Lecco: un presidio in piazza a sostegno del popolo iraniano
Piazza XX Settembre, nel cuore di Lecco, questa mattina si è trasformata in una piccola agorà internazionale. Sotto un cielo invernale e tra le voci di chi è sceso in strada per non restare indifferente, si è svolta la manifestazione a sostegno del popolo iraniano, promossa dal Direttivo di Azione Lecco con Orizzonte per Lecco insieme alla comunità iraniana lecchese e a una rete di associazioni e realtà politiche del territorio.

Al centro, non solo la denuncia delle violazioni dei diritti umani in Iran, ma anche un richiamo forte e diretto alla responsabilità dell’Europa e dell’Italia. La piazza si è più volte unita al coro di ''L’unica soluzione: rivoluzione'' e ''Meloni chiudi l’ambasciata'', slogan che hanno scandito gli interventi e reso evidente il clima di urgenza e di rabbia, ma anche di speranza, che attraversa oggi la diaspora iraniana.

In piazza erano presenti - tra gli altri - il Movimento Federalista Europeo di Lecco, le associazioni Cassago Chiama Chernobyl, L’Asino di Buridano, il Comitato TEO per la vita, insieme alle segreterie di Lega Lecco e di Forza Italia Lecco, a testimonianza di un fronte trasversale, al di là dei partiti.
Accanto ai rappresentanti politici, tra cui la riconfermata presidente della provincia Alessandra Hofmann, il cuore della mattinata è stato l’intervento della comunità iraniana lecchese, che ha portato in piazza il peso di una testimonianza diretta, spesso dolorosa. ''Quello che si sta consumando in Iran è un vero e proprio olocausto iraniano. Per 47 anni, il silenzio del mondo lo ha reso invisibile'' è stato ricordato a gran voce. La domanda rivolta alla piazza è rimasta sospesa nell’aria: ''si può abbandonare un popolo che chiede diritti fondamentali?''.

Il racconto ha preso forma attraverso immagini nette: famiglie a cui non vengono restituiti i corpi dei propri cari uccisi, il regime che ''conta quanti proiettili ha sparato e chiede alle famiglie di pagare il costo di ogni proiettile'' le voci di studenti, giovani, donne e uomini ''soffocate nel modo più brutale possibile''. Parole che hanno suscitato mormorii, sguardi bassi, applausi lunghi e sentiti.

''In Iran non c’è un conflitto tra due parti uguali: c’è una dittatura spietata e sanguinaria, un regime che uccide, tortura e imprigiona, guidato da criminali assassini, e c’è un popolo che chiede libertà, dignità e futuro'', ha proseguito la comunità, denunciando anche la strategia dell’isolamento: ''Questo regime criminale spegne le comunicazioni per spegnere le vite. Ha tagliato internet, l’informazione, i contatti con il mondo. Vuole far sentire il popolo iraniano solo, cancellare la verità. Non permettiamo che il silenzio vinca. Diffondiamo la verità''.
Non è mancato un forte appello alla politica europea e italiana. Gli oratori hanno ribadito come la fine dell’attuale teocrazia potrebbe aprire ''la strada alla rinascita di un Iran moderno, capace di valorizzare il suo enorme capitale umano, le sue risorse naturali e il ruolo centrale delle donne istruite''.
Perché questo scenario diventi possibile, però, la comunità iraniana chiede gesti concreti: ''Il regime deve essere chiamato a rispondere delle proprie azioni attraverso l’espulsione dei diplomatici, la persecuzione giudiziaria dei responsabili di crimini contro l’umanità e la liberazione immediata di tutti i prigionieri politici. Sostenere il popolo iraniano non è un atto di carità, ma una condizione necessaria per la stabilità globale e per porre fine a decenni di instabilità regionale''.

Tra le richieste più nette, quella rivolta ai governi europei: ''Questo non è il momento della neutralità. La neutralità oggi è complicità. Chiediamo ai governi europei di agire subito: non solo interrompere le relazioni politiche e diplomatiche, ma espellere gli ambasciatori di questo regime criminale. Ogni ritardo costa vite umane. Ogni giorno che passa significa altri giovani, altri innocenti uccisi in Iran''.
In più momenti, il confine tra chi parlava al microfono e chi ascoltava si è fatto sottile: alcuni passaggi sono stati sottolineati dal coro spontaneo della piazza, che ha risposto agli inviti con applausi e con i slogan rivolti al governo italiano.

''Questi valori – ha sottolineato il senatore Marco Lombardo di Azione – non sono solo scritti nella nostra Carta costituzionale, ma fanno parte del DNA di noi italiani e delle nostre radici storiche e culturali. Basti citare l’eredità lasciata da Cesare Beccaria. Per questo, quello che avviene in Iran ci riguarda e non può lasciarci indifferenti o distanti: se ci dimentichiamo dei nostri valori, conquistati con tanta fatica nei secoli, ci dimentichiamo di noi stessi''.

