Lecco, Arash e la compagna: 'vogliamo essere la voce di chi protesta in Iran. Siamo al punto di rottura, il popolo chiede la fine del regime'

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“Se attaccati colpiremo le basi USA e Israele”. Occhi del mondo in queste ore sull'Iran, mentre il regime cerca di oscurare le proteste interne (nascondendo il sangue della violenta repressione in atto) bloccando internet. Starlink di Musk il veicolo attraverso il quale i pochi che riescono ad avere accesso al collegamento satellitare fanno trapelare informazioni su ciò che sta accadendo nelle piazze di Teheran e nelle altre città del Paese.
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Il lecchese ad una manifestazione organizzata in favore del popolo iraniano
(foto di Lorenzo Ceva Valla)

A dare voce ai manifestanti, gli attivisti iraniani disseminati per il mondo. Come il lecchese Arash Shojaei, ex studente del Politecnico, impegnato nella causa con la compagna Tina Karam.
Trent'anni, ingegnere, risponde a fatica. “Mi scusi, ma ieri sono stato a un evento di sensibilizzazione a Milano”, così giustifica la raucedine. Un dettaglio che già dà la cifra di un ragazzo pronto a spendersi, seppur da lontano, totalmente, per l'obiettivo: la libertà del popolo iraniano.

L'Iran da giorni è isolato. Quale sono le ultime notizie che avete dall'interno?
Da quasi 14 giorni è in corso un tentativo di rivoluzione in Iran, ma è dall'8 gennaio – dopo l'appello pubblico di Reza Pahlavi, figlio dell'ultimo scià di Persia – che le persone scendono in strada ogni sera. Dal 9 il regime ha imposto un blackout totale di internet, “bucato” da poche persone che hanno accesso a Starlink. Abbiamo ricevuto pochi video, poche informazioni ma possiamo dire che hanno già ucciso più di 250 persone solo a Teheran, quasi 2.000 in tutto. Oggi in Iran milioni di persone protestano in almeno 120 città.

Tutto questo è cominciato quale reazione contro il caro vita. Un “pretesto”?
Ci sono tanti motivi per cui si manifesta oggi in Iran. Le persone sono in strada perché non hanno più nessun altro modo per farsi ascoltare. E' da anni che il popolo iraniano vive sotto repressione, in un contesto di crisi economica, corruzione e violenza. Ogni forma di protesta pacifica o richiesta di riforma è stata repressa. Quello che vediamo oggi è una società arrivata al punto di rottura, le persone chiedono la fine della Repubblica Islamica, chiedono la libertà, il diritto ad una vita normale.
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Da fuori, ogni protesta sembra sempre più sentita, più partecipata dalla popolazione iraniana. E' davvero così?
Sì è cosi. Questa volta soprattutto dopo ciò che ha detto Reza Pahlavi. Non sono solo i giovani a scendere in strada ma anche anziani: persone che hanno settant'anni o ottant'anni, sono in piazza con i ragazzi. Io ho sentito di una mamma in stato di gravidanza andata a protestare per dire “io non voglio questo regime”.

Crede sia vicina e possibile la caduta del regime?
Sì. L'obiettivo condiviso è uno status democratico per l'Iran. Con questo regime non possiamo arrivarci. La caduta è il primo passo. Molte persone stanno apertamente dicendo “vogliamo Reza Pahlavi”. Lui oggi è una figura che rappresenta un punto di riferimento per una parte significativa dell'opposizione contro il regime.
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Trump continua a minacciare l'azione di forza. Crede che gli Stati Uniti interverranno?
Speriamo sostengano gli iraniani. La prossima settimana Reza Pahlavi incontrerà Trump o una persona a lui vicina. Speriamo in un aiuto alla popolazione, se non faranno nulla il numero degli ammazzati – già 2.000 morti – è destinato a crescere perché Khamenei non è una persona normale e non potendo controllare le proteste con la polizia ora ha messo sulla strada le armi militari dei pasdaran, utilizzate contro i civili, contro il popolo. I pasdaran, già prima del blackout di internet, avevano attaccato – per quello che sappiamo – almeno due ospedali: oggi i feriti hanno paura di andare in ospedale perché rischiano l'arresto dunque molte persone stanno morendo, dopo essere state colpite, perché non hanno accesso alle cure mediche.

La figura per voi di riferimento ora è, quindi, Reza Pahlavi. Voi attivisti, da fuori Iran, cosa state organizzando? C'è un aiuto esterno alle proteste?
Dall'esterno noi facciamo manifestazioni e usiamo i social – come X – per far sapere cosa sta succedendo. Al popolo serve una voce, noi vogliamo essere quella voce. 
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Lei e Tina come siete arrivati a Lecco? Qual è la vostra storia? 
Siamo arrivati nel 2019. Noi eravamo studenti del Politecnico, io ho studiato al campus di Lecco, la mia compagna a Milano. Ora siamo due ingegneri, lavoriamo in Italia, con contratto a tempo indeterminato (ride nel dirlo, sottolineando come sia importante ndr). Abbiamo organizzato tante manifestazioni al tempo del movimento “Donne, vita, libertà” e per questo il governo iraniano ha minacciato noi e ha arrestato le nostre famiglie rimaste nel Paese. E' stato detto ai nostri genitori “uccidiamo i vostri figli”. Abbiamo presentato denuncia e richiesta di asilo politico. Questo è successo due anni fa, ma è due anni che attendiamo per arrivare davanti alla Commissione per ottenerlo.

Siete riusciti in questi giorni a mettervi in contatto con i vostri cari?
Abbiamo saputo che anche le nostre famiglie erano in strada. Ma era l'8 gennaio. Dall'8 gennaio non abbiamo più avuto notizie. 
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Nel 2022 per protestare le donne iraniane si tagliavano i capelli. Oggi invece molte persone bruciano l'immagine di Khamenei, arrivando a usarla anche per accendere una sigaretta, quale gesto di insofferenza. Lo stesso gesto ripetuto anche ieri durante la manifestazione a cui i due attivisti lecchesi hanno preso parte.iran7.jpg (170 KB)I lecchesi vi possono aiutare in qualche modo?
Chiediamo che più persone parlino della causa dell'Iran. Se il Governo fa qualcosa, la speranza è che meno persone perdano la vita in Iran per l'affermazione della libertà.
A.M.
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