In viaggio a tempo indeterminato/414: ma che buone... le larve
"Mmmm que ricoooo!
Mamá quiero más"
(Che buono! Mamma ne voglio ancora.)
Sento la vocina venire dal tavolo accanto al nostro e prima di girami a guardare che cosa piaccia tanto a quella bambina, mi immagino stia parlando di pollo. Qui i bambini lo amano moltissimo e li vedi spesso girare con una coscia di pollo in mano.
Siamo nella regione amazzonica dell'Ecuador e fa un caldo umido di quelli che rendono onore a questa parte di mondo.
L'Amazzonia credo che sia universalmente riconosciuta come sinonimo di foresta. Dopotutto è solo il più grande ecosistema di foresta tropicale del pianeta e uno dei sistemi naturali più importanti per il clima globale.
Si estende per 5,5 milioni di km² e copre circa il 40% del Sud America. In pratica è grande quasi quanto tutta l’Unione Europea.
Il Brasile ospita la parte più grande e centrale, ma anche altri Paesi ne condividono un pezzetto. Tra questi appunto l'Ecuador.
La città di Tena è considerata la porta di accesso all'Amazzonia ecuadoriana ma a primo impatto appare come un centro caotico, lontano anni luce dall'immagine di "città amazzonica" che avevo in mente.
Ma basta fare qualche chilometro e allontanarsi dal traffico, per iniziare a intravedere quei paesaggi da documentario. I palazzi alti e squadrati spariscono e curva dopo curva la protagonista diventa la natura fitta e selvaggia.
Compare anche un fiume, di quelli con le acque marroni e la corrente forte che trascina i tronchi. Ti aspetti di veder sbucare un coccodrillo da qualche parte, o perlomeno un serpente.
Verde e marrone, sono i colori che dominano questo mondo unico e iconico che ospita un'infinità di specie animali e vegetali.
Ma non solo, perché l'Amazzonia è anche la casa di oltre 400 gruppi indigeni e decine di popoli che non sono mai stati contattati.
Per loro questa foresta è un luogo di riparo ma è anche un supermercato, una farmacia e un luogo sacro.
Queste popolazioni hanno, infatti, sviluppato conoscenze botaniche e medicinali che permettono loro di vivere in un ambiente così misterioso e ostile. Conoscono le piante e le loro proprietà guaritrici. Parlano lingue diverse. Hanno tradizioni culinarie basate su ciò che riescono a reperire nel fitto della giungla.
E a proposito di questo, torniamo al "Mmmm que rico" dell'inizio.
Addento un pezzo di yucca (manioca), il tubero diffusissimo in questa zona. È simile a una patata ma molto più filamentoso e più dolce. In questo ristorante, viene servita come accompagnamento del pesce cotto sulla brace avvolto nelle foglie di banano.
Mi giro verso la bambina e inizialmente faccio fatica a capire cosa stia mangiando con così tanto gusto.
Non è pollo.
Non è cioccolato.
Non sono nemmeno il pesce e la yucca.
Quella bambina, felice almeno quanto Paolo quando addenta una fetta di pizza dopo mesi di astinenza, sta mangiando delle larve.
Sì, larve. Vermi cicciotti. Insettoni viscidi. Esseri striscianti. Insomma, quelle!
Si chiamano chontacuro e sono le larve del coleottero della palma. Non sono vermi del terreno, ma larve di un insetto che vive dentro le palme.
La pratica di mangiare larve di insetti è molto antica e diffusa tra le popolazioni amazzoniche. Le larve di palma rappresentano una fonte ricca di proteine, grassi e nutrienti in un ambiente dove altre risorse possono essere stagionali o difficili da ottenere. Questo cibo è particolarmente importante durante periodi in cui la caccia o la pesca non bastano e a giudicare dal gusto con cui le addenta la bambina del tavolo accanto al nostro, devono essere anche prelibate.
Ci sono vari modi per gustare queste larve. Si possono mangiare letteralmente vive, staccando prima la testa per evitare che mordano.
Oppure si possono infilzare intere su degli spiedini per cucinarle alla brace.
È questa seconda ricetta quella più diffusa, soprattutto nei ristoranti.
Si possono anche friggere ma in quel caso si vince facile perché si sa che fritto è buono tutto.
Il sapore? Dalla faccia della bambina, avrei pensato sapessero di cioccolata. In realtà, facendo qualche ricerca, pare che sappiano di burro leggermente dolce, quasi nocciolato.
Non sanno di pollo e nemmeno di terra.
Più di pancetta, a quante pare.
Il loro vero gusto per me resterà un mistero perché, dopo averle viste contorcersi sulla brace, la voglia di assaggiarle mi è passata completamente.
E non è bastato il fatto che la bambina si sia mangiata 4 spiedini, a farmi cambiare idea.