''Stare con il popolo iraniano non è una scelta politica. È un dovere umano'', hanno ribadito in chiusura gli esponenti della comunità iraniana. La manifestazione si è conclusa con un appello a non lasciare che l’attenzione cali: continuare a informarsi, a parlarne, a far pressione sulle istituzioni perché il sostegno non resti solo simbolico.
Al centro, non solo la denuncia delle violazioni dei diritti umani in Iran, ma anche un richiamo forte e diretto alla responsabilità dell’Europa e dell’Italia. La piazza si è più volte unita al coro di ''L’unica soluzione: rivoluzione'' e ''Meloni chiudi l’ambasciata'', slogan che hanno scandito gli interventi e reso evidente il clima di urgenza e di rabbia, ma anche di speranza, che attraversa oggi la diaspora iraniana.
In piazza erano presenti - tra gli altri - il Movimento Federalista Europeo di Lecco, le associazioni Cassago Chiama Chernobyl, L’Asino di Buridano, il Comitato TEO per la vita, insieme alle segreterie di Lega Lecco e di Forza Italia Lecco, a testimonianza di un fronte trasversale, al di là dei partiti.
Accanto ai rappresentanti politici, tra cui la riconfermata presidente della provincia Alessandra Hofmann, il cuore della mattinata è stato l’intervento della comunità iraniana lecchese, che ha portato in piazza il peso di una testimonianza diretta, spesso dolorosa. ''Quello che si sta consumando in Iran è un vero e proprio olocausto iraniano. Per 47 anni, il silenzio del mondo lo ha reso invisibile'' è stato ricordato a gran voce. La domanda rivolta alla piazza è rimasta sospesa nell’aria: ''si può abbandonare un popolo che chiede diritti fondamentali?''.

Alessandra Hofmann
Il racconto ha preso forma attraverso immagini nette: famiglie a cui non vengono restituiti i corpi dei propri cari uccisi, il regime che ''conta quanti proiettili ha sparato e chiede alle famiglie di pagare il costo di ogni proiettile'' le voci di studenti, giovani, donne e uomini ''soffocate nel modo più brutale possibile''. Parole che hanno suscitato mormorii, sguardi bassi, applausi lunghi e sentiti.
''In Iran non c’è un conflitto tra due parti uguali: c’è una dittatura spietata e sanguinaria, un regime che uccide, tortura e imprigiona, guidato da criminali assassini, e c’è un popolo che chiede libertà, dignità e futuro'', ha proseguito la comunità, denunciando anche la strategia dell’isolamento: ''Questo regime criminale spegne le comunicazioni per spegnere le vite. Ha tagliato internet, l’informazione, i contatti con il mondo. Vuole far sentire il popolo iraniano solo, cancellare la verità. Non permettiamo che il silenzio vinca. Diffondiamo la verità''.
Non è mancato un forte appello alla politica europea e italiana. Gli oratori hanno ribadito come la fine dell’attuale teocrazia potrebbe aprire ''la strada alla rinascita di un Iran moderno, capace di valorizzare il suo enorme capitale umano, le sue risorse naturali e il ruolo centrale delle donne istruite''.
Perché questo scenario diventi possibile, però, la comunità iraniana chiede gesti concreti: ''Il regime deve essere chiamato a rispondere delle proprie azioni attraverso l’espulsione dei diplomatici, la persecuzione giudiziaria dei responsabili di crimini contro l’umanità e la liberazione immediata di tutti i prigionieri politici. Sostenere il popolo iraniano non è un atto di carità, ma una condizione necessaria per la stabilità globale e per porre fine a decenni di instabilità regionale''.

Armando Crippa
Tra le richieste più nette, quella rivolta ai governi europei: ''Questo non è il momento della neutralità. La neutralità oggi è complicità. Chiediamo ai governi europei di agire subito: non solo interrompere le relazioni politiche e diplomatiche, ma espellere gli ambasciatori di questo regime criminale. Ogni ritardo costa vite umane. Ogni giorno che passa significa altri giovani, altri innocenti uccisi in Iran''.
In più momenti, il confine tra chi parlava al microfono e chi ascoltava si è fatto sottile: alcuni passaggi sono stati sottolineati dal coro spontaneo della piazza, che ha risposto agli inviti con applausi e con i slogan rivolti al governo italiano.

Hooman Soltani
''Questi valori – ha sottolineato il senatore Marco Lombardo di Azione – non sono solo scritti nella nostra Carta costituzionale, ma fanno parte del DNA di noi italiani e delle nostre radici storiche e culturali. Basti citare l’eredità lasciata da Cesare Beccaria. Per questo, quello che avviene in Iran ci riguarda e non può lasciarci indifferenti o distanti: se ci dimentichiamo dei nostri valori, conquistati con tanta fatica nei secoli, ci dimentichiamo di noi stessi''.
''Stare con il popolo iraniano non è una scelta politica. È un dovere umano'', hanno ribadito in chiusura gli esponenti della comunità iraniana. La manifestazione si è conclusa con un appello a non lasciare che l’attenzione cali: continuare a informarsi, a parlarne, a far pressione sulle istituzioni perché il sostegno non resti solo simbolico.
M.E.





















