesso la amplificano. È difficile intravedere soluzioni a breve. Il diritto internazionale appare fragile, quasi decorativo. Le retoriche ufficiali coprono solo in parte la realtà di un mondo in cui la vita umana vale meno dei flussi energetici, meno dei minerali, meno delle strategie di potenza. Forse l’unica cosa che possiamo fare, oggi, è non smettere di guardare con lucidità ciò che accade. Dare un nome alle ingiustizie, riconoscere le responsabilità, e non lasciarci anestetizzare dalla normalità del disastro. Perché se questo è l’inizio del 2026, allora la sfida sarà resistere alla tentazione di abituarci.
Messaggio: 2026: un anno iniziato nel fuoco, nel vuoto e nell’ombra delle potenze Il 2026 è partito con un peso addosso. Non serve ripercorrere nel dettaglio ciò che è accaduto: basta dire che, tra tragedie collettive e ferite personali, questi primi giorni hanno già mostrato un volto duro, quasi ostile. E mentre il dolore si avvicina — nelle vite spezzate a Crans-Montana, nei conflitti che si riaccendono in America Latina, nella perdita improvvisa di un amico pilota di parapendio come Andrea — emerge una sensazione comune: viviamo in un mondo che non riesce più a proteggere, né a proteggersi. Ciò che inquieta non è solo la somma degli eventi, ma il contesto che li circonda. Ogni crisi sembra inserirsi in una dinamica più ampia, dominata da potenze che agiscono secondo logiche di forza, di interesse, di sfruttamento. E i nani della politica, invece di frenare questa deriva, spesso la amplificano. È difficile intravedere soluzioni a breve. Il diritto internazionale appare fragile, quasi decorativo. Le retoriche ufficiali coprono solo in parte la realtà di un mondo in cui la vita umana vale meno dei flussi energetici, meno dei minerali, meno delle strategie di potenza. Forse l’unica cosa che possiamo fare, oggi, è non smettere di guardare con lucidità ciò che accade. Dare un nome alle ingiustizie, riconoscere le responsabilità, e non lasciarci anestetizzare dalla normalità del disastro. Perché se questo è l’inizio del 2026, allora la sfida sarà resistere alla tentazione di abituarci.
Paolo Alfonso Castagna





















