In viaggio a tempo indeterminato/414: a 5.000 metri sul Cotopaxi
Non ho mai pensato che il 31 dicembre segnasse la fine di qualcosa.
Sì, si aggiunge un numero alla fine della data ma onestamente io ci metto sempre qualche mese a capire che abbiamo fatto il salto di anno. Quindi, almeno fino a Marzo, ci dovrò mettere dell'impegno per scrivere 2026.
Questo 1 Gennaio, più che mai, mi sembra che il mondo la pagina non l'abbia proprio voltata, anzi.
"Più giù di così non si poteva andare
Più in basso di così c'è solo da scavare..." cantava Silvestri.
A leggerle ora queste parole, dopo tutto quello che sta succedendo qua e là nel Pianeta, sembrano quasi ottimistiche.
Perché se c'è chi a Natale ha giocato a tombola, c'è chi tra i potenti quest'anno ha deciso di farsi un'altra partita di Risiko. Ecco magari dimenticando il piccolissimo dettaglio che non sono pedine di plastica ma persone quelle che alla fine ci rimettono.
Empatia, cara vecchia amica, sembra tu ti stia trasferendo su un altro pianeta. Al posto tuo, credo farei la stessa cosa.
Poi però ti ritrovo, nei posti più impensati, tipo a 5000 metri, impolverata e affaticata dalla scarsità d'ossigeno.
È iniziato tutto per caso, dove "caso" si traduce con "ricerca su internet". Come arrivare al Cotopaxi , le parole digitate. Tra i risultati attira la mia attenzione la pagina di un blog. "Esistono ancora!" penso istintivamente, dimenticando che anche noi ne abbiamo uno che non aggiorniamo da anni. Quelle pagine stile diario ma piene di informazioni un tempo erano viste come una diavoleria avanguardistica. Oggi, con l'intelligenza artificiale, fanno lo stesso effetto di un floppy-disk.
È il diario di viaggio di una ragazza che ha fatto un viaggio in questa zona nel 2018. Lo leggo più per il romanticismo che c'è nel leggere una storia ben raccontata, consapevole che probabilmente le informazioni contenute non mi saranno poi così utili dopo tanti anni.
Parola dopo parola, però, quella che era stata più una ricerca fatta per curiosità si trasforma nel desiderio di andare a vederlo davvero il Cotopaxi, il vulcano attivo più alto del mondo.
"Possiamo salire sul Cotopaxi!" dico a Paolo. Lui mi guarda perplesso con quello sguardo che vuol dire solo una cosa: "lo sai vero che sono quasi 5000 metri di altitudine e noi abbiamo la preparazione atletica della gelatina colorata che vendono al mercato?"
Ci pensa un attimo e poi mi risponde con un "dai facciamolo!", spinto forse dalla voglia di staccare un po' dalle notizie dal mondo o forse dalla voglia di metterci alla prova. Il progetto c'è, resta solo da capire come fare.
Questa è una di quelle situazioni in cui decidiamo di affidarci al caso, tentare la sorte e, mal che vada, tornare indietro.
"Meglio pentirsi di aver provato che avere il rimpianto di non averci neanche tentato" è il nostro motto da quando siamo partiti nel 2018. Oggi lo applichiamo alla salita su un vulcano.
Partiamo molto presto e prendiamo un autobus che ci porta fino all'ingresso del parco nazionale. Da lì mancano solo 30 km per arrivare al rifugio sul vulcano.
Iniziamo a camminare e il Cotopaxi è proprio lì davanti a noi. Ci guida all'orizzonte in una giornata con cielo terso senza nuvole.
Camminiamo 5 minuti e sentiamo dietro di noi il rumore di una macchina. Ci voltiamo entrambi e proviamo a farci notare. La macchina si ferma subito e a bordo ci sono due ragazzi che con un sorriso ci fanno salire a bordo.
Ci raccontano velocemente la loro storia mentre raggiungiamo il punto di controllo dei documenti.
Vengono dagli Stati Uniti, entrambi originari di famiglie messicane che si sono trasferite lì molti anni prima. Parlano uno spagnolo perfetto, oltre che un inglese per noi facile da comprendere. Un anno fa hanno deciso di viaggiare in Sud America e da allora lavorano online e vivono per mesi nei diversi Paesi in questa parte di mondo. In questo momento si sentono più sicuri qui che a casa, ci raccontano. Non parliamo di politica o di cronaca ma bastano poche parole per capire che dentro quella macchina stiamo tutti dalla stessa parte: quella dell'empatia.
La guardia all'ingresso ci informa che con una macchina normale non è possibile arrivare fino alla parte alta del vulcano. La strada è dissestata e la pendenza è molto elevata. I ragazzi stanno guidando una macchina a noleggio e non se la sentono di rischiarla. Quindi decidiamo di salutarci alla tappa successiva: una laguna dove il mitico Cotopaxi si specchia nella sua "triangolosità" quasi perfetta.
Spinti da curiosità e dall'adrenalina della sfida, decidiamo di provare a fare autostop anche per il secondo tratto di strada, il peggiore. La vista che abbiamo sul vulcano è talmente bella che anche se dovessimo tornare indietro ora, ne sarebbe comunque valsa la pena.
Tempo due minuti e si ferma un pick-up. A bordo davanti ci saranno almeno 6/7 persone tra adulti e bambini. Altrettante sono sedute nella parte dietro del cassone che è coperta con una struttura in plastica.
È lì che troviamo spazio anche noi, con le gambe incrociate e le mani che si attaccano forte per non perdere l'equilibrio.
Tutti ci sorridono su quella macchina. Sono curiosi di sapere da dove veniamo, dove siamo stati, cosa ci porta fino a lì.
Le domande, all'inizio timide, diventano sempre più incalzanti, fino a trasformarsi in silenzio quando la polvere che si alza dalla strada inizia a coprire i volti, i vestiti, i capelli.
Vediamo la laguna che si allontana all'orizzonte, mentre il profilo del Cotopaxi si fa più definito dopo ogni tornante.
Il viaggio dura circa mezz'ora e quando scendiamo dal pickup, la polvere ci è arrivata anche nelle mutande. Salutiamo tutti con strette di mano e sorrisi. Non c'era spazio per noi su quel pick-up ma l'hanno trovato immediatamente. Si sono stretti tutti un po' per fare spazio a noi e all'empatia.
Scesi dalla macchina ci aspettava la parte più difficile dal punto di vista fisico. 800 metri di distanza con un dislivello di 300 per raggiungere il rifugio.
In condizioni normali sono pochissimi metri ma, a quasi 5000 metri, ogni passo pesa tantissimo.
Ci si sente diversamente a certe altitudini.
Il battito del cuore sembra rimbombare dentro al petto. Lo senti vivo, rumoroso e scatenato.
La testa è più leggera, così leggera che sembra possa rotolare via se bruscamente la sollevi per guardare la cima innevata del vulcano.
Ma è il respiro quello che più è stravolto. Fai entrare aria dal naso ma non basta mai. Nessun respiro soddisfa quel vitale bisogno di ossigeno.
Questa altitudine sembra dare valore a qualcosa che nella quotidianità è dato per scontato.
E non parlo solo dell'atto di respirare, ma anche di quello del condividere.
Lassù, davanti allo spettacolo inenarrabile di un vulcano attivo innevato, tutto mi è apparso più bello, perché quel traguardo l'avevo condiviso con dei perfetti sconosciuti impolverati.





















