Coltello o bussola: la sfida etica davanti al disagio giovanile

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Articolo: La “questione giovanile” e l’etica dalla Grecia a oggi

Messaggio: C’è un dato che inquieta, anche quando si preferisce non guardarlo: una parte dei giovani porta con sé coltelli, oggetti contundenti, talvolta perfino armi da fuoco. Non è un fenomeno isolato né un’esagerazione mediatica. È un segnale. E come tutti i segnali, chiede di essere interpretato, non rimosso. La tentazione, oggi, è quella di rispondere con controlli, divieti, allarmi. Ma il punto non è solo cosa fanno i ragazzi: è cosa non fanno più gli adulti. Perché ogni epoca ha ridefinito il proprio orizzonte morale — la Grecia con la virtù, il cristianesimo con la compassione, l’Illuminismo con l’autonomia, la globalizzazione con la responsabilità planetaria — ma la nostra sembra aver smarrito la capacità di trasmettere un orientamento.
Ecco perché serve una mappa etica del genitore: pochi principi, chiari e non negoziabili. Responsabilità. Rispetto dell’altro. Rifiuto della violenza. Autonomia.
Non sono parole astratte: sono la bussola che permette a un adulto di restare saldo quando un figlio, un alunno, un ragazzo in difficoltà mostra comportamenti che spaventano o disorientano.
Senza questa bussola, si reagisce per paura, per conformismo, per quel “così fan tutti” che oggi sostituisce troppo spesso il pensiero critico. E allora il coltello diventa non solo un oggetto nelle mani dei giovani, ma il simbolo di un vuoto adulto: un vuoto di presenza, di coerenza, di direzione.
Il punto è semplice e scomodo: i giovani non hanno bisogno di adulti perfetti, ma di adulti orientati. Alla fine, la domanda che il fenomeno delle armi giovanili ci pone è brutale nella sua chiarezza: noi adulti, cosa portiamo con noi? Un coltello o una bussola?
Paolo Alfonso Castagna
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