Lecco: l’identità di un territorio passa per i musei civici. Una serata all'Officina Badoni

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I musei civici rappresentano l’identità di una città e di un territorio e sono più forti quando è forte il legame con la comunità di riferimento. E i musei lecchesi ne sono dimostrazione concreta. Quando il legame si spezza, i musei soffrono.
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Se ne è parlato ieri sera all’Officina Badoni su iniziativa dell’Associazione “Giuseppe Bovara”. L’occasione è stata la presentazione di una tesi di laurea in archeologia e storia dell’arte discussa lo scorso anno. L’autrice è una calolziese, Chiara D’Anna (relatrice Alessandra Squizzato, docente di museologia; correlatrice, Giovanna Virgilio che in città non ha bisogno di presentazione per il grande lavoro svolto a favore del nostro patrimonio artistico e degli stessi musei civici diventati ormai Sistema museale lecchese).
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L’incontro è stato introdotto e condotto da Francesco D’Alessio, ingegnere e ricercatore storico, che ha spiegato come l’idea della serata sia stata suggerita proprio da Giovanna Virgilio. Al tavolo dei relatori, la neolaureata calolziese, la professoressa Squizzato e il direttore dei musei lecchesi Mauro Rossetto. In sala, oltre a Virgilio, anche l’ex direttore Gianluigi Daccò, considerato il rifondatore dei musei lecchesi, e l’ex conservatrice Barbara Cattaneo.
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Nel portare il saluto dell’Associazione Bovara, il presidente Pietro Dettamanti ha sottolineato come proprio all’architetto Bovara – quello del Teatro della Società, della basilica di San Nicolò, dell’ospedale diventato infine municipio – si debba la prima collezione che poteva essere considerata l’embrione di un possibile museo. Ne parlava già Ignazio Cantù nel 1837 e il viaggiatore svizzero George Leonardi nel 1862, entrambi concordi nel dire che dal punto di vista culturale Lecco era ben povera: sola eccezione, appunto, la raccolta che l’architetto lecchese conservava nella sua casa lungo la via che oggi porta il suo nome. Una collezione che – sappiamo -è andata dispersa.
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D’Anna ha spiegato di avere scelto l’argomento tra il 2023 e il 2024 dopo avere svolto un anno di servizio civile proprio nei musei lecchesi «ed è stata un’esperienza fondamentale e bellissima che mi ha fatto innamorare, che mi ha consentito di vedere i musei da un altro punto di vista che da quello della semplice visitatrice». Rimarcando come, studiandone la storia, il legame tra i musei lecchesi e la propria comunità emerga chiaramente.
La storia, dunque. Il primo museo lecchese è quello aperto da Carlo Vercelloni nel 1888 in piazza Garibaldi. Vercelloni era un lecchese conosciuto e apprezzato anche altrove per la sua attività di tassidermista che un giorno decise appunto di esporre la grande quantità di animali impagliati di sua proprietà. L’iniziativa fu accolta favorevolmente dalla città: al museo, infatti, cominciarono ad arrivare altre donazioni, tanto che già un anno dopo si pose il problema di trovare un’altra sede più ampia per esporre tutto il materiale. Il bisogno di Vercelloni incontra quello del Comune intenzionato ad allestire, come era consuetudine in quel periodo storico un po’ ovunque, gabinetti scientifici nelle scuole tecniche (che sarebbero poi i licei scientifici del futuro) di via Ghislanzoni, affinché gli studenti potessero avessero a disposizione materiali di studio. Era il positivismo che si manifestava anche nella pedagogia.
Nel frattempo, ai reperti naturalistici si aggiungono donazioni d’altro tipo, di archeologia e di storia. Il patrimonio si arricchisce e tocca altre specialità. E in questa cornice nel 1900 viene fondato il museo dell’antichità e del Risorgimento. Questo è il primo vero museo civico. Perché quella di Vercelloni è pur sempre una collezione privata e diventerà pubblica solo nel 1916. Il museo viene così a custodire l’identità del luogo, si configura come museo del territorio, coinvolgendo i lecchesi non solo come visitatori ma come veri e proprio costituenti.
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In quegli anni – ha spiegato Rossetto - anche a Lecco si respirava un clima favorevole; il ceto dirigente locale, gli industriali, i professionisti, erano sensibili alle esigenze culturali. Era peraltro il periodo in cui si sosteneva il primato della scienza e della tecnica sulle altre discipline. E a Lecco c’erano figure di prestigio: oltre a Vercelloni, bisogna naturalmente ricordare Antonio Stoppani e Mario Cermenati.
Da parte sua, D’Alessio ha chiosato ricordando come non tutto fosse poi così roseo, visto che nel 1907, al momento di costruire i servizi delle scuole tecniche, i muratori utilizzarono anche alcune pietre.
La storia comunque prosegue: nel 1916, come detto, la collezione Vercelloni diventa pubblica e nel 1927 tutto il materiale dei musei viene trasferito a Palazzo Belgiojoso che dovrebbe diventare la sede definitiva ma che in realtà lo diventerà solo mezzo secolo dopo una serie di vicissitudini.
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D’Anna si è soffermata sugli anni Trenta, «un periodo molto vivace per Lecco»: si allestiscono le celebri Quinquiennali all’interno delle quali trova spazio anche l’arte, in particolare nell’edizione del 1937 quando venne allestita la mostra del paesaggio lecchese (quella celebre dell’esordio di Ennio Morlotti) che testimonia l’esistenza di un programma di acquisizioni artistiche mirate.
