PAROLE CHE PARLANO/265
Ragno
Dobbiamo cercare l’origine della parola “ragno” in un passato antico e affascinante, ma per farlo vorrei partire da un mito: quello di Aracne, una giovane donna, così abile come tessitrice da sfidare Atena, la dea della saggezza e della tessitura. L’arte della giovane era così perfetta che la sua tela risultò impeccabile, ma commise l’errore di rappresentare su di essa gli dei in modo offensivo. Atena si infuriò e la volle punire, trasformandola nell’animale che più le si addiceva: il ragno, un essere condannato a tessere per l’eternità.
Il nome, Aracne, non è un caso: è la chiave di tutto.
Da quel mito greco e dal termine aráchnē (che in greco significava proprio “ragno”), il concetto si è diffuso. Gli antichi Romani ne fecero aranea, una parola che indicava sia l’animale sia la sua creazione: la tela. Ed è proprio da qui, dal latino aranea, che la parola “ragno” ha lentamente zampettato fino a noi.
Il viaggio fonetico è conosciuto: nel passaggio dal latino volgare all’italiano, la “a” iniziale cadde, il suono si addensò e aranea diventò prima ragne, infine ragno.
Sia il greco aráchnē sia il latino aranea ci conducono a una radice indoeuropea, “ar-“, legata all’idea di intrecciare, tessere. Quindi, il ragno non è stato definito prima di tutto per il suo aspetto, ma per la sua azione. Nell’immaginario ancestrale, ma anche attuale, è il tessitore per eccellenza.
Così, in una sola parola, si intrecciano linguistica, mitologia e biologia.
Quando diciamo “ragno”, non stiamo solo nominando un piccolo animale, spesso temuto e scambiato erroneamente per un insetto, stiamo rievocando il destino di Aracne, l’artista della tessitura, e l’immagine antica di un creatore instancabile, appeso ai fili del suo stesso operare.





















