Ciao Alo, ma adesso chi mi risolve i dubbi?
Ciao, Alo. Adesso, a chi telefono quando ho un dubbio sugli ultimi cinquanta e passa anni di cronaca lecchese? Certo, riconosciamolo, a volte eri un po’ un pasticcione, sommavi le pere con le mele, ci raccontavi la rava e la fava. E poi questo qui e poi quello là. Che starti dietro era anche una bell’impresa. Epperò, alla quadratura del cerchio ci si arrivava.
La tua biografia l’hanno raccontata altri: il “cortile delle botti e dei sassi”, il Giornale di Lecco, le televisioni locali, il correre tra Brianza e Valsassina, tra antiche tradizioni e storie da raccontare. E pure gli anni da addetto stampa del Comune. Ce n’era solo uno, allora. Mica come oggi che gli uffici comunicazione sono affollatissimi un po’ dappertutto. Era un altro mondo. Più semplice. Meno rutilante. Né meglio né peggio. Altro.
E’ quello il periodo del quale, in queste ore, ho i ricordi più vividi. Forse perché avevo all’incirca vent’anni (diomio, quante cose ci siamo viste passare sotto gli occhi e quant’altre lasciate alle spalle) e coltivavo velleità giornalistiche. Avevo tutto da imparare. E un po’ l’ho imparato anche da te: quelle maniere un po’ sornione, la curiosità, il senso del “popolare”. Poi, in qualche modo, a questo maledetto e vituperato mestiere che ci stritola e avvinghia, mi ci sono dedicato. E mi vien quasi da dire che avresti dovuto aspettare ad andartene quando il sottoscritto avesse appeso la penna al chiodo. E quindi non avesse più avuto dubbi da risolvere in quattro e quattr’otto. Già, poi non lo si fa mai. Finché hai potuto, non li hai mollati nemmeno tu, la penna e lo scrivere, la curiosità e la necessità di raccontare.
E così, ora, mi viene di ricordare le mattinate a cercar notizie affacciandomi a questo o quell’ufficio comunale. Da te si ritiravano comunicati quotidiani stringatissimi ed essenziali, burocratici. L’ufficialità. Accompagnata però da quattro chiacchiere “istruttive”: un’allusione che era una “dritta”, lo scambio di qualche pettegolezzo, alcuni bonari e – va da sé - altri un po’ più perfidi. Siamo fatti così. Era uno spettacolo vederti, divertito, accompagnare la risata con quei tuoi rotear di braccia e schioccar di dita.
Ti ricordo così. E forse è normale che ciascuno conservi di una persona un ricordo proprio, si leghi a un dettaglio evitandone un ritratto a tutto tondo. Lasciandosi guidare da una memoria che suggerisce immagini confuse come in un caleidoscopio. Le si vorrebbe mettere in fila. Ma non ci si riesce e ci si sofferma sulle sole che si riesce a mettere a fuoco. E in questo momento il ricordo va appunto a quei giorni là, così lontani. Era ancora un altro mondo e anche il far giornali era tutta un’altra storia. Ne abbiamo anche parlato. Magari scuotendo la testa. Per quanto coscienti che non è, appunto che allora fosse poi meglio, come spesso gli anziani sono portati a pensare. Semplicemente il mondo evolve e la nostra camminata si fa un po’ più stanca per riuscire a stare al passo coi nuovi tempi. E con i giovani che hanno altre idee. Troppo veloci. E certe malinconie non le possono capire.
Un mondo e un modo d’essere, li si sente finire anche o forse proprio quando se ne vanno le persone che di quell’epoca sono stati protagonisti. E chi racconterà la Lecco di questi ultimi cinquant’anni e passa non potrà certo dimenticarti. Soprattutto, non potrà dimenticare il tuo attaccamento alla città, il tuo sentirti lecchese fino in fondo. E dei lecchesi conoscere vizi e virtù. Non eri uno storico, non ne avevi la necessaria acribia: eri cresciuto cronista e tale rimanevi anche quando scrivevi di storia in giornali e libri. Continuando nel solco di una tradizione lecchese che affonda le radici nell’Ottocento e che annovera nomi più illustri e altri meno, tutti però legati dall’affezione per questa città. Descrivendone i cambiamenti maggiori e riesumandone certi episodi minori, quelli che magari non fanno la Storia ma segnano l’anima di un luogo.
