Da Valmadrera fino (quasi) al Bivacco Val Loga: la bici più sci di Alessandro Sozzi

Lo avevamo lasciato questa estate in Namibia, dove con il compagno di viaggio Alessandro Crippa, in 11 giorni (di cui uno di riposo) ha macinato in bicicletta 1.150 chilometri - con 6.500 metri di dislivello – in un’ambientazione tutt’altro che ospitale, tra dune, piste sterrate battute dal sole, escursione termica e un incredibile silenzio. Lo ritroviamo… a pedalare verso la neve per poi proseguire l’ascesa sci ai piedi. Il tutto partendo da casa e quindi dalla sua… Valmadrera. E non per raggiungere Bobbio e dunque le piste più vicine. Alessandro Sozzi, 35enne pianificatore di produzione e content creator, nonché volontario del Soccorso Alpino, ne ha “combinata” un’altra. 
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Qualche settimana fa, dunque in pieno inverno, alle 22.30, mentre la maggior parte delle luci si spegneva, Alessandro Sozzi e Matteo Gozzoli stavano caricando gli sci sulle biciclette (e già questo conferisce originalità alla nuova “spedizione”) e chiudendo gli zaini. Destinazione: l’alta Val di Lei. 
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“Quest’anno avevo in mente di fare un bike + ski, ma più avanti, magari ad aprile”, racconta Alessandro. “Due giorni prima un amico mi propone di partire da Chiavenna. Poi qualcuno ci prende in giro: che bike + ski è se vai in auto? A quel punto ho rilanciato: partiamo da casa. E da lì è nato tutto”. Così prende forma l’idea di un viaggio Valmadrera – Bivacco Val Loga (Cecchini), con rientro poi a Chiavenna e treno verso Lecco.
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La prima parte è tutta su due ruote. Una lunga risalita verso lo Spluga, con la bici appesantita da sci, scarponi, pala, sonda e tutto il necessario per affrontare la montagna d’inverno. “È stata sia fisica che mentale. La salita è davvero lunga e il carico si sente”. Ma è all’alba che arriva il momento che rimane inciso. La strada è innevata, il cielo inizia a schiarire e il silenzio è totale. “Con le prime luci mi sono reso conto di dove mi trovavo e di quello che stavo facendo. Non volevo essere da nessun’altra parte. Mi sono sentito vivo più che mai.”
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Intorno alle 9–10 del mattino arriva il passaggio simbolico: si abbandona la bici e si infilano gli sci. Una piccola vittoria, ma senza illusioni. Le condizioni nivo-meteorologiche sono tutt’altro che favorevoli e Alessandro lo sa subito: “Ero felice di lasciare la bici, ma sapevo che con quella neve avremmo faticato più del previsto.” Il bivacco Val Loga, in quella giornata, resta fuori portata. Nessuno sale, le condizioni sono troppo complesse. Ma non è una sconfitta. “Non è stata una delusione. La meta l’avevo già raggiunta altre volte. Qui contava il viaggio, l’esperienza. Con quella strada innevata eravamo già soddisfatti, felici e anche parecchio provati”.
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Il momento più duro era arrivato però molto prima, all’ultimo rifornimento possibile. Campodolcino, ore sei del mattino, un panificio aperto e il calore che ti fa venire voglia di restare. “Siamo rimasti lì circa un’ora. Ripartire al freddo per affrontare altri mille metri di dislivello in bici è stato davvero tosto”.
Ma la fatica è parte del gioco. “Ho un bellissimo rapporto con il fare cose scomode. Ho una buona capacità di adattarmi alla fatica, non mi spaventa. È un modo per mettermi alla prova, per forgiarmi. Ogni tanto ne ho bisogno”.
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A fine esperienza resta una certezza: “La fatica viene sempre ripagata dalle emozioni. Ed è per questo che ne abbiamo già in mente altre.” E quando qualcuno prova a capire perché farlo, spesso non ci riesce. “Ti danno del matto. Ma per noi è uno dei complimenti più belli che si possano ricevere”.
G.D.
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