Però che meraviglia.
Non le larve in sé ma la scena a cui abbiamo assistito.
Una tradizione culinaria che nasce dalla necessità di utilizzare ciò che la foresta offre, ancora oggi nel 2026 viene portata avanti e si mantiene viva.
E se il cibo racconta anche il popolo, allora queste larve ci parlano di popolazioni che da secoli hanno un rapporto sostenibile e profondo con la natura che chiamano casa.
Mamá quiero más"
(Che buono! Mamma ne voglio ancora.)
Sento la vocina venire dal tavolo accanto al nostro e prima di girami a guardare che cosa piaccia tanto a quella bambina, mi immagino stia parlando di pollo. Qui i bambini lo amano moltissimo e li vedi spesso girare con una coscia di pollo in mano.
Siamo nella regione amazzonica dell'Ecuador e fa un caldo umido di quelli che rendono onore a questa parte di mondo.
L'Amazzonia credo che sia universalmente riconosciuta come sinonimo di foresta. Dopotutto è solo il più grande ecosistema di foresta tropicale del pianeta e uno dei sistemi naturali più importanti per il clima globale.
Si estende per 5,5 milioni di km² e copre circa il 40% del Sud America. In pratica è grande quasi quanto tutta l’Unione Europea.
Il Brasile ospita la parte più grande e centrale, ma anche altri Paesi ne condividono un pezzetto. Tra questi appunto l'Ecuador.
La città di Tena è considerata la porta di accesso all'Amazzonia ecuadoriana ma a primo impatto appare come un centro caotico, lontano anni luce dall'immagine di "città amazzonica" che avevo in mente.
Ma basta fare qualche chilometro e allontanarsi dal traffico, per iniziare a intravedere quei paesaggi da documentario. I palazzi alti e squadrati spariscono e curva dopo curva la protagonista diventa la natura fitta e selvaggia.
Compare anche un fiume, di quelli con le acque marroni e la corrente forte che trascina i tronchi. Ti aspetti di veder sbucare un coccodrillo da qualche parte, o perlomeno un serpente.
Verde e marrone, sono i colori che dominano questo mondo unico e iconico che ospita un'infinità di specie animali e vegetali.
Ma non solo, perché l'Amazzonia è anche la casa di oltre 400 gruppi indigeni e decine di popoli che non sono mai stati contattati.
Per loro questa foresta è un luogo di riparo ma è anche un supermercato, una farmacia e un luogo sacro.
Queste popolazioni hanno, infatti, sviluppato conoscenze botaniche e medicinali che permettono loro di vivere in un ambiente così misterioso e ostile. Conoscono le piante e le loro proprietà guaritrici. Parlano lingue diverse. Hanno tradizioni culinarie basate su ciò che riescono a reperire nel fitto della giungla.
E a proposito di questo, torniamo al "Mmmm que rico" dell'inizio.
Addento un pezzo di yucca (manioca), il tubero diffusissimo in questa zona. È simile a una patata ma molto più filamentoso e più dolce. In questo ristorante, viene servita come accompagnamento del pesce cotto sulla brace avvolto nelle foglie di banano.
Mi giro verso la bambina e inizialmente faccio fatica a capire cosa stia mangiando con così tanto gusto.
Non è pollo.
Non è cioccolato.
Non sono nemmeno il pesce e la yucca.
Quella bambina, felice almeno quanto Paolo quando addenta una fetta di pizza dopo mesi di astinenza, sta mangiando delle larve.

Si chiamano chontacuro e sono le larve del coleottero della palma. Non sono vermi del terreno, ma larve di un insetto che vive dentro le palme.
La pratica di mangiare larve di insetti è molto antica e diffusa tra le popolazioni amazzoniche. Le larve di palma rappresentano una fonte ricca di proteine, grassi e nutrienti in un ambiente dove altre risorse possono essere stagionali o difficili da ottenere. Questo cibo è particolarmente importante durante periodi in cui la caccia o la pesca non bastano e a giudicare dal gusto con cui le addenta la bambina del tavolo accanto al nostro, devono essere anche prelibate.
Ci sono vari modi per gustare queste larve. Si possono mangiare letteralmente vive, staccando prima la testa per evitare che mordano.
Oppure si possono infilzare intere su degli spiedini per cucinarle alla brace.
È questa seconda ricetta quella più diffusa, soprattutto nei ristoranti.
Si possono anche friggere ma in quel caso si vince facile perché si sa che fritto è buono tutto.
Il sapore? Dalla faccia della bambina, avrei pensato sapessero di cioccolata. In realtà, facendo qualche ricerca, pare che sappiano di burro leggermente dolce, quasi nocciolato.
Non sanno di pollo e nemmeno di terra.
Più di pancetta, a quante pare.
Il loro vero gusto per me resterà un mistero perché, dopo averle viste contorcersi sulla brace, la voglia di assaggiarle mi è passata completamente.
E non è bastato il fatto che la bambina si sia mangiata 4 spiedini, a farmi cambiare idea.

Però che meraviglia.
Non le larve in sé ma la scena a cui abbiamo assistito.
Una tradizione culinaria che nasce dalla necessità di utilizzare ciò che la foresta offre, ancora oggi nel 2026 viene portata avanti e si mantiene viva.
E se il cibo racconta anche il popolo, allora queste larve ci parlano di popolazioni che da secoli hanno un rapporto sostenibile e profondo con la natura che chiamano casa.
Angela (e Paolo)





