Però, gli anni Trenta sono anche quelli della morte di Carlo Vercelloni nel 1932: «Un colpo duro, perché fino agli anni Sessanta i musei non avranno più una guida, ma soltanto una commissione di vigilanza».
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In questa cornice – ha poi aggiunto Gianluigi Daccò – si inserì anche un fattore politico, proprio nel 1932 quando, «in occasione del decennale della Marcia su Roma, il ministero dei beni culturali inviò una circolare a tutti i Comuni ordinando la costituzione di un museo del Risorgimento con linee ben precise: da Napoleone fino alla Grande Guerra da considerate quarta guerra d’indipendenza e il grande coronamento del processo di unificazione rappresentato dal Fascismo. E’ ciò che si fece in tutta Italia e quindi anche a Lecco: il nuovo museo venne allestito nella Torre Viscontea, le altre collezioni vennero abbandonate. Nel frattempo, Palazzo Belgijoso divenne sede prima del liceo classico e poi del tribunale. Le collezioni si dispersero, finirono negli scantinati, molte cose vennero disperse, Bisogna essere chiari: dal 1932 al 1979 i musei vennero affidati ai custodi.»
D’Anna individua negli anni Quaranta e Cinquanta e il momento di maggiore crisi con il picco degli ultimi due anni di guerra – 1944 e 1945 – quando i musei venero chiusi del tutto: «In quel momento si spezzò il legame con la città e venne meno l’interesse dei lecchesi per i loro musei.»
Negli anni Sessanta si apre una nuova stagione, nel 1963 viene nominato direttore Antonio Balbiani «il quale – ha precisato Daccò – più di tanto non poteva però fare.»
Fu nel 1979, quando appunto Daccò assunse la guida dei musei, che si verificò la svolta. Gli anni Ottanta e Novanta – ha spiegato D’Anna – sono stati un periodo di rinnovamento, un periodo fondamentale per ricreare il legame tra città e musei. Sono stati messi a punto programmi a 360 gradi: sono state ristrutturate le sedi, sono riprese le attività di studio e ricerca, è stata effettuata un’inventariazione e una catalogazione adeguate, gli spazi espositivi sono stati riallestiti. Per arrivare alla situazione odierna con le diverse sedi: la Villa Manzoni dedicata allo scrittore, Palazzo Belgiojoso alla parte storica e naturalistica, la Torre Viscontea alle mostre temporanee. E dal 2012 Palazzo delle Paure all’arte.
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«Però – ha confidato Barbara Cattaneo – con l’allora assessore alla cultura Michele Tavola e su forti pressioni di Daccò, abbiamo faticato non poco perché quel palazzo diventasse museo: inizialmente era destinato a uffici amministrativi e a un centro anziani.»
Infine, il trasferimento della sezione archivi separati al Politecnico: «Lecco come capoluogo di provincia – ha spiegato Rossetto – dovrebbe avere un proprio Archivio di Stato. Ma da Roma ci hanno fatto capire che non lo avremo noi. E quel compito dobbiamo quindi assolverlo noi. Un onere in più.»
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In quanto al futuro, Squizzato ha detto come sia necessaria una nuova educazione: «I giovani non sono molto interessati al patrimonio culturale, guardano più al futuro, pensano al successo. Bisogna quindi lavorare tutti assieme: ricercatori e società. Un museo è un luogo molto ricco che va esplorato e i musei civici sono una caratteristica italiana, con una diffusione capillare, rappresentano la gran parte dei musei italiani. Ogni centro urbano ha un proprio museo civico spesso frutto della stagione post-risorgimentale, quando la nazione era alla ricerca della propria identità. Ma ogni museo è storia a sé, una storia unica. Che va modernizzata: ecco perché sono importanti i riallestimenti, per trovare un nuovo linguaggio che parli ai giovani.»
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Sul futuro delle strutture lecchesi, di là dalle contingenze (la Villa Manzoni in fase di ristrutturazione e riallestimento), Daccò ha indicato la strada di un volontariato specializzato criticando il ricorso alle cooperative costrette far quadrare i conti. A proposito di conti, ha invocato per i musei lecchesi un’autonomia giuridica per la quale il Comune è sempre stato sorto. L’idea potrebbe essere una fondazione come quella avviata nei mesi scorsi per il Teatro della Società. In quanto alla gestione, l’ex direttore ha anche indicato l’esperienza del Planetario allestito al Belgiojoso e affidato a un’associazione di astrofili d’alto valore.
Non è stata dimenticata nemmeno la dolorosa esperienza dei quadri di Morlotti prima sequestrati e poi restituiti alla coppia Sofia Loren e Carlo Ponti: «Era la più bella collezione italiana di quadri di Morlotti. Improvvisamente nel giro di una settimana. ci siamo trovati con quattro sale del museo d’arte vuote. In quell’occasione ci ha aiutato Tino Stefanoni.»
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Uscendo dalla sala, scambiando due chiacchiere con il presidente Dettamanti, il vostro cronista ne ha raccolto una considerazione un po’ amara e cioè avere dimenticato, tra coloro che si sono spesi per i musei lecchesi, la figura di Enrico Gandola, che sì era un funzionario comunale ai lavori pubblici ma alla storia e ai musei cittadini ha pur dato un contributo notevole proprio negli anni Sessanta.
D.C.
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