La tua biografia l’hanno raccontata altri: il “cortile delle botti e dei sassi”, il Giornale di Lecco, le televisioni locali, il correre tra Brianza e Valsassina, tra antiche tradizioni e storie da raccontare. E pure gli anni da addetto stampa del Comune. Ce n’era solo uno, allora. Mica come oggi che gli uffici comunicazione sono affollatissimi un po’ dappertutto. Era un altro mondo. Più semplice. Meno rutilante. Né meglio né peggio. Altro.

Sul Resegone con il Cardinal Martini
E’ quello il periodo del quale, in queste ore, ho i ricordi più vividi. Forse perché avevo all’incirca vent’anni (diomio, quante cose ci siamo viste passare sotto gli occhi e quant’altre lasciate alle spalle) e coltivavo velleità giornalistiche. Avevo tutto da imparare. E un po’ l’ho imparato anche da te: quelle maniere un po’ sornione, la curiosità, il senso del “popolare”. Poi, in qualche modo, a questo maledetto e vituperato mestiere che ci stritola e avvinghia, mi ci sono dedicato. E mi vien quasi da dire che avresti dovuto aspettare ad andartene quando il sottoscritto avesse appeso la penna al chiodo. E quindi non avesse più avuto dubbi da risolvere in quattro e quattr’otto. Già, poi non lo si fa mai. Finché hai potuto, non li hai mollati nemmeno tu, la penna e lo scrivere, la curiosità e la necessità di raccontare.

Alla serata sul 70° dell'alluvione del Polesine, con la moglie Ebe alle sue spalle
E così, ora, mi viene di ricordare le mattinate a cercar notizie affacciandomi a questo o quell’ufficio comunale. Da te si ritiravano comunicati quotidiani stringatissimi ed essenziali, burocratici. L’ufficialità. Accompagnata però da quattro chiacchiere “istruttive”: un’allusione che era una “dritta”, lo scambio di qualche pettegolezzo, alcuni bonari e – va da sé - altri un po’ più perfidi. Siamo fatti così. Era uno spettacolo vederti, divertito, accompagnare la risata con quei tuoi rotear di braccia e schioccar di dita.
Ti ricordo così. E forse è normale che ciascuno conservi di una persona un ricordo proprio, si leghi a un dettaglio evitandone un ritratto a tutto tondo. Lasciandosi guidare da una memoria che suggerisce immagini confuse come in un caleidoscopio. Le si vorrebbe mettere in fila. Ma non ci si riesce e ci si sofferma sulle sole che si riesce a mettere a fuoco. E in questo momento il ricordo va appunto a quei giorni là, così lontani. Era ancora un altro mondo e anche il far giornali era tutta un’altra storia. Ne abbiamo anche parlato. Magari scuotendo la testa. Per quanto coscienti che non è, appunto che allora fosse poi meglio, come spesso gli anziani sono portati a pensare. Semplicemente il mondo evolve e la nostra camminata si fa un po’ più stanca per riuscire a stare al passo coi nuovi tempi. E con i giovani che hanno altre idee. Troppo veloci. E certe malinconie non le possono capire.
Un mondo e un modo d’essere, li si sente finire anche o forse proprio quando se ne vanno le persone che di quell’epoca sono stati protagonisti. E chi racconterà la Lecco di questi ultimi cinquant’anni e passa non potrà certo dimenticarti. Soprattutto, non potrà dimenticare il tuo attaccamento alla città, il tuo sentirti lecchese fino in fondo. E dei lecchesi conoscere vizi e virtù. Non eri uno storico, non ne avevi la necessaria acribia: eri cresciuto cronista e tale rimanevi anche quando scrivevi di storia in giornali e libri. Continuando nel solco di una tradizione lecchese che affonda le radici nell’Ottocento e che annovera nomi più illustri e altri meno, tutti però legati dall’affezione per questa città. Descrivendone i cambiamenti maggiori e riesumandone certi episodi minori, quelli che magari non fanno la Storia ma segnano l’anima di un luogo.
Dario Cercek





















