PAROLE CHE PARLANO/264

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Meschino

 «Non mi aspettavo che si abbassasse a simili inganni: è proprio un essere meschino, senza alcuna dignità.» Questo potremmo sentir dire oggi relativamente a un amministratore corrotto o a un politico senza scrupoli.
Le origini del termine meschino sono però antiche e ci suggeriscono un significato totalmente diverso; risalgono infatti all’arabo miskīn, che significa "povero", "miserabile" o "indigente", un termine che nella tradizione islamica indicava colui che era privo di beni materiali ed era quindi degno di compassione e aiuto.
Attraverso lo spagnolo mezquino e il latino tardo medievale mesquinus, la parola giunge in italiano, conservando inizialmente il suo significato di indigenza, senza alcuna connotazione morale negativa.
Nel Medioevo, tuttavia, il termine inizia a estendere il suo campo semantico, assumendo sfumature che vanno oltre la semplice povertà materiale. Il meschino diventa colui che non solo non possiede beni, ma è anche debole, sfortunato, quasi segnato dalla malasorte.
Con il passare dei secoli, il significato della parola subisce una trasformazione ancora più profonda. Autori come Boccaccio iniziano a usare meschino non solo per indicare la povertà, ma anche per descrivere comportamenti moralmente riprovevoli, come la grettezza, l’avarizia o la viltà.
Il termine inizia così ad assumere una connotazione sempre più negativa, fino a indicare una vera e propria bassezza d’animo.
Nei Promessi Sposi, Alessandro Manzoni utilizza meschino in entrambe le accezioni, sia per descrivere la condizione dei malati nel Lazzaretto: Altri meschini erravano sbandati, come stupidi, e non pochi fuor di sé affatto; sia per condannare la viltà di personaggi come il Vicario di provvisione durante la rivolta dei forni: Il meschino girava di stanza in stanza, pallido, senza fiato, battendo palma a palma, raccomandandosi a Dio, e a’ suoi servitori, che tenessero fermo, che trovassero la maniera di farlo scappare.
Questo dualismo mostra come, anche nell’Ottocento, la parola conservava ancora tracce della sua origine compassionevole, pur assumendo sempre più spesso un significato moraleggiante.
Oggi, però, meschino esprime quasi esclusivamente un giudizio etico, indicando chi si comporta in modo vile, egoista o senza dignità.
 Nella lingua siciliana i termini mischinu e mischinazzu, che discendono direttamente dai secoli di dominazione araba, hanno mantenuto il significato originale, con valore quasi affettivo, compassionevole, spesso usato per esprimere pietà o tenerezza, delle vere e proprie carezze linguistiche. Per descrivere uno sfortunato che ha perso tutto si sente dire: «Mìschinu, nu c’havi cchiù nenti!»; mentre per una persona fragile e malata: «Mischinazzu, è sempri malatu…»; e per chi si lascia sfruttare per ingenuità: «È propriu mischinu: tutti si nni aprofìttanu.»

Rubrica a cura di Dino Ticli